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TEMI DI PSICODIALETTICA a cura del Centro internazionale di Psicodialettica Responsabile del Centro Prof. Luciano Rossi
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Il Vento e la Legge - primo capitolo |
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da Luciano Rossi, Il Vento e la Legge, Ed. Clinamen, Firenze, 2008(quarto capitolo)
Se questi sono uomini
Questi campi di scelte colture cadranno in potere di un brutale soldato: dei barbari avran queste messi. È per costoro che noi spargemmo di semine i campi!
Virgilio, Le bucoliche
Gentile Signore, anche se il mio nome è J. L. Borges, e questo fa trasalire, Lei lo sa bene, ogni amante delle buone lettere, devo dire che, ahimè, io non sono lui... Purtroppo sono soltanto io. Lei dunque mi ha preso in cambio. Sappia che Borges è un nome comune in Argentina e che faccio di tutto per evitare questi equivoci. Purtroppo non è facile: sono quasi un suo sosia. Inoltre devo portare come lui gli occhiali neri, anche se la mia quasi cecità ha ben altre cause, che preferisco lasciar sepolte nella memoria del passato. Sono figlio di agricoltori, e anche se non eravamo del tutto poveri, libri in casa nostra non ce n’erano. Fu un grande dolore per me bambino. Sapevo che esistevano e che contenevano tesori favolosi. Per questo da grande ne acquistai una quantità innumerevole. Tanti quanti le mie povere risorse mi consentivano. Almeno in fatto di libri, al vero Borges, a Jorge Luis insomma, cercavo in silenzio di somigliargli: compravo tutti i libri che gli sapevo cari, quelli degli autori che lui citava. Talvolta dovetti arrossire. Più d’una volta capitò che il libraio mi dicesse che l’autore da me richiesto non esisteva. Mi pare addirittura che sorridesse malevolo: mi sapeva caduto nella trappola. Ma alle derisioni io reagisco con tenacia. Sebbene i mezzi in famiglia non mancassero, i miei studi furono rallentati dal disinteresse familiare. Diventai maestro elementare nel ‘36, a ventun anni, e solo allora si arresero concedendomi di frequentare l’università in Europa. Anziano, ora godo di un ozio povero e piacevole in una casa che ai visitatori appare quasi una biblioteca. Non riuscirò a leggere tutti i miei libri prima di morire. Questo mi dà sicurezza: non ci sarà mai più un giorno di vera povertà nella mia casa. Mai, finché possiederò un libro ancora da leggere per la prima volta. Oggi devo riconoscere che anche la povertà di libri dell’infanzia non era povertà vera, non era miseria. C’era tutto il cielo che volevo, c’era il sole, c’era la pampa. I cavalli. Devo riconoscere che quella fu una risorsa imperitura. Anche se tornassi povero di libri come allora mi adatterei a ciò senza dolore. E così ora lei sa. Forse la mia vanità si è indebitamente dilungata. Avrei potuto semplicemente dire che non è a me che deve chiedere quel manoscritto, sebbene anch’io in un’occasione mi sia lasciato tentare dalla scrittura. Ma fu una vicenda necessaria: niente che abbia a che fare con la letteratura, niente che possa interessarla. Per qualunque cosa tuttavia in cui io potessi servirla può trovarmi in Calle de la Libertad, 23 - Buenos Aires. Mi creda Suo Javier L. Borges B. A., 16.03.1985
Gli vidi cadere questa lettera a pochi passi dall’imbarcadero, ma lui con passo svelto, non impedito a ciò dall’età avanzata, salì sul traghetto e sparì alla mia vista. Lo rincorsi, gli gridai: signore! C’era vento e non mi sentì; e poi già la barca era partita. Così gli portai quel foglio di persona e lo conobbi. Aveva fame d’incontri. Non insegnava più, era in congedo da un po’ d’anni. Mi trattenne più di quattro ore e volle che io leggessi la lettera davanti a lui. Credo che l’abbia fatto perché questo gli permise di mostrarmi la sua biblioteca. La lettera ne parlava. Fece conto su questo. Carezzava i libri, ad uno ad uno. Di ognuno mi diceva qualcosa. Ma su due, non credo che si sia trattato d’una mia impressione, si soffermò più a lungo: uno conteneva le opere complete di Ovidio in latino. L’altro era un Primo Levi: ricordi di prigionia. Se questo è un uomo, diceva il titolo. Non lo conoscevo: un italiano forse, almeno dal nome.
Le strade che avevo tentato erano tutte precluse. Nessuna possibilità di avere un insegnamento di spagnolo qui in Argentina. Né all’università né al liceo. Avevo bussato a mille porte. Poi mi ero arreso. La questione era che le recenti aperture o liberalizzazioni avevano aperto l’insegnamento di lettere a qualsiasi laureato, anche medici o fisici o geologi. E loro da alcuni anni, assetati anch’essi, s’erano buttati sul nostro fertile terreno come barbari o brutali soldati. Avevo sentito che in Spagna s’aprivano possibilità d’incarichi. La lontana Spagna... lontana, straniera, eppure dovevo partire. A causa dell’impius miles io dovevo partire. Ero appunto venuto all’avanporto per informarmi presso l’agenzia del costo del biglietto. Era sul molo e di lì partivano anche i traghetti per le isole. Era uscendo dall’agenzia che l’avevo visto.
È l’anno 2003. E grazioso è il piccolo appartamento dove Javier sta leggendo e scrivendo. Vecchiaia lenta, dorata. È autunno e il vento porta le foglie nella loggia gialla che con ampio sguardo abbraccia le Cordigliere. Qualcuna si posa sui fogli. Sì. È davvero autunno e lui l’allontana con quel suo gesto morbido e quieto. Intanto riflette. Quelle riflessioni inerti dei vecchi! Sta traducendo le Bucoliche in spagnolo. Ancora una volta! E suonano alla porta.
Una settimana prima l’avevo salutato con una vena di tristezza, gli avevo detto che stavo per partire. Così mi aveva invitato una seconda volta a casa sua. Lui voleva sapere e io... io non ero ancora partito. «Devo lasciare il paese, in cerca di lavoro. È triste oggi la sorte dei giovani. Andrò in Spagna, io penso. Mi dicono che là sia più facile ottenere una cattedra di spagnolo». Siamo nella loggia dove lui ha interrotto il lavoro. Mi metto al riparo dal vento. Sono sudato. Vado sempre di corsa, sono sempre in affanno. E fuori il gran sole d’un febbraio rovente. Lui riposato e serafico sotto la barba bianca. Disteso. Eppure, pur nell’invidia per i più fortunati, per gli anziani che posseggono tutto, invidia che dopo la mia triste decisione sfiora a volte il livore, non riesco ad avercela con lui. Non mi sembra un nemico, è fuori dai giochi, e basta. Una generazione più fortunata. Nient’altro! Beato lui che può starsene all’ombra e non correre. Tutto viene a lui, nella sua casa. Lui attende soltanto. Nell’ombra un’aria, sulla quarta corda di Bach. Mi chiedo ch’età possa avere quella candida barba. Almeno settanta, direi. Forse di più. Vorrei che mi dicesse di lui. E invece no: piuttosto è curioso di me. Vuole sapere. Perché parto? Perché lascio la terra paterna? Glielo dico. Forse comprende. S’abbuia. Lo perdo. Di nuovo comprende. Una serie d’immagini indecifrate, di nuvole dall’incerto colore, sembra apparire e rapidamente sparire nel cielo mutevole dei suoi pensieri. «Voi siete stati più fortunati. Invidio questa sua pace, questo restare, questa lentezza, quest’adagio nell’aria». Forse non dovevo dirlo. Non risponde nulla. Non mi consola. Non mi sostiene. La sua espressione forse è neutra, forse nasconde qualcosa. Dietro il silenzio, una punta di amarezza? «Riconosco. La mia, che lei vede, è una condizione di privilegio. Ho questa pace che l’età mi consente». «Ancor più questo vale – diss’io - dacché tutto il mondo è in scompiglio. E sorprende il contrasto. Nessuno immagina certo ch’esistano, dietro le mura calcinate, quest’oasi di pace... di lettere e pace» A questo reagì. «Ancor più sorprende che nell’apparente ricchezza del mondo occidentale, mai si siano notati i segni d’incipiente difficoltà. Anche se non è questa la prima volta che l’uomo è cieco». Non compresi appieno. Ma ormai la cortesia m’imponeva d’occuparmi di lui. Mi piaceva la sua vita e chissà che non capissi un po’ più di quello che, n’ero certo, lui mi nascondeva. «Non credo lei sia mai stato cieco, e men che meno lo sia oggi... nonostante una probabile debolezza della vista mi sia suggerita dai pesanti occhiali. I risultati della sua vita mi fan pensare a scelte sempre accorte». Non risponde. Rilancio. «Può dirmi di lei? La sua vita. Quanto diversa mi appare dalla mia!». «Magari davanti a una tazza di tè... la gradisce?». Devo avergli detto di sì, perché parte lentamente e sembra non tornare mai più. Rientro in casa anch’io. Il terrazzo confina con la biblioteca. Lo sento armeggiare in cucina. Dai suoni familiari penso che n’avrà per un po’. Un’occhiata distratta ai lunghi scaffali, panciute le asse sotto i tomi in doppia fila. Il rinascimento italiano, Erasmo, Rabelais. Dante, La terra desolata, i Cantos pisani. La seconda guerra, Primo Levi, Mein Kampf. E altri più piccoli. Dorsini neri, dorati, color corda. Cammino lentamente, leggo i dorsini, li supero. Ed ecco che devo tornare sui miei passi: uno dei libri è “suo”, insomma... scritto da lui. Il mio campo. Editore di poco conto. Mai sentito. Lui torna col vassoio e mi trova lì, davanti agli scaffali. «Mi scusi. C’era vento - gli dico – e son entrato». Sorride. «Bene, restiamo dentro, allora». Ne fui felice. «Mi ha promesso di dirmi di lei».
La forma curiosa della sua biblioteca è nota in città. Quattro grandi librerie, a tutta parete. Due soli fori nella stanza grandissima: una porta e una finestra. Al centro un tavolo, un divano, una poltrona: il suo regno. Sorrido: il sinologo di Canetti! E anche la cura e la frequentazione che lui ha dei suoi libri sono note. Uno di essi a turno ha, per una settimana, una soltanto, il posto d’onore vicino alla poltrona postprandiale, assieme ai sigari e al brandy preferito. Borges ha una piccola mania: trascrive citazioni. Prima le sottolinea e poi le trascrive in un fiammante quaderno nero e oro. Perché? Difficile a dirsi. Più facile capire quali sceglie fra tante. Sono quelle la cui lettura fornisce un’immediata assonanza, oppure contrasto, con i suoi pensieri. E spesso i suoi pensieri nascono in conseguenza alla lettura. E allora lui copia le citazioni, e insieme vi aggiunge, vi intercala, la stringata cronaca degli eventi che la frase altrui rammemora, risolve, connota. Ne nasce sui suoi taccuini una curiosa dialettica tondo-corsivo. Questa è la settimana delle Bucoliche. Sul tavolino ce ne sono cinque: tutte con testo a fronte. Tre con traduzione in spagnolo, una in italiano, una in francese. Perché tante? Mi dice che le sta traducendo. Ancora una volta? Sul tavolo, sparse, le ultime citazioni:
dulcia linquimus arva,
l’ha annotata in latino. Poi curiosamente in italiano
E dunque mai più, rivedendo dopo gran tempo i campi paterni, mio regno, ed il tetto ricoperto di zolle erbose del povero asilo, guarderò stupefatto un sorgere esiguo di spighe?
E quindi con ferma grafia, da ben altra fonte e per lui inevitabile associazione:
Voi che vivete sicuri nella vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e i visi amici, considerate se questo è un uomo.
Queste non sono Bucoliche! Perché annotarle insieme?
Studente di lettere a Parigi, nel ’40 Javier aveva dovuto interrompere l’università ed era rientrato nel Maradagàl per desiderio della famiglia. L’immane tragedia della guerra l’aveva dovuta seguire per un po’ da lontano e il suo cuore aveva palpitato per i giovani compagni di scuola catturati, uccisi o ancora in lotta. La giovinezza, quella giovinezza, quei compagni, erano rimasti cari al suo cuore. Poi la guerra lentamente, dolorosamente, se n’era andata in qualche modo e solo dopo lui aveva potuto finire gli studi. Poi un posto da insegnante, tanti errori, tante colpe. E qui già si chiude il suo avaro racconto. «Ma non ha mai scritto libri?» insinuo io. Non ho dimenticato il “suo campo”. Ma lui, «no, no, nessun libro, ho solo tradotto greci e latini». Ma si vede che si è irrigidito e non gli tirerò fuori più niente. Niente di più. Diventa di colpo stringato e sgradevole: «In Spagna vero, mi diceva? Non sia triste. È fortunato che là ci sia posto. Va in un Paese civile, non va in mezzo ai barbari». «Sì, ma lei deve partire da un altro punto di vista: io avrei diritto ad avere un posto qui!». «E questo dove sta scritto, scusi?». Evidentemente a questo punto si è rotto qualcosa fra noi. Anch’io sono ferito, irritato.
La settimana delle Bucoliche era passata lenta, con forte senso d’impazienza, d’attesa. Javier aveva già scelto in forte anticipo, appena il ragazzo era stato fuori della porta, quale sarebbe il prossimo libro. E ora lo apre ogni giorno, con tremula mano e, quasi a esorcizzarne la ripetizione o elaborarne il lutto, vi reincontra come sempre quella storia atroce che, da quei lontani giorni, non l’ha più abbandonato. Puntuale all’appuntamento, attuale come sempre, scolpita nella tenera pietra del suo cuore dolente di vecchio. Il dolore, si sa, i vecchi non li abbandona mai. Una fedeltà certa, fuori discussione. Servizievole, logora pian piano un cuore con feroce pazienza. E allora finisce che i vecchi diventano aspri all’improvviso. Per un nonnulla. Anche oggi, con quel ragazzo! Quella sorta di Meliboeus che invidia i vecchi che hanno, e sempre hanno avuto, il pane sicuro. E ritornò al suo libro.
Voi che vivete sicuri nella vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e i visi amici, considerate se questo è un uomo...
Consideriamo se questi sono uomini! Questi esseri cenciosi, cadenti, scheletrici, si trascinavano per ogni dove, come un’invasione di vermi, sul terreno indurito dal gelo, gruppi di malati stavano applicati al suolo, per succhiarne l’ultimo calore. Considera, Meliboeus, quel terribile gelo! Tu che non hai avuto altro che pace! Considera quelle porte che non vengon chiuse. Di più: che restano deliberatamente aperte! La porta dà all’esterno, entra un vento gelido e noi siamo nudi e ci copriamo il ventre con le braccia. Il vento sbatte e richiude la porta; il tedesco la riapre, e sta a vedere con aria assorta come ci contorciamo per ripararci dal vento. È la fine di febbraio. Ricorda! Non è passato più di un mese da quel carro bestiame, dove Levi aveva avuto la certezza della morte. Il mattino del 21 si seppe che l’indomani gli ebrei sarebbero partiti. Tutti: nessuna eccezione. Anche i bambini, anche i vecchi, anche i malati. Per dove non si sapeva... E venne la notte, e fu una notte tale che occhi umani non avrebbero dovuto assistervi e sopravvivere. Nessuno dei guardiani ebbe animo di venire a vedere che cosa fanno gli uomini quando sanno di dover morire. L’indomani loro sarebbero partiti per una morte certa... e quel giovane “Meliboeus” che pensa che il domani della laurea lo abbia accolto come un tradimento! L’alba ci accolse come un tradimento... ci caricarono sui torpedoni e ci portarono alla stazione. Qui ci attendeva il viaggio e la scorta per il viaggio. Qui ricevemmo i primi colpi: e la cosa fu così nuova e insensata che non provammo dolore, né nel corpo né nell’anima. Soltanto uno stupore profondo: come si può percuotere un uomo senza collera? Ecco dunque, sotto i nostri occhi, sotto i nostri piedi, una di quelle famose tradotte tedesche, quelle che non ritornano, quelle di cui, fremendo e sempre un poco increduli, avevamo così spesso sentito narrare. Questa volta dentro siamo noi. Se l’era ripetuto infinite volte. - Dopo Auschwitz nessuno elevi un lamento, mai più. Ciò che Primo Levi ha scritto – pensa Javier - ciò che lui rilegge da quasi quarant’anni e che, sebbene sapesse, non avrebbe mai potuto scrivere così, non sono cose lontane. Potrebbero succedere di nuovo. Javier ha imparato con dolore che qualche divinità ha donato al mondo due drammi: l’impermanenza di ogni cosa e un pendolo che oscilla. E ha fatto in modo che gli uomini se ne scordino, e si sorprendano ogni volta e sempre siano, al tornare del pendolo, indignati. E che la resa alla dura lex del fato appaia atroce, impensabile. Soprattutto ingiusta. Allora il grido unanime diventa: non è giusto! Il lavoro scarseggia? Non è giusto. Il rintocco del pendolo mi è ostile? Non è giusto! La laurea non assicura un impiego dignitoso? Non è giusto! E gli sconfortanti pensieri fluiscono grevi sotto il profilo affilato dei suoi ottanta anni, increspandone un sorriso impossibile. Ridicola cosa! Ma gli anziani cui sono bastati quarant’anni per dimenticare, e i giovani che questo non hanno conosciuto, provino a immaginare, non di rinunciare a un desiderio, non di perdere una cosa su cui hanno posto una speranza, ma di perdere tutto. Consideri ognuno... un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede... consideri se questo è ancora un uomo. I giovani d’oggi andranno pure a drappelli verso altri mestieri, verso altre nazioni più libere. Ma come strapparsi le vesti per questo, se si pensa a quelle ben più disperate colonne? Emersero nella luce dei fanali, due drappelli di strani individui. Camminavano inquadrati, per tre, con un curioso passo impacciato, il capo spenzolato in avanti e le braccia rigide. In capo avevano un buffo berrettino, ed erano vestiti di una lunga palandrana a righe, che anche di notte e di lontano s’indovinava sudicia e stracciata... Questa era la metamorfosi che ci attendeva. Domani anche noi saremmo diventati così. Come loro Levi, giovane chimico neolaureato, forse di agiata famiglia come Meliboeus – immagina Javier - domani non sarebbe più stato un uomo. E si sarebbe accorto per la prima volta che la lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo.
Nella biblioteca di Borges il crepuscolo avanzava. I vetri si stavano abbrunando, sempre più. I suoi occhi, ormai privi di luce, rinunciarono ad altre citazioni. I suoi pensieri tacquero. Infine il buio cui la sorte lo andava da tempo abituando tornò a regnare. Javier accese una piccola lampada. Voleva scrivere ancora qualcosa. Sapeva che per qualche ora il libro andava riposto e i pensieri forse l’avrebbero lasciato in pace. Prese il taccuino per gli ultimi appunti. Aveva imparato a scrivere anche al buio. Gli venne d’ascoltare un ultimo dialogo interno. Dopo la luce c’è il punto di svolta; l’ombra, che era stata cacciata, ritorna. Ma una più benevola voce riportava il pendolo indietro. ... e poi di nuovo la luce! Esitò. La notte incombeva. Sì... poi di nuovo la luce. Ma intanto?
Navigavamo da alcuni giorni e il senso di vergogna ancora non era passato. Avevo preferito il viaggio in nave perché l’aereo mi spaventava. Stavo muto sul ponte e guardavo innanzi con lo sguardo vuoto. Non riuscivo a scordare gli ultimi giorni a Buenos Aires e la smania che m’aveva spinto a cercare il libro introvabile di Borges. In biblioteca non era reperibile: c’era stato evidentemente, in passato, ma qualcuno doveva averlo preso a prestito e non restituito. Ma la scheda era al suo posto. Su questa si poteva leggere:
Borges, L. Javier, Il mio campo, Edizioni La Prensa, Buenos Aires, 1958. Una preziosa testimonianza sui lager nazisti. L’autore esamina con stile asciutto e distaccato la sua prigionia, una stagione che lo aveva segnato profondamente, e i fatti di cronaca che n’erano seguiti.
Dunque, m’ero detto, quella pubblicazione era legata a eventi dolorosi. Ma quali? quale prigionia? Per saperlo c’era forse una strada percorribile: i fatti di cronaca, i quotidiani di allora. L’emeroteca aveva sciolto il mio rovello, lasciandomi frastornato: un lungo e noto processo a un criminale nazista riparato nelle pampas, in cui Borges aveva testimoniato. Era stato intervistato da un quotidiano e aveva raccontato la sua storia. Lo aveva fatto in modo schivo, avaro di particolari... era tornato in Europa nel ‘41... veniva dal Lager anche lui, come altri: tutto lì... vi aveva passato due anni. Un articolo troppo breve. Il giornale gli aveva offerto un contratto per avere le sue memorie, un libro vero e proprio. Insomma... Javier avrebbe dovuto raccontare come aveva conosciuto quel boia. N’era sortito il «suo campo» infame.
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