TEMI   DI   PSICODIALETTICA

a cura del

Centro  internazionale  di  Psicodialettica

Responsabile del Centro

Prof. Luciano Rossi

 


Cuori a nudo

 

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Cuori a nudo

© Luciano Rossi

 

 

 

 

Quel giorno lontano, quando fece parte per la prima e unica volta di un plotone di esecuzione, Andrea, pochi istanti prima della scarica fatale, si chiese a cosa pensasse in quel momento il condannato a morte.

Non aveva cuore di pensare ad altro. Sapeva solo che tremava da capo a piedi e che forse, in quello stato, di certo lui, Andrea, il compagno al muro non lo avrebbe neanche colpito. Legnoso com’era, gli era stato duro persino mettersi in posa, nella fila davanti del plotone. Le sue ginocchia parevano non volersi proprio piegare.

Non voleva vederlo, il condannato, in faccia. Continuò a guardare, per quei lunghi attimi, solo i piedi con una volontà tremante ma ostinata. E si chiese se gli altri, il Vanni, invece lo guardassero e anche per un attimo, ma un attimo appena perché la cosa era troppo orribile, come ci si deve sentire quando tutto quel piombo ti entra dentro.

La cosa certa è che avrebbe voluto non esser lì.

Nei giorni che seguirono si disse che non avrebbe più voluto ricordare quel momento. Non voleva che questo dolore s’aggiungesse all’altro, che pure non trovava requie da mesi e solo lui sapeva. Lui che, quella strage di venti compagni, evento ormai lontano ma sempre presente e implacabile, avrebbe potuto con più coraggio forse evitarla. La sua responsabilità non era mai venuta fuori. Lui non aveva mai pagato per quella colpa: era rimasta una cosa solo sua, archiviata dentro di lui a doppia mandata, a far del danno.

Poi con la fine della guerra il dolore per quelle cose, non avrebbe saputo dire come, finì per dimenticarlo. Ma il dolore non si scordò di lui. Dov’era andato a finire? se n’era andato per sempre o si era solo nascosto dentro e dal profondo suo mestava?

 

 

 

 

Io proletario, lui ricco borghese. Ma venivamo tutti due dalla montagna, io e lui.

Dev’essere per questo che Andrea, il mio nuovo paziente, mi aiutò senza volere a mettere a nudo, per non dire di peggio, anche il mio cuore e a scriverne qualcosa. E così, pur sapendo, dopo Allan Poe, che scrivere di un “cuore messo a nudo” era difficile, anzi impossibile e che nessuno oserebbe farlo o, ancora, che nessuno saprebbe scriverne se osasse, io ho immaginato, temerario, coi suoi suggerimenti, di poterlo fare. Narciso come me, lui dal suo mondo di specchi un po’ d’aiuto, devo dire, me l’ha dato. O forse tanto.

E pensare che Andrea, o il suo animo se preferite, in questi due anni di terapia non l’ho mai raggiunto. Nemmeno sfiorato.

Perduto nel labirinto dove lui, abile pifferaio, mi ha costretto, dove la sua immagine mi ha attirato, riflessa negli specchi che raddoppiano l’inganno e l’illusione, con lui ho pensato, ho dialogato, ho pianto; ma è stato Andrea, sempre Andrea, a condurre il gioco. Più lo cercavo e più a fondo lui si nascondeva. E si rintanava nei dedali più interni, più restii alla luce. Eppure l’ho intravisto molte volte. E giurerei che pure lui mi ha visto. Chi dunque fuggiva di noi due? Era il suo volto che vedevo, o solo un’immagine che qualche specchio rimandava?

Alla fine di un percorso interrotto, nulla – o tutto - si è compiuto fra noi. Anzi, l’esito è stato talmente devastante da rimettere in gioco tutto, da ribaltare persino i nostri ruoli.

Così, a distanza di molti anni, ho deciso d’incontrarlo di nuovo in queste pagine. Del resto è il suo terreno, questo, non è vero? Non ha forse lui emozioni di carta, avventure di carta... di carta ingiallita, frastagliata ai bordi, pesante? O almeno non le aveva inizialmente?

Ma detta semplicemente così, la cosa appare un’ingiustizia. Non era solo lui ad essere di carta. Infatti, non sono forse io a portarlo sulla pagina scritta? Non sono io a scrivere? E allora? Questo arido foglio è il suo terreno o il mio?

Ah, medice, cura te ipsum. Tancredi cura te stesso, prima ancora di curare lui.

 

 

 

 

Sì, io sono medico, forse indegnamente, e a quel tempo ero ancora specializzando in psichiatria.  Dunque appena finita la guerra avevo iniziato a fare il medico generico. Lui era il mio unico paziente psichiatrico. Lui che, difensivo in seduta alla luce fredda del giorno, di notte elargiva alla coscienza una reverie impetuosa, esondante, narrativa, continua: o, come lui diceva, un unico racconto, sempre uguale. Un’unica reverie, mais divisée en chapitres. Sogni così diversi dai pensieri del giorno, che lo rendevano quasi degno di pena... anzi, certamente sì, degno di pena, prigioniero com’era di se stesso, del suo grigio carcere di parole.

Era il ‘46. Era caduto il muro della guerra, il muro delle fucilazioni dei nemici, dei razziatori, dei fratelli.

Oh, ma il suo muro (il mio muro) era ben lontano dal cadere! E non crollò nemmeno nei due anni di cura. Nel ‘48 lui era ancora con me, nella mia stanza, sia pure per poco.

Nulla era cambiato in quei due anni, neppure la sedia su cui stavo.

 

 

 

Visitavo in borgo San Lorenzo, in una scheggia di casa che le bombe avevano risparmiato, denudandola e sbrecciandone i due lati. I suoi fianchi nel ’46 mostravano due piaghe ancora sanguinanti, e a terra si vedevano due fosse di polvere e detriti. Detriti che erano stati ripuliti, a cominciare già dal giorno dopo, di ogni traccia di quella che in quelle case era stata una vita familiare, di ogni oggetto, o suppellettile. Per giorni, settimane si erano visti alla cerca fra le rovine ragazzi cenciosi e donne miserabili. E anche dopo, anche quando il comune, togliendo i detriti, vi aveva lasciato solo la nuda terra, qualche sventurato continuava a cercare nella polvere.

In una delle camere di quel brandello risparmiato dalle bombe avevo messo a posto una stanza per lo studio medico: con una stufa Becchi in terracotta ed un catino. Più un tavolo e due sedie. Ero poverissimo, come i miei pazienti.  Visitavo sulla sedia. Se proprio c’era da vedere una pancia, usavo un lettino normale, dove dormiva mia suocera quando veniva da noi. In tutto io e mia moglie avevamo tre stanze.  In una di queste avevo ricavato l’ambulatorio.

Quanto ad Andrea, mi aveva cercato lui. Non stava bene: mi disse che da un po’ si svegliava quasi ogni notte di soprassalto, con un urlo soffocato, e madido di sudore. Poi, raccontò, si sentiva spossato per qualche ora.

 

 

 

E fu sin da subito che, con lui, ricominciai a soffrire: sulla porta, quasi senza accorgermene.

Lo conoscevo già. Avevamo fatto amicizia l’anno prima, il nove maggio del ’45, il giorno della sfilata per le vie cittadine. Eravamo entrambi montanari, ma non mi assomigliava affatto. Adesso era così bello e forte fisicamente (un colosso) che quando lo rividi, non più curvo, magro e cencioso come alla fine della guerra, per poco non trasalii. A guardarlo passarono tante cose nel mio cervello (che faceva quasi rumore). A guerra appena finita Andrea poteva ricordarmi, magro e indurito com’era, solo immagini desolate e dure: una spazzola di ferro, un aratro nel maggese, un’incudine cieca. Oppure le immense carene rugginose dei porti disabitati e senz’anima. Ma si capiva che quei tratti erano un frutto della guerra. Si intuiva in lui il bel ragazzone spensierato ch'era stato prima dell’otto settembre. L’avevo anche visto una volta giocare, anni prima, in una partita di rugby. L’unico della squadra con i pantaloni bianchi quasi al ginocchio, all’inglese. Un mediano di mischia dalla faccia tonda e buona, bianca e rosa.

Nel ’45  era diventato l’ombra di quello d’un tempo. E adesso, anche se in un anno si era rimesso a posto nel corpo, l’anima soffriva ancora.

E non so come, ma cominciai a soffrire anch’io: solo guardandolo. Quel colosso sembrava avere le gambe d’argilla. Il suo viso  metallico era pallido, gli occhi allarmati. Emanava da lui una pena angosciosa, a cui il mio interno, credo, fece subito eco. Fu come una folgorazione: se si fosse fermato per anni avrei fatto l’analisi a me stesso. Era, il mio, un disagio molteplice: diffuso come uno sciame che rannuvola l’aria settembrina, profondo come le mie radici, confuso come le parole che gli dissi. L’attaccapanni, la borsa, (posala pure lì), e un gesto senza parole che indicava la sedia su cui poteva sedersi. La mano che gli diedi, l’altra sulla maniglia, quella che mi diede lui, enorme, calda, sudata, i pochi passi per raggiungere la sedia. E nient'altro.

 

 

 

Poi abbiamo cominciato.

 


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