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TEMI DI PSICODIALETTICA a cura del Centro internazionale di Psicodialettica Responsabile del Centro Prof. Luciano Rossi
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Il tenente Weinrich |
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Il tenente Weinrich© Luciano Rossi, 2008
Quando il capitano Nikolaj Nikolaevič varcò la piccola porta del palco di famiglia il sipario si era da un po’ levato e già il direttore d’orchestra stringeva la mano al violino solista. Era dunque in ritardo, il giovane ufficiale, e la madre lo avrebbe rimproverato. Non c’erano scuse per questa caduta di stile: lui aveva cenato in casa, con lei, con la sorella, e per tempo, ma poi non le aveva accompagnate. Le avrebbe raggiunte poco dopo. E invece no: s’era attardato in biblioteca con una wodka, con gli spartiti amati, e s’era perso in accordi al pianoforte. Al suo ingresso la madre s’era voltata appena. Niente più di un cenno del capo. Non era quello il momento di distrarsi: era di scena infatti lì, davanti a loro, al Bolscioi di Mosca, il grande Jozef Choiwa, il migliore violino che la Polonia avesse conosciuto. Anche Nikolaj lo amava, la madre lo sapeva bene; ma si perdeva quel ragazzo, che divideva le sue passioni fra la musica e l’arte militare. Inoltre lei non apprezzava per nulla quel vezzo di arrivare a spettacolo iniziato, tipica dei giovani ufficiali snob. Per non aggiungere, ma questo era un altro discorso, che lo vedeva così poco adatto alla guerra, il suo figliolo! Ma per fortuna la guerra non c’era e Nikolaj era di stanza proprio a Mosca in quel marzo del ‘38, sì che spesso aveva occasione di rientrare a casa per la cena. E mai capitava che dopo aver pranzato non suonasse per loro qualche aria di Chopin. A teatro poi, lui non mancava mai d’andare, soprattutto se, come quella sera, v’eran artisti di così alta fama. In quel concerto Choiwa superò se stesso. Le sue sonate erano però pervase, ancor più del consueto, da una grande e struggente malinconia. Qualcuno nel foyer disse che da molti mesi in Polonia v’era un’atmosfera plumbea di tristezza, come se la patria fosse sul serio minacciata. Dio non volesse, ma si temeva con non celata angoscia un’invasione tedesca, per l’autunno o la prossima primavera. E quella sera era il 16 marzo. Alla fine Nikolaj applaudì con insolito vigore: l’esecuzione era stata perfetta e l’anima di quell’artista amato gli era parsa superiore ad ogni cosa. Affascinava e inquietava quel volto indifferente che non sorrideva mai, come se non fosse più di questo mondo. Come se il suo cuore d'ebreo fosse di sasso. E anche il suo corpo appariva come statua, se l’archetto non percorreva le corde. Ma quando le prime note celestiali si diffondevano nel teatro, il suo corpo mutava e prendeva a fondersi con l’improvvisa protesi, assumendo configurazioni irriconoscibili. Il tronco, che prima era rigido, si scioglieva, e la postura si faceva morbida sotto la carezza di un’armonia che la dissolveva e la scomponeva, per ricomporla, infine, in un’immagine prima impensabile. Quella sera a Mosca Chojwa aveva inscenato ancora una volta la sua mitica metamorfosi e a Nikolaj era apparso trasfigurato. Era la prima volta che poteva guardarlo così da vicino e non volle perdere di vista nemmeno per un attimo la maschera ineffabile del violinista. Sì che quel viso, che gli pareva trascendere l’umano, andò imprimendosi nella sua mente a fuoco, mano a mano che i minuti passavano. In special modo era attratto da una curiosa cicatrice profonda, una scottatura, che aveva la forma di una V rovesciata o se vogliamo di una Λ greca e tagliava entrambe le sopracciglia nel loro mezzo e s’impennava poi a formare a metà della fronte una decisa guglia di campanile. I biografi avevano rivelato che se l’era procurata da piccolo, cadendo nel focolare su un treppiede ardente che aveva quella forma, appunto, acuminata. Tale profondo segno tuttavia non impediva che il viso di Chojwa esprimesse un’imperturbabilità ultraterrena e Nikolaj era certo che il primo violino conservasse la sua sublime indifferenza anche verso quella ferita, che nel corso dell’esecuzione addirittura era scomparsa agli occhi suoi, velata dall’estasi che sortiva da quella perfezione.
Fronte del Don, 16 marzo 1942Cara Madre, la vita qui prosegue, immobile e tediosa. Naturalmente questo ha i suoi vantaggi: non corro infatti nessun pericolo. Si va e viene abbastanza liberamente ora sul Don. Oggi pomeriggio ho fatto un’incursione col mio fido Ivan verso gli avamposti, ma sarebbe meglio dire le retrovie, della sesta armata tedesca. Credetemi, è una terra di nessuno in questo periodo di tregua. Nonostante sia la metà di marzo oggi faceva un freddo insolito e abbiamo avuto problemi con la camionetta. Ivan non mi ha risparmiato un lungo ragionamento sui motori freddi che non ho capito. Poi mi ha chiesto se con questa tregua non ci potessero mandare un po’ in licenza. Magari, cara madre, potessi tornare qualche giorno a Mosca e riabbracciare Voi e la mia piccola Tonia! Vi confesso che mi mancate molto tutte due, e anche il pianoforte. Ma non è il momento di malinconie! Per questo sono stato duro con Ivan: niente licenze! Quello che conta ora è salvare la madre Russia. Anche se la guerra sembra perduta, anzi proprio per quello, dobbiamo moltiplicare gli sforzi. Tutto si deciderà qui sul Volga, lo so, quando, finito l’inverno, la grande Germania si risveglierà. Per ora ci stiamo solo organizzando. E devo riconoscere che questa tregua è davvero preziosa per noi. A me è affidato il compito di osservare le attività del nemico. Compito non difficile visto che ci si può muovere liberamente. In particolare qui, fra il Don e il Volga ci sono dei corridoi che sembrano terra di nessuno... e appunto vi dicevo di oggi e della mia ricognizione con Ivan. Abbiamo percorso una strada drittissima, brulla e grigia, piatta, ghiacciata... sporca. La camionetta avanzava senza scosse e io mi sono quasi addormentato. Solo a un certo punto si è fermata con lungo stridio di freni. - Un incrocio. Che strada prendo? Siamo usciti a pulire le tavolette sporche di fango e una segnava: Veronoska, 12 miglia. - Per di qui – gli ho ordinato senza esitare. A Veronoska, madre, c’è un contingente della sesta armata tedesca. Si stanno certo preparando per il grande attacco di primavera e non si curano di noi. Ci considerano stremati e non si sbagliano. Comunque. Abbiamo proceduto indisturbati fino al villaggio. Abbandonata poi la camionetta dietro un rilievo a non più di cento verste dalle prime case e favoriti dalla nebbia, abbiamo proceduto a piedi. Credo che avremmo potuto entrare nelle vie e nessuno avrebbe badato a noi. Non c’erano che pochi meccanici in giro occupati a riparare mezzi. Militari pochissimi, ma quei pochi ti assicuro che erano eleganti e bene equipaggiati: nessun segno di stanchezza o crisi. E però basta! Non vi voglio amareggiare. Perché davvero, se Dio è giusto, tutto deve tornare come prima. Tutto: la nostra Russia, la nostra casa, i nostri concerti. Non Vi nascondo, madre, che oggi, correndo il 16 marzo, non ho potuto fare a meno di pensare che esattamente quattro anni fa eravamo insieme al Bolscioi ad ascoltare il grande Chojwa. Ricordate anche Voi? Sono certo di sì. Come dimenticare certi fatti memorabili che nemmeno un conflitto immane come questo riesce ad oscurare? Vi abbraccio con tutto l’affetto del mondo, Vostro Nikolaj
Il detenuto vide il sergente Bauer percorrere ancora una volta il suo pezzo di reticolato. Il sentiero, che altro non era se non le peste dei guardiani sulla neve, era ghiacciato e sporco. Era un bel ragazzo, Bauer, e camminava circospetto, attento a non sporcarsi gli stivali. Si annoiava, era evidente: sempre indietro e avanti, avanti e indietro a guardar per terra, o a guardar lontano, per non vedere quegli ignobili ebrei, dentro il recinto. Era un soldato tedesco diverso dagli altri e Spielberg, uno degli “ignobili ebrei”, n’era incuriosito. Quel guardiano gli appariva ogni volta diverso, e lasciava trasparire una personalità complessa, un atteggiamento talvolta superficiale, talaltra pensoso.Appariva ai suoi occhi come un giovane bellimbusto, forse di buoni studi, come potevano far pensare alcune espressioni del viso, eppure vanesio, attento a camminare nei punti buoni del sentiero e ad evitare pozzanghere, come se quella fosse per lui l’incombenza più impegnativa della guerra. Non pareva certo un eroe, sembrava piuttosto un imboscato di buona famiglia hitleriana. Il prigioniero aveva l’impressione che il soldato tedesco fosse anche ambizioso, ma che oltre a quel suo ruolo di guardiano non avesse saputo andare. Essere aguzzino oltretutto era un compito che non gli confaceva. In fondo era mite, sebbene con lui, e solo con lui, avesse avuto uno scontro personale. Un giorno, infatti, era entrato nel recinto e gli aveva fracassato il violino. Era da allora che Spielberg aveva cominciato a pensare di scrivere una storia che lo avesse protagonista, ma anche l’umiliasse, lo mostrasse sciocco, spaventato, codardo.
Quella volta a Bauer erano saltati i nervi. Erano troppi giorni che quel rompiscatole di Spielberg non la smetteva con quella sua lagna di violino, e allora si era giurato che, se avesse continuato, al prossimo giro sarebbe entrato nel recinto e glielo avrebbe fracassato in testa. Da metà novembre, quando era arrivato, non aveva fatto che suonare. E questo, a Bauer, gli faceva venire un’irritazione tale che gli avrebbe sparato in fronte; ma da novembre, quando i forni erano stati demoliti e le esecuzioni sospese, c’era meno durezza coi prigionieri. Ordini precisi. Józef Spielberg, un ebreo polacco di Cracovia, aveva avuto la fortuna – si fa per dire - di essere arrestato e condotto a Buna solo dopo che i forni erano stati distrutti. Aveva evitato il peggio e, vista ormai la confusione generale, aveva potuto anche conservare alcune cose personali. Ma da quel giorno, a causa di Bauer, non aveva più la sua musica: archetto e violino erano perduti. Quest’ultimo glielo aveva calpestato e mandato in frantumi. L’archetto, spezzato. Gli aveva lasciato solo gli spartiti: leggesse la sua musica in silenzio. Ma Józef non lesse la sua musica; si mise ad appuntare sugli spazi bianchi cose che Bauer mai avrebbe immaginato. In realtà scriveva di lui. Scriveva fitto, fitto, qualcosa, una specie di racconto. L’aveva buttata giù lentamente, quella storia, in condizioni ambientali impossibili; dalla sua panchina di prigioniero vedeva il mondo attraverso un reticolato. E poi non era uno scrittore lui; qui nel lager ora scriveva solo per sopravvivere, perché le ore passassero. Prima, seduto davanti alla baracca numero 15, suonava. Suonava il più possibile. Per il resto guardava. Dapprima il suo sguardo si era limitato a percorrere l’interno del recinto. Poi aveva messo a fuoco i fili metallici imperlati di gelo e di brina. Solo dopo alcune settimane la sua stentata speranza aveva attraversato le maglie per vedere cosa c’era di là: la campagna stecchita, i suoi guardiani. I guardiani di Auschwitz. Uno in particolare: lui, Bauer. Ora era dicembre e le cose si stavano mettendo al peggio per la Germania; anche nel campo fra i prigionieri si era sparsa la voce che i russi erano arrivati sulle sponde della Vistola. C’era stata subito una smobilitazione profonda nel lager tedesco e questo aveva fatto capire anche ai prigionieri che stava succedendo qualcosa di grosso. Pochi guardiani erano restati nel campo e la vita dei prigionieri aveva subìto drastiche costrizioni. Cambiate le abitudini, privati delle ore all’aperto, del cibo, di ogni cosa. Ogni oggetto distrutto, ogni testimonianza bruciata. Ma il personale tedesco era ormai allo stremo e anche la crudeltà cominciava a scarseggiare. Józef Spielberg poté nascondere il suo racconto. Fu così risparmiata dalla distruzione la storia del tenente Weinrich.
Era uno di quei giorni d’estate, questo del ’42, in cui i sottufficiali tedeschi del reparto fureria distaccato a Veronoska, se ne stavano fiacchi, accaldati e pensavano più o meno: “Che noia la guerra!”. Lo pensava il cuoco nella pausa meridiana mentre i soldati alla mensa sfaccendavano attorno ai lavandini, lo pensava il maggiore medico Ratsin che più di qualche enterite da mesi non curava; e lo pensava anche Weinrich. Bivaccavano tutti nell’ampia stanza ristoro ed era una bella giornata. Il cielo era limpido e dei russi neppure il sentore; forse erano tornati a casa... forse il fronte addirittura non c’era già più. Questo pensavano lì a Veronoska: che i russi erano stremati. Quanto al maresciallo Weinrich si può dire che addirittura n’era certo; lui non lo pensava, questo, lo sapeva di preciso. Non lo aveva forse sentito ripetere infinite volte quando era di stanza al Comando generale d’Armata? Era, infatti, in fureria solo da poco. Appena qualche settimana; prima alloggiava ancora al palazzo del Comando. E se aveva chiesto un trasferimento in quello squallido luogo, non era perché non stesse bene dove stava. Tutt’altro; la sua collocazione era confortevole... anzi di più: rassicurante. E al riparo lo era stato sempre, sin dall’inizio del conflitto. Nel corso della veloce avanzata il Comando s’era spostato di frequente, ma dal novembre del ‘41 non aveva più subìto spostamenti: e si era stabilmente aqquartierato in un signorile palazzo requisito. Lì aveva buon cibo e ancor meglio vestiva; soprattutto aveva stanza nel più protetto cuore dell’Armata. Sin dall’inizio quasi tutto aveva funzionato secondo i suoi piani: restare imboscato, evitare di combattere. Il Comando aveva sempre seguito a prudente distanza di sicurezza l’esercito vittorioso. E Weinrich con lui, sempre in retroguardia, sempre con i piedi su un solido, asciutto terreno, sempre calzando stivali di cuoio, di grasso lucido cuoio, senza mai scalfitture, sempre ben lustri. E sopra calzoni da cavallerizzo con toppe di pelle scamosciata. Camminando con quei piedi, parlando con quel tono che secondo lui doveva avere un ufficiale, si aggirava fra i commilitoni come un semidio fra i barbari... e pareva che la guerra non lo toccasse proprio, che risparmiasse solo lui. Ma nessuno è contento di sua sorte e anche lui... qualcosa lo rodeva. Quello che non gli andava giù era il suo grado, le sue funzioni: quella che ricopriva, e da troppo tempo, era una mansione banale, svalutante, che gli stava sempre più stretta. E così aveva deciso: voleva ad ogni costo diventare ufficiale. Epperò restando sempre lì, di stanza al Comando, beninteso! E dopo, con la sua promozione, i soldati avrebbero dovuto chiamarlo “signor tenente”, specie vedendolo così curato, perfetto. Ora, su un semplice maresciallo tutta quell’eleganza – dobbiamo dirlo? – era più ridicola che altro. Questo lo riconosceva anche lui. E sognava un futuro diverso. Gli sembrava persino di vedere, dopo la sua eroica impresa, una serie di promozioni facili che lo avrebbero accompagnato sino alla fine, per altro vicina, della guerra vittoriosa. Vedeva il resto della sua vita come il succedersi di scene a sempre più alta luce: promozione, nuovo incarico, soddisfazioni, nuova promozione; una serie di atti di passaggio ininterrotti, di stanza in stanza, con stucchi sempre più dorati. Questo soltanto sarebbe stato in tono col blasone della famiglia. Solo così la vita sarebbe diventata di nuovo bella e giusta, e una serie di promozioni ne sarebbe stata l’effetto e la premessa. Ma come fare? Doveva sottoporsi agli orrori della guerra di tutti per ottenere quel che voleva? Diamine! Era o non era un Weinrich? Suo padre non fabbricava forse, aristocraticamente, i cannoni per la grande Germania? Non conosceva forse il Führer molto bene? E subito si rispondeva che, sì, suo padre conosceva bene il Führer, ma che ormai aveva già usato il suo buon nome per imboscarsi al Comando. Anche se gli pareva che la sua famiglia meritasse maggiori ricompense, si rendeva conto d’esser il solo a pensarla così non solo presso il Comando, ma in tutta la Sesta Armata. Inoltre ben altre cure aveva il Führer in quel momento perché suo padre lo potesse disturbare. Dunque la cartuccia del nome era già spesa e la faccenda archiviata; bisognava inventarsi qualcos’altro. Ma al di là del nome, altro non aveva. Né coraggio, né entusiasmo, né fede. Tuttavia la situazione era chiara: per avere la promozione ci voleva un’azione di guerra, un’azione brillante. Brillante... ma non rischiosa, naturalmente. Se possibile, senza sporcare troppo l’uniforme. Ci sarà pure un evento – si diceva – che possa mettermi in luce, un evento, una via fino ad ora inesplorata! La sua occasione doveva pur arrivare! Allora avrebbe chiesto al generale il permesso di sgranchire un po’ le gambe. E però capiva che quell’opportunità, fin che restava lì presso il Comando, non sarebbe mai arrivata. Le avventure più pericolose che potevano occorrergli in quel posto erano le pigre passeggiate dal palazzo al Presidio e ritorno, per portare o ritirare dispacci. Ogni giorno purtroppo gli toccava di farlo, anche d’inverno, anche quando le strade erano fangose. Insomma a guardar la sua giornata pareva proprio che lui non fosse in guerra e nemmeno sapesse, o prendesse in considerazione, quel che accadeva ai camerati. La preoccupazione più grossa che aveva sembrava quella d’evitare il fango. Anche a febbraio, quando il terreno era ghiacciato, lui temeva sempre di sporcarsi o di inciampare. E proprio in un giorno di febbraio gli capitò uno sgradevole incidente. Tornava dalla consegna dei soliti dispacci e aveva una gran fretta di togliersi da quel luogo disadorno. Ma non accelerava l’andatura, naturalmente. Non sarebbe stato elegante. Teneva dunque il solito passo elastico, morbido, del tempo di pace, il passo che vivere all’ombra del generale gli consentiva anche in guerra. Gli stivali lucenti, il berretto ben calzato, in tono col vestito. Guardava avanti, svagato. Gli occhi portati lontano senza vedere nulla, lo sguardo attraverso le cose. Fu allora che inciampò in uno spuntone di qualcosa, qualcosa di appuntito che sporgeva da terra e gli graffiò lo stivale. E per poco non cadde. Bestemmiò inviperito. Ma come? Dentro il recinto del Comando c’era questo disordine, questa noncuranza? Si disse che avrebbe fatto subito rapporto a... ma a dir la verità non gli sovvenne nemmeno a chi consegnare la sua protesta. Tornò comunque indietro a vedere di cosa si trattasse... giusto per riferirlo, e vide... vide che dal ghiaccio emergeva un osso spezzato e, poco distante da questo, un lembo di divisa. Aguzzò la vista, con le suole raschiò un velo di neve e sotto... sotto il ghiaccio, quasi in trasparenza, si scorgeva il corpo di un uomo. Era un russo. Morto. Sepolto nel ghiaccio duro, terroso e crespo. Affossato da interminate scie di cingolati. Una cosa davvero disgustosa! Di russi morti, da vicino non ne aveva mai visti. Il disgusto si accrebbe e con lui l’irritazione. Il servizio d’ordine della Sesta Armata non aveva funzionato. Era la prima volta, che lui sapesse. E l’aveva scoperto lui! Aveva scoperto, e quasi n’era fiero, che alla macchina bellica tedesca, perfetta in tutti i settori, lui era riuscito a trovare delle mancanze. Tuttavia quella vanità presto scomparve e lasciò il posto ad una nuova angoscia. La Sesta Armata non era più un luogo pulito, protetto, sicuro. La Grande Madre non lo proteggeva più. Per di più quello non fu l’unico segnale di malfunzionamento. Lui, che non usciva mai da palazzo, se non per quell’incarico noioso, quel giorno ebbe difficoltà a rientrarvi, a ritrovare la via del ritorno, impresa che improvvisamente apparve irta d’ostacoli: bunker, casupole, tende e veicoli in sosta, alla rinfusa. Solo allora si rese conto che nelle strade non c’erano quasi più cartelli segnalatori: molti erano stati divelti per far posto a depositi e qualcuno era addirittura caduto per incuria e giaceva mezzo sepolto dall’ultima neve. Si perse più d’una volta e più d’una volta bestemmiò. E sì che il palazzo pure lo vedeva, da lontano! Ma un labirinto disordinato di ostacoli non gli permetteva di raggiungerlo.
Weinrich a Veronoska c’era arrivato per caso. Da quell’avamposto avevano chiesto al Comando uno scritturale da inserire in una divisione in riposo provvisorio. Era, quella, una divisione che aveva combattuto duramente; se pur si stava adesso riposando e curando le ferite, aveva attraversato giornate durissime e i soldati ne serbavano le tracce nei visi e negli animi. Era un corpo duro e concreto, quello. Weinrich non vi si trovava certo a suo agio; dislocato lontano dal Comando, doveva improvvisamente condividere alloggi modesti. Era diverso da ogni altro commilitone presente lì: lui mai aveva sparato un colpo o rischiato di prendersene uno in corpo. E questo glielo si leggeva in faccia. - Guardate chi ci hanno mandato. Levati quella pecora di dosso! Era stato quello il commento più benevolo dei nuovi compagni. Si levò dunque a malincuore la pelliccia e accettò la divisa di tutti. Accettò anche una tuta non stirata. Ma quando vide la camerata addirittura sbigottì: vi erano solo nude brande... e doveva dormire lì! In quelle! Tuttavia ancora voleva la promozione più di tutto, e dovette rassegnarsi lentamente al quel degrado. Questo fu bene perché cominciò presto a capire che ci poteva essere di peggio. Sì, perché le notizie che progressivamente arrivavano dal fronte erano sempre meno tranquille. E almeno, anche lì, come al Comando, pericoli non ce n’erano. Così si arrese; si lasciò crescere la barba e cominciò a vivere come gli altri. Ma purtroppo questi soli sacrifici non potevano servire al suo scopo. L’occasione buona sembrava non capitare mai, nemmeno qui a Veronoska. Risentito con la sorte, errava mesto per il campo. Il capitano Feldmann lo notò e lo tenne d’occhio. Aveva chiesto informazioni su di lui. Aveva così avuto occasione di appurare che quel codardo aveva un certo grado d’istruzione e una notevole ricchezza di famiglia. Pensò allora al suo futuro, agli anni del dopoguerra ormai imminente e decise di tenerlo accanto a sé. Bevvero e fumarono insieme, giocarono a scacchi. Oziarono fin che le cose rimasero tranquille. Ma non lo rimasero per molto. Non che i russi, che sembravano essersi d’improvviso risvegliati, avessero preso a bombardare proprio lì a Veronoska, ma gli obici dei mortai e delle bombe cadevano abbastanza vicino e allora il suolo tremava tutto e dal soffitto cadeva qualche volta un calcinaccio. Cominciò ad avere paura. La guerra cominciava a riguardarlo. Mai gli era stata così vicina. Ebbe cura di non farsene accorgere, naturalmente, però di colpo desiderò ritornare al Comando. Tanto più che, dopo il riposo, la Divisione, una volta curati i suoi acciacchi, sarebbe ritornata operativa, e magari al fronte, ormai vicino, sotto i colpi diretti dei mortai e dell’artiglieria. Inoltre da alcuni giorni si sentiva dire di una progettata incursione verso ovest incontro ai russi, e questo era uno degli avamposti più occidentali della zona. Questa divisione sarebbe stata una delle prime a partecipare all’operazione e lui non aveva nessuna voglia di fare l’eroe. Doveva trovare la maniera per concludere la sua permanenza in fureria, del resto lo sapevano tutti che lui era lì in momentanea supplenza. Solo c’era il cruccio che lui era ancora un semplice maresciallo e tutto questo - tute, brande, freddo e disagi di ogni genere - non era servito a nulla. Se fosse tornato ora, l’avrebbe fatto con la coda tra le gambe.
Decise di restare ancora un po’; in fondo da qualche giorno le notizie allarmanti erano assenti. Una notte però mentre giocavano a carte nella stanza del capitano una sentinella mise dentro la testa: - Fuori sta succedendo qualcosa, signor capitano! Indossato il mantello, Feldmann uscì. Weinrich lo seguì come un’ombra. La notte era scura; la bocca di un lupo lo sarebbe stata di meno. Non si vedeva nulla, assolutamente nulla. - Storie - disse Feldmann, e si volse per rientrare. Fu allora che Weinrich vide qualcosa all’orizzonte: - Là, signor capitano! Questi guardò verso il punto indicato e vide un barbaglio rossastro; inoltre assieme ad esso cominciò a udirsi un ronzio, un rumore via via più profondo, più forte. Un aereo stava atterrando... era russo? Era tedesco? Si avvicinò sempre più, forse toccò terra... sì, chiaramente aveva toccato terra, e infine si era fermato, a poche centinaia di metri da loro e aveva spento le luci. Dopo di che tutto fu silenzio e la notte fu più buia di prima. Weinrich e il capitano rientrarono. Se l’aereo fosse stato russo la cosa la cosa avrebbe assunto il carattere di uno sprezzo inaudito. Feldmann decise che occorreva andare a vedere... e Weinrich intravide in questo l’occasione attesa. - Vado io, signor capitano. - Tuuu? - Sì, io... potrebbe essere un aereo nemico e quest’impudenza, da parte loro, quest’assenza di precauzione... di paura, potrebbe esser un elemento preoccupante; vorrebbe semplicemente dire che non hanno più paura di noi, che ci considerano accerchiati e senza rifornimenti, che ci tengono in conto di nulla. Ma sarebbe anche un modo per sorprenderli. Chiaramente loro non sanno che il Führer sta inviando a Stalingrado nuove potenti e fresche Armate. - Nuove Armate, eh? Beh! Vedremo domattina. - Domattina? Non è meglio andare di notte? - Domattina decideremo. Di notti ce ne saranno altre.
Porca miseria! Si trattava proprio di un aereo russo. Alla luce dell’alba lo si vedeva benissimo. Sembrava morto, disabitato; intorno a lui nessun movimento. Il capitano passò dall’incredulità al furore; decise di farlo saltare, subito. Occorrevano dei volontari... Weinrich si era già proposto, ma non sapeva nulla di esplosivi. Gli doveva associare un buon artificiere: avrebbe fatto tutto l’altro. Fu deciso che si sarebbe agito la notte seguente. Weinrich non era preoccupato; era sicuro che l’aereo fosse deserto, che il pilota si fosse dato alla fuga. Ma il capitano ordinò prudenza e la prudenza consigliava comunque di avvicinarsi strisciando. Strisciare? Sul terreno c’era neve sporca! Così a contatto con la terra, lui non c’era stato mai. Il mitra lo impacciava, il viso si era riempito presto di neve e di graffi per gli spuntoni di ghiaccio che emergevano improvvisi. L’impresa si rivelava più sgradita del previsto; l’avanzamento inoltre era lentissimo e lui non vedeva nulla. Nell’oscurità totale chiamò sottovoce il compagno. Nessuno gli rispose. Fu preso dal panico. Era solo. Tornare? Sì, sarebbe tornato, e subito: a questo punto i suoi desideri erano del tutto mutati e dell’impresa che lo distinguesse non gliene importava più nulla. Nulla gli importava del grado di ufficiale. Si volse e iniziò la ritirata. Ma in quello stesso istante qualcosa lo impietrì, perché l’inferno decise di scatenarsi proprio allora. C’era stato un razzo nel cielo e una mitraglia russa aveva cominciato a sparare. Si convinse che lo avevano scoperto e cominciò a morire di paura. Per giunta le postazioni tedesche avevano iniziato a rispondere con colpi di mortaio. In pochi attimi sopra di lui, che stava appiattito contro il terreno come una foglia affossata dal passaggio di mille scarponi, il cielo diventò di fuoco. Il sangue gli pulsava furioso nella testa. La cosa durò pochi minuti: un tempo interminabile! Poi tutto tornò silenzio. Attese mezz’ora immobile, infine con precauzione cominciò ad arretrare, sempre strisciando. Indietreggiò finché incontrò un ostacolo, un corpo: l’artificiere! L’uomo giaceva morto sulla neve e lui l’aveva toccato!
La sua insonnia, alternata a brevi incubi, durò fino all’alba del primo novembre. Weinrich era già sveglio da ore. Quella notte di fuoco nei pressi dell’aereo, il contatto con l’artificiere morto, gli avevano tolto il sonno: da allora viveva in uno stato di allarme continuo. Ogni rumore lo faceva sobbalzare, anche se erano seguiti giorni tranquilli. Inutile dirgli che il fatto dell’aereo era un evento isolato, che non ci sarebbero stati altri attacchi, come Feldmann andava ripetendo. Né lo rassicurava la voce che s’era sparsa, addirittura insperata, che la Sesta Armata doveva trasferirsi in Italia: anche questa buona notizia, anzi ottima notizia, che aveva messo euforia a tutti, non era bastata a farlo dormire. Così quella mattina, quando il telefono squillò, tutti dormivano meno lui. Rispose al secondo squillo. - Qui, fureria! - Il capitano Feldmann, subito! - Sta dormendo, chiama più tardi. È ancora notte. - Sveglialo imbecille, è già mattina... e poi se lo vuoi sapere i russi hanno iniziato l’attacco. Sì, qui a Miluchin, a meno di mezz’ora dal vostro culo!
La camionetta guidata dal caporale correva sobbalzando. Miluchin distava appena trenta chilometri dalla fureria e i russi stavano avanzando. Feldmann e Weinrich stavano andando là. E però era strano: erano quasi arrivati e tutto era silenzio. Evidentemente l’allarme era venuto da un marconista ubriaco. La nebbia grigia si dissolveva lentamente. Tutto era pace. Solo a tratti pareva che qualcosa stonasse, un ronzio, che poi presto cessava. Weinrich si stava chiedendo cosa fosse. Ma l’aria fu squarciata prima che riuscisse a rispondersi. Prima ci fu uno schianto immane, isolato, poi, a seguire, la violenza inaudita dei boati divenne continua. Il suolo cominciò ad eruttare montagne di terra, il cielo a coprirsi di fumo acre e irrespirabile. Il grande attacco era forse cominciato? - Proprio ora che stavamo per andare in Italia – urlò mentre la carretta tornava furiosamente alla base. Si teneva attaccato per non essere sbalzato via. Ma una volta l’occhio si posò distintamente sul terreno e rabbrividì: sul terreno ghiacciato parevano esserci orme di cingoli freschi. Forse i carri avevano sfondato ancor prima a nord, sulle ali, e li stavano precedendo alla base. Ma era difficile esserne certi perché dopo quell’attacco tutto tornò silenzio.
Miluchin si trovava al centro del fronte occidentale. Non sapevano nulla del Nord, i collegamenti erano interrotti. I tedeschi avevano curato le ali dello schieramento, oppure no? La risposta arrivò la notte seguente, nel modo più antico del mondo. Un’ombra scura era comparsa davanti alla sentinella. Al chivalà essa non rispose. Barcollò e cadde addosso al piantone. Questi vide che il sopraggiunto era tedesco e imbrattato di sangue. - Il capitano Feldmann – aveva farfugliato prima di svenire. – Là... i russi... arrivano.
- Ci siamo! - si disse Weinrich. Anche Feldmann ascoltava: c’era tutto un vibrare e tremare leggero, appena percettibile, di quelli che fanno tremolare la fiamma delle candele nelle tende. Un brontolio e un mormorio continui come di marosi cupi, sordi, lontani o un temporale in arrivo. E insieme a loro sulla linea d’orizzonte andava crescendo una gialla muraglia di fuoco, ondeggiando e divampando. - Arrivano – disse a bassa voce - arrivano. Ma non aveva ancora finito di dirlo che... vvvrrruuuummm, e tutto sembrò volare in aria. Weinrich fu scaraventato in alto, la terra sussultò in conati spaventosi. Fiamme, rumore e odore si fusero in un unico acre inferno. Se anche Weinrich fosse stato sordo, i rumori gli sarebbero entrati dal costato, dalla schiena, dal ventre. La fine era cominciata. Ed era orribile!
Nelle ultime settimane prima dell’arrivo dei russi anche Bauer ogni tanto guardava Józef con occhi nuovi; ricordava con vergogna quel giorno in cui con improvviso impulso non compreso né contenuto gli aveva fracassato il violino, per quella lagna triste e continua, e capiva finalmente d’averlo fatto per invidia. Ma da come lui aveva preso la cosa, con quiete, indifferenza quasi e... poiché adesso che lo vedeva sempre scrivere e solo scrivere, insomma... era incuriosito. Sì perché anche lui, Bauer, scriveva un tempo. Qualche racconto, qualche poesia. Quando fosse terminato tutto forse avrebbe scritto anche di questo campo e magari di Spielberg. Un racconto su di lui. Un racconto su Spielberg, sempre seduto nello stesso posto, sempre sulla stessa panca di legno. - Dovresti vederlo – aveva raccontato al camerata Gerlach. – Dovresti vederlo: tutto rannicchiato con le ossa che spuntano dalla coperta. Sta sempre sulla panchina fuori dallo stalag al freddo e guarda... guarda e scrive. A volte ho l’impressione che guardi me. Prima non scriveva, suonava soltanto, suonava sempre. Una volta m’ha fatto venire una rabbia tale con la sua tiritera che gli ho frantumato il violino con i piedi. - È una delle persone più magre che ci siano qui dentro – aveva aggiunto. – Ma non sembra patito, denutrito. Lui è così e basta... magro. Questo mi fa infuriare ancor di più. Il camerata lo ascoltava annoiato. - E poi, ascolta, un giorno gli ho parlato: come ti chiami, gli ho detto, wie heisst du... il tuo nome! 2732, mi ha detto. No, il tuo nome, avevi un nome prima. Mi dà un nome tedesco, Spielberg, mi dice. - Spiel, eh - gli dico io – ti divertivi a dare spettacolo col tuo violino, vero? Ma qui niente spiel, niente spettacolo, spettacolo kaputt. Da un lato avrebbe potuto ignorarlo, percuoterlo, perfino ucciderlo. Ma suo malgrado sembrava invece cercarlo e subirne il fascino. Continuava a interessarsi a lui, e se poteva gli si avvicinava, gli parlava, e le sue parole pareva che lo facessero star bene. Il camerata Gerlach non capiva. Bauer si spiegò meglio. - Mi incuriosisce, ho come bisogno di andar là a parlare. L’altro giorno per esempio, vado là con una scusa e gli faccio: “Hai bisogno di altra carta, Spiel?” E lui mi guarda, ti assicuro Franz, come se lo avessi disturbato. Ma in modo sereno; è il suo modo di guardare, quello. Lo sai no? Da ebreo fottuto. - Il violino – quasi sorride – ridammi il mio violino. Anche se non c’è più... tu sei tedesco, tu puoi tutto. E mi schernisce così, senza i segni della paura. Avevo fin voglia di chiedergli se sapeva che i russi ormai sono vicini, e che presto sarà libero o anche solo cosa stava scrivendo così intento. Ho come un bisogno di rassicurarlo, come se mi sentissi in colpa verso lui o non so cosa. Ma lui sembra rassicurare me, lo sciagurato. E in fondo è giusto così; loro stanno per tornare a casa, liberi; e noi chissà. Mi ha raccontato che la sua famiglia è benestante e tutti in casa sua suonano strumenti a un buon livello, e qualcuno fa concerti. In realtà Jozef non aveva mai raccontato nulla di tutto questo a Bauer. Il tedesco stava immaginando tutto, e sempre di più, ogni cosa. Inventava. Febbrilmente inventava. E cominciò a scrivere anche lui. Di Spielberg. Difficile crederlo: Bauer che scriveva di Spielberg! E gli cambiava nome. E gli disegnava sul capo un aureola di luce. - Sai, mi ha detto che dopo i primi tempi, dopo l’episodio appunto del violino, io sono diventato buono con lui e che dopo la guerra ci vedremo. La sua casa è a Varsavia e loro sono lontani parenti di... Farneticava Bauer, appunto... e parlando con Gerlach prima, ma sulla carta poi, uscì un racconto di fantasia sul prigioniero. Lo immaginava prima della guerra: elegante, gloriosamente impegnato in concerti nei maggiori teatri del mondo. Immaginava che anche molti dei suoi compatrioti dovevano averlo ascoltato a Berlino e i francesi a Parigi e i russi a Mosca, gli stessi russi che ora stavano arrivando. Inventò che una sera a Mosca un ufficiale russo lo avesse applaudito, che fosse un suo ammiratore e che ora sarebbe venuto a salvarlo. Lui che tanto aveva disprezzato Spielberg o lo aveva tenuto in nessun conto, come ogni altra larva del campo, ora si trovava a immaginare, a fantasticare, come fosse prima delle atroci sevizie subite. Lo immaginò coi capelli, con abiti civili, con un portamento eretto e lontano. Immaginò un ufficiale russo che lo applaudiva al Bolscioi, e i mesi che seguirono, lo scoppio della guerra. Diede al russo il nome provvisorio di Nikolaj e lo seguì con la fantasia a Srjednje, a Miluchin, a Stalingrado. E riuscì anche a “vederlo”: sul suo blindato, diretto alla Vistola senza colpo ferire.
La notte era ancora alta quando, sospeso il suo racconto, Bauer uscì nello stretto corridoio di luna piena che separava i due recinti. Si udivano sempre più vicini i colpi dell’artiglieria. Vide che davanti alla baracca di Jozef era seduta un’ombra scura: era lui. Lo chiamò. Lui venne. - Cosa sono questi spari? - I russi - rispose Bauer - dall’altra parte del fiume; fra due settimane tutto sarà finito. - Tutto finito? Poi l’ombra di un sorriso: - E tu? Bauer guardò fisso in viso il prigioniero che senza paura gli aveva dato del tu; da alcuni giorni non c’era più nulla da mangiare e la cicatrice che gli solcava le sopracciglia si era stirata sulle ossa della fronte, si era scurita, era diventata un sinistro emblema della tragedia universale. - Domani andrò al fronte, al macello, incontro ai russi. Non ci vedremo più. Tu, invece... fra qualche giorno tu sarai libero. Non disse nulla, Jozef. Guardò Bauer ancora una volta; lo guardò con i suoi occhi di diverso, con la sua anima diversa che nessuno avrebbe saputo mai spiegare al mondo, e vide nel tedesco i primi germi di luce.
I pochi guardiani rimasti nel lager di Buna dopo l’offensiva della Vistola erano i più anziani, inadatti al fronte. Ma dopo il pesante bombardamento russo anche loro se ne andarono dal campo. Fuggirono, lasciando i cancelli aperti. Nel lager di Buna restavano ora solo duecento prigionieri, per lo più malati; non più guardiani, non più cibo. A questo punto si poteva uscire dai cancelli non più guardati, ma non lo fecero: restarono lì, stremati... restarono lì a seppellire i morti. Quando i russi arrivarono lo spettacolo fu tragico e singolare assieme. I prigionieri erano ridotti a larve che si aggiravano inebetite e mute; non alzavano nemmeno la testa per guardare i salvatori. I russi entrarono alla spicciolata a due, a tre, e in ordine sparso si diramarono nei camminamenti del campo. Il capitano Nikolaj Nikolajevic avanzava nel corridoio centrale. Ciò che i suoi occhi vedevano era mostruoso. Un cronista di guerra, un certo Escher, ebreo tedesco rifugiatosi a Mosca già nel ’35, e ora al seguito dell’esercito russo, lo vide camminare fino alle baracche, ed entrare a caso in una d’esse. Lo vide guardare muto gli uomini, per lo più a letto, immobili, malati o stremati. Pochi erano in piedi ad accudirli, e furono gli unici che si girarono al suono dei suoi passi. Uno solo non si volse e continuò a strizzare una lercia pezzuola e applicarla su una fronte arsa dalla febbre. Nikolaj lo chiamò. - Non avete più medicine? – gli chiese forte, prima in russo poi in uno stentato polacco. L’interrogato infine si girò, lentamente, quietamente: un’orribile cicatrice a V rovesciata gli traversava i sopraccigli sereni.
Quei due Escher non li perse più di vista. Erano troppo singolari. Nei giorni che seguirono li vide camminare lungamente insieme, fuori dei reticolati di quello che era stato il campo di Jozef. Nikolaj non si stancava di passeggiare con lui, e rifocillarlo, e ammirarlo, o interrogarlo, sui segreti del pentagramma, con deferenza, con discrezione, per non disturbare troppo il grande violinista. Le sorti si erano invertite. All’interno dei reticolati i nuovi prigionieri, tedeschi catturati in battaglia o ex-guardiani del campo, si trascinavano lentamente a capo chino, silenziosi, ma i più stavano fermi, avvolti nei loro mantelli. Guardavano nel vuoto, spenti, increduli che in sette anni si fosse buttato al vento il luminoso avvenire di un popolo. Solo qualcuno guardava semplicemente le cose che aveva davanti, con occhio indifferente, privo di giudizi. Solo se gli capitava di incrociare la smagrita figura di Choiwa passeggiare col vincitore, abbassava il capo per non incontrare il suo sguardo. Non quello del capitano russo, quello non importava. Era del prigioniero che avevano vergogna. Anche Bauer, seduto sul fango secco, li vide da lontano che venivano. Non provò nulla di preciso: aveva la mente vuota. Ogni suo pensiero, ogni sua emozione... erano stati usati, espressi, consumati nel suo racconto. Non abbassò gli occhi quando arrivarono e lo guardarono, era come se per lui fosse finalmente possibile una pace interna. - Chissà cosa proveranno loro? – si sarebbe chiesto in altri momenti, ma ora non lo fece. Non si chiedeva nulla: le cose erano diventate semplicemente quel che erano, senza attributi, senza commenti, senza riflessioni. Forse Spielberg era entrato in lui.
Il suo personaggio, il suo racconto, erano entrati in lui e lo avevano guarito.
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