|
|
TEMI DI PSICODIALETTICA a cura del Centro internazionale di Psicodialettica Responsabile del Centro Prof. Luciano Rossi
|
|
|
|
La dialettica di Venere e Psiche |
|
Home | Presentazione | Storia del Centro | Il pensiero | Trasformazione | Letture
Pubblicazioni | Links | Articoli | Proprietà | La pagina letteraria
|
La dialettica di Venere e Psiche di Lisa Marchetta
Per concludere, i pianti, le percosse, e talvolta una morte violenta, sono segni premonitori di guadagno e di prosperi eventi; al contrario, il riso, l’empirsi il ventre di pasticcini al miele, e l’abbandonarsi in compagnia ai piaceri di Venere, lascian prevedere nel futuro patemi d’animo, infermità fisiche e tanti altri fastidi. Ma io cercherò di distrarti con qualche piacevole racconto e con qualche favola di quelle che sanno le vecchie. E così inizia a raccontare [1] . Apuleio
Primariamente il mito ci conduce per mano lì dove vuole portarci, come facevano le favole con i bambini, che stavano semplicemente ad ascoltare. Così alla prima lettura si cede alla logica della fiaba, si gusta l’assurdo e si entra nel sospeso mondo della fantasia. Il mito rappresenta una sintesi che immediatamente colpisce l’attenzione. È solo in un secondo momento che cerchiamo di trovare un senso, ci chiediamo quale sia il messaggio che può esserci utile nella nostra vita da svegli. Così ci distacchiamo dal mito per guardarlo da lontano e lo analizziamo. Facciamo a pezzetti la storia poiché ne intuiamo l’origine frammentata e tentiamo di interpretarne i simboli. Quando è possibile ne traiamo l’insegnamento che riteniamo giusto per noi e poi lasciamo tornare il mito nel grande sonno. Seguendo il medesimo approccio si è voluto analizzare il rapporto tra umano e divino nel caso specifico della mitica vicenda di Psiche e Venere, traendone una sequenza dialettica che conduce Psiche a riconciliarsi con il proprio divino interiore e a scoprire il proprio sé. Erich Neumann, interpretando nel suo Amore e Psiche il celebre mito, parla di conflitto tra Venere e Psiche, conflitto che secondo l’autore fa da sfondo alla vicenda, mentre nella nostra lettura poniamo la dialettica di Venere e Psiche in primo piano ricavandone i cinque passaggi propri della Psicodialettica. Psiche compie un viaggio nel quale prima si allontana da Venere e poi si ricongiunge a lei, trovandosi infine in una posizione nuova, divina, e in cui qualcosa di assolutamente diverso è nato, qualcosa che ha a che fare con lo spirito e che viene chiamato Voluttà.
1) In un primo momento Venere e Psiche si trovano nella condizione naturale di indifferenziazione. Sulla terra una nuova Venere viene ammirata e contemplata dalla folla:
... portando la destra alle loro labbra e unendo l’indice al pollice, adoravano religiosamente la giovane, come se fosse la dea Venere in persona.[2]
Tale condizione non è relativa alla provenienza umana/terrena di Psiche, ma alla sua natura divina, alla talentuosa bellezza “che lingua umana non avrebbe potuto trovar parole per esprimerla”[3] che la rende Venere agli occhi degli umani. Psiche è umana, ma è anche divina perché supera in bellezza persino Venere. E già tra gli umani si cercano teorie su questo fenomeno:
... persino si vociferava che per un mai visto prodigio di fecondazione dell’umidità celeste, non il mare questa volta, ma la terra avesse dato alla luce una seconda Venere ricca del fiore della verginità.[4]
Così si diffonde il mito di Psiche che si avvia a sostituire il mito di Venere. Psiche diventa quindi, agli occhi degli umani, una Venere terrena: e così “vedendo”, gli umani finiscono per considerare il suo talento, la bellezza, come una qualità divina. Venere non può tollerare che gli umani non dimostrino più un’adorazione religiosa per la Grande Madre, per la nutrice di tutti gli esseri, e se pure nel mito si racconta dell’atteggiamento servile di tutte le altre divinità nei riguardi di Venere, essa non accetta che gli umani non si interessino più a lei.
Accorrono le figlie di Nereo, che cantano in coro, Portuno con la sua barba verdastra, Salacia il seno colmo di pesci, Palemone, il piccolo auriga che guida un delfino; qua e là nel mare scorrazzano a schiere i Tritoni, e uno suona leggiadramente la tromba con la sua conchiglia sonora, un altro tende contro ai raggi fastidiosi del sole un serico velo, un terzo pone sotto gli occhi della padrona uno specchio, e altri ancora in coppie trascinano a nuoto il cocchio della dea. Tale è il seguito che fa corteo a Venere nel suo viaggio verso l’oceano.[5]
Venere e Psiche sono unite da un filo sottile e invisibile che le lega. A Venere non importa più del suo corteo, della sua vita celeste, le interessa la vita degli umani, la vita della giovane Psiche. E la grande Venere si rivolge a “quel suo figliolo alato e audace non poco”[6], ad Amore, affinché proprio lui condanni Psiche all’amore per l’uomo più malvagio della terra. Le frecce di Amore tutto possono, non ha limiti la sua potenza, anche il suo stesso padre o la stessa Venere possono cadere prede dei suoi divini strumenti.
2) Il primo passaggio dialettico, qui inteso come seconda fase, quella della prima negazione, avviene quando Psiche si separa da Venere.
Psiche invece, vergine senza innamorati, rimaneva in casa a piangere sul proprio abbandono e, dolorante nel corpo e nell’animo, odiava in sé quella bellezza che pur la rendeva oggetto di piacere per tutte le genti.[7]
Psiche intraprende il suo percorso di separazione da Venere quando inizia a odiare il proprio dono divino, naturalmente dato, la sua bellezza, che non le permette di condurre una vita umana: poiché viene considerata una dea, nessuno la chiede in sposa. E il padre, che non può opporsi al destino di Psiche, interroga l’oracolo chiedendogli come può dare un marito alla figlia. Secondo l’oracolo, Psiche dovrà essere portata alle nozze di morte su un monte dove un terribile mostro, temuto da Giove stesso, l’avrà in sposa. E quando Psiche viene condotta sul monte così si rivolge ai genitori, a ulteriore conferma della sua separazione da Venere:
Questo sarà per voi il bel premio della mia straordinaria bellezza; tardi vi accorgete della piaga che vi ha inferto un odio implacabile. Quando le genti e i popoli mi rendevano onori divini, quando un universale consenso mi davano il titolo di novella Venere, allora avreste dovuto dolervi, allora versar pianti, allora, si, prendere il lutto, come se fossi estinta. Ora mi accorgo che causa della mia rovina è il solo nome di Venere. Portatemi via e lasciatemi su quella roccia cui il destino mi ha condannata: ho fretta di affrontare queste felici nozze, ho fretta di conoscere quel mio nobile marito. Perché dovrei indugiare, perché dovrei rifiutare d’incontrarmi con colui che è nato a rovina dell’universo intero?[8]
Psiche mostra la propria indipendenza di pensiero rispetto ai genitori, e agli umani tutti, scoprendo già l’esistenza della dialettica: come se dicesse che ciò che appare bello in realtà è brutto e viceversa. Si separa così dal “pensiero povero”[9] della famiglia di origine per andare incontro al proprio destino. Il destino più terribile, quello di un essere umano infelice, sembra dire, può riservare qualcosa di positivo. E questo perché la divina felicità di essere Venere riserva il negativo.
3) A questo punto ha inizio lo stato differenziato, di transizione. Psiche si trova al cospetto di un marito meraviglioso che, grazie a Zefiro, la trasporta in un luogo paradisiaco dove il bosco fa da cornice a un palazzo regale. Entrando nel palazzo Psiche trova ciò che ogni principessa potrebbe desiderare: voci che accompagnano il suo passaggio, invisibili mani che esaudiscono i suoi desideri, musica che proviene da strumenti trasparenti: “solo udiva parole uscire dal vuoto”.[10] Incontra la poesia del paradiso e trascorre le notti con un marito che non può vedere ma solo sentire. E il marito non è altro che Amore, il figlio di Venere, che credendo di salvare Psiche la porta con sé in un rifugio segreto dove può unirsi a lei lontano da voci umane. Qui Amore non nega la propria provenienza da Venere e “incestuosamente” si lascia andare agli amplessi con Venere terrestre, la nostra Psiche. I due vivono in un Paradiso proibito, dove gli occhi di Psiche ai quali è impedita la vista sono gli occhi di tutto il creato. A ciò che è divino non si addice rimanere nascosto. Essere ciechi è rimanere nelle tenebre, anche se queste tenebre sono un paradiso di luce. Ma la terra trema e già le voci degli umani piangono la sparizione di Psiche. Le sorelle della fanciulla consolano i genitori disperati per la perdita della figlia. Amore sente questi lamenti terrestri e li interpreta come segni di futura sventura, quindi avverte Psiche di non dare ascolto alle sorelle, che certo andranno a cercarla sulla rupe dove i genitori l’hanno condotta, per trarla in inganno. Essa promette al marito ma già il pianto tradisce la promessa fatta poiché il viaggio di Psiche è ormai segnato dalla spinta verso l’indipendenza che si traduce nella negazione, la negazione di ciò che è. Così essa, con mosse di “femmina”, convince Amore a lasciare che le sorelle vengano a lei. Le umane voci delle sorelle divengono voci malvagie che vogliono ciò che è di Psiche; rendendosi conto di non poterlo ottenere, decidono di distruggerlo:
... felici non sono quelli la cui felicità è ignorata da tutti; ed ella comprenderà, così, di avere a che fare con delle sorelle maggiori e non con le sue serve. Torniamocene ora dai nostri mariti, nella nostra casa, povera sì, ma semplice; e quando avremo trovato un piano preciso, facciamo ritorno più forti per punirla della sua superbia.[11]
Psiche è ignara di tutto mentre Amore già ammonisce Psiche annunciandole che diverrà madre di un fanciullo divino se non cederà al desiderio di vedere in volto il marito. Un maschio, quindi. Amore dice che Psiche partorirà un fanciullo divino se saprà ignorare le voci delle sorelle umane. E qui Amore chiede a Psiche di divenire “maschile” e di partorire un maschio divino. Ma Psiche non sa resistere alla tentazione di violare i divieti, e chiede ancora con modi “femminili” di poter vedere le sorelle. Qui Psiche transita nella condizione umana e accetta i consigli delle sorelle, che sono portavoce dell’umanità. Perciò si munisce di lanterna e rasoio per vedere in volto il marito e ucciderlo, ma non appena la luce svela i lineamenti di Amore, Psiche si ferma in contemplazione della divinità. Questo tuttavia non le basta, poiché il suo sguardo si sofferma anche sulle armi di Amore.
Psiche, curiosa com’è non è mai sazia di esaminare e maneggiare questi oggetti. E mentre ammira le armi dello sposo, toglie dalla faretra una freccia e col dito pollice va provando la punta; se non ché, col premere troppo il dito che ancora tremava, si punse profondamente sicché alcune goccioline del suo roseo sangue stillarono sull’epidermide. Così Psiche, ignara, spontaneamente cadde nell’amorosa rete di Amore.[12]
La luce della lanterna mette in evidenza il corpo, quindi la carne, e con esso anche il godimento fisico che Psiche vorrebbe per sé. Ma durante questa contemplazione, mista a effusioni fisiche, una stilla di olio bollente cade dalla lanterna sulla spalla di Amore, che sentendosi ferito nel corpo e nell’anima lascia Psiche al proprio destino. Ora Amore si separa da Psiche e ritorna alla casa della madre, Venere.
4) Psiche nega la sua natura umana e percorre il viaggio di ritorno a Venere. Negazione della negazione. Da questo punto in poi il viaggio di Psiche è un viaggio di iniziazione, in cui l’umano è rappresentato solo da Psiche. Tutti gli incontri si svolgono con divinità che aiutano Psiche poiché venerano e temono Amore. Psiche dapprima tenta di uccidersi ma il fiume la salva e Pan le offre le parole giuste, di divinazione, indicandole la strada per ritornare ad Amore:
... smetti di piangere e rattristarti, e piuttosto volgiti a Cupido e prega lui che è il più forte degli dei. Siccome è un giovane schizzinoso e superbo farai bene a sollecitare con omaggi e con lusinghe la sua simpatia.[13]
Ma, per tornare ad Amore, Psiche deve tornare a Venere e negare la propria natura umana. Deve tornare quindi alla Grande Madre, e infine al sé femminile. Per giungere alla meta, per prima cosa Psiche procura la morte alle due sorelle con l’inganno e poi si pone alla ricerca di Amore. Parallelamente Venere si separa dal figlio Amore con parole di mostruosa Madre che certo non può accettare una nuora che la odia: promette al figlio la pena che lei stessa ha subito e cioè di partorire un altro figlio cui dare gli strumenti di Amore. Venere rappresenta qui una Grande Madre che mostra solo il suo lato negativo e privo di sentimenti, direi privo di Amore. Questo sembra necessario all’individuazione di Psiche poiché “la Grande Madre rappresenta sempre la natura e la specie in opposizione alle esigenze dell’individuo, e da questo punto di vista anche l’atteggiamento compassionevole della Buona Madre può esser vietato sul piano individuale”.[14] Questi i pensieri di Psiche mentre cerca una soluzione, dopo avere chiesto invano protezione alle dee:
... che altro mi resta da tentare? Qual altro riparo opporre alle mie sciagure, se neppure le dee, con tutta la loro buona volontà possono aiutarmi?Chiusa dunque come sono in una rete inestricabile, dove ancora dovrei rivolgere il piede? In qual casa, in qual tenebroso recesso dovrei nascondermi per sfuggire allo sguardo infallibile della grande Venere? Perché allora non ti armi di virile energia e non rinunzi coraggiosamente alle speranze infrante? Arrenditi spontaneamente a colei che è la tua signora, e cerca di calmare l’ardore della sua collera con l’umiltà tua, anche se tardiva. Chi sa pure che non trovi là, a casa della madre, colui che vai cercando da tanto tempo… [15]
Mentre Psiche riflette , Venere si rivolge a Mercurio chiedendogli di trovarla . La Grande Madre e la “fuggitiva umana” si trovano a desiderare entrambe di ritrovarsi. Psiche è già alle porte del palazzo di Venere, viene trasportata al suo interno e così si trova faccia a faccia con la Grande Madre che ride di lei e la percuote brutalmente. Come dice Neumann,[16] mentre la coscienza di Psiche si fa più forte, Venere da Grande Madre diviene Madre Cattiva avvicinandosi alla coscienza umana. Ora l’umana Psiche e la divina Venere sono molto vicine e dialogano dialetticamente attraverso 4 prove alle quali Venere sottopone Psiche. In questa parte Psiche si riappropria della sua origine divina attraverso i numerosi suggerimenti che riceve dal mondo: viene così aiutata dalle formiche, istruita da una verde canna, salvata dalle acque dello Stige dall’uccello di Giove, e infine si avvale dei preziosi insegnamenti della torre su come comportarsi negli inferi. All’inizio di ogni prova si dispera e si convince di andare incontro a una morte sicura, ma esegue alla lettera ciò che le viene chiesto non appena compaiono i simboli che le indicano la soluzione. Ognuno dei 4 simboli parla perché è spinto dalla venerazione per Amore e dalla compassione per Psiche, e quest’ultima li riconosce e accetta da loro “l’interpretazione” facendola propria. Ogni volta Psiche affronta la morte, ossia quello che la Grande Madre nasconde dietro le prove, negando la possibilità di riuscire a portarle a termine, e in effetti sono prove destinate a essere superate solo con poteri divini. Potremmo considerare questa la fase dell’interpretazione. All’inizio, la morte appare a Psiche l’unica soluzione, ma quando i simboli le suggeriscono il modo di portare a termine la prova, li ascolta e pone affidamento sui loro consigli, riuscendo nel proprio compito. Nell’ultima prova, Psiche deve recarsi negli inferi e farsi consegnare da Proserpina un’ampolla che contiene un po’ della sua divina bellezza. In questa occasione sono i suggerimenti della torre a fornirle la soluzione. Queste le ultime parole che la torre pronuncia dopo aver dato a Psiche i suggerimenti necessari al compimento della quarta prova:
... una volta varcato il fiume, ricalca le orme del viaggio di andata, e tornerai a vedere il cielo con il corteo delle sue stelle. Ma in special modo ti raccomando di far attenzione a una cosa: non aprire, non guardar dentro la scatola che porti, e comunque non permetterti eccessiva curiosità riguardo al tesoro di divina bellezza che vi è nascosto.[17]
Psiche segue ancora una volta alla lettera tutte le indicazioni e torna dagli inferi con l’ampolla che contiene la bellezza. Solo all’ultimo momento qualcosa di “irragionevole”[18] la porta a non ubbidire alle indicazioni della torre. Così Psiche apre l’ampolla e cade in un sonno di morte. Qui Neumann parla di fallimento:
Psiche fallisce, deve fallire, perché è una psiche femminile. Ma proprio il suo fallimento, senza che lei lo sappia, le procura la sua vittoria. Difficilmente si potrebbe immaginare una forma più affascinante di femminile lotta contro il drago. In altra sede abbiamo detto che il modo femminile di sconfiggere il drago è di accettarlo; ciò avviene qui nella forma sorprendente e nondimeno massimamente efficace del‘fallimento’ di Psiche. Psiche ha percorso una via costellata di imprese eroiche e ha sviluppato una coscienza così acuta e radicale da perdere per essa il suo amato. Ma adesso, alla fine, a un passo dalla fine, trascura l’avvertimento della coscienza maschile della torre e si tuffa nel pericolo chiamato Afrodite-Persefone. E tutto questo per niente, per quasi niente, tutto questo soltanto per piacere a Eros”.[19]
Si può aggiungere che Psiche fallisce negando, nega le parole della torre, nega tutte le azioni che fino a quel momento ha compiuto. L’“irragionevole curiosità”[20] che la domina è la stessa curiosità che fin dall’inizio porta Psiche a essere dialettica, cioè a negare. Quest’ultima prova è anche legata al motivo iniziale di “con-fusione” tra Venere e Psiche, infatti il tema principale resta la bellezza. Psiche non resiste e prende per sé un po’ di quella bellezza. Quindi Psiche è ancora legata dialetticamente a Venere, il dono iniziale che essa ha è il dono che vuole tenere per sé: non rinunciando alla bellezza in qualche modo non rinuncia alla propria individuazione. Il viaggio di ritorno a Venere è quindi un viaggio dove la dialettica è tra la morte e qualcosa di più. Psiche porta a termine i compiti che le dovranno servire alla conciliazione ma vuole per sé anche la bellezza, il dono divino inizialmente dato, cioè qualcosa di più.
5) Riunificazione e condizione conciliata. L’ultima negazione, che procura a Psiche un sonno di morte, porta anche il ritorno di Amore, che dopo essersi allontanato per guarire la ferita nella casa della madre Venere, ricompare nella quinta fase della storia per riunificarsi a Psiche. Amore ora è pronto ad accettare l’intera sua Psiche, accetta Psiche che ignora nel suo cammino di ritorno anche gli avvertimenti della torre pur di tenere per sé un po’ di quella bellezza. Ed è Amore che ora decide di separarsi da Venere e di chiedere aiuto a Giove, mentre esorta Psiche a portare al più presto a Venere l’ampolla che quest’ultima le ha chiesto. Il conflitto Venere-Psiche pare così esaurirsi nella conciliazione finale grazie al superamento delle prove da parte di Psiche. Alla divinizzazione di Psiche corrisponde la umanizzazione di Venere e di Amore.[21] Giove riunisce in assemblea gli dei e pronunciando un discorso “etico” afferma la necessità di ufficializzare il vincolo che unisce Amore e Psiche affinché il dio sia preservato dalle lussurie adolescenziali. Ed è in ultimo Giove che fa bere a Psiche l’ambrosia affinché diventi immortale e le nozze si celebrino tra due divinità. Una volta ottenuta l’immortalità Psiche diviene un essere distinto da Venere e perciò individuato e allo stesso tempo divino. La sua finale individuazione altro non è che il ricongiungimento consapevole con Amore, che a sua volta è passato attraverso le fasi di fusione-separazione-conciliazione con la Grande Madre. Ora Amore e Psiche sono esseri distinti e uniti, riconciliati con Venere, dai quali nasce qualcosa che potremmo definire il nuovo sé femminile. Questo sé è rappresentato dalla nascita di una figlia chiamata Voluttà, che significa intenso godimento fisico e spirituale: ciò di cui ha fatto esperienza Psiche quando la luce della lanterna le ha permesso di vedere il volto di Amore.
Bibliografia
Apuleio, L’asino d’oro, tr. Claudio Anarratone, Bur, 2001, Milano Neumann, E., Amore e Psiche, tr. Vittorio Tamaro, Astrolabio, 1989, Roma Rossi, L., Psicodialettica, Quattroventi, 1999, Urbino Rossi L., Negazioni, Quattroventi,1992, Urbino
[1] Apuleio, L’asino doro, pag 123 [2] Apuleio, op.cit., pag.123 [3] Apuleio, op. cit., pag.123 [4] Apuleio, op. cit., pag. 123 [5] Apuleio, op. cit., pag. 128 [6] Apuleio, op. cit., pag.127 [7] Apuleio, op. cit., pag. 128 [8] Apuleio, op. cit., pag. 130 [9] L. Rossi, Psicodialettica, pag. 19 [10] Apuleio, op. cit., pag.135 [11] Apuleio, op. cit., pag. 142 [12] Apuleio, op. cit., pag. 150 [13] Apuleio, op. cit., pp.154-155 [14] E. Neumann, op. cit., pag. 85 [15] Apuleio, op. cit., pp. 165-166 [16] E. Neumann, op. cit., pag. 68 [17] Apuleio, op. cit., pag.177 [18] Apuleio,op.cit.,pag 180 [19] E. Neumann, op. cit., pag. 90 [20] Apuleio, op. cit., pag.180 [21] Si veda E. Neumann, op. cit., pag. 69
| ||
Home | Presentazione | Storia del Centro | Il pensiero | Trasformazione | Letture
Pubblicazioni | Links | Articoli | Proprietà | La pagina letteraria
Copyright 2003 - Centro internazionale di Psicodialettica - All Rights Reserved