TEMI   DI   PSICODIALETTICA

a cura del

Centro  internazionale  di  Psicodialettica

Responsabile del Centro

Prof. Luciano Rossi

 


Il duplice segno del ponte

 

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 Il duplice segno del ponte

di Luciano Rossi

(Primo capitolo di "Psicodialettica", Urbino, 1999, riprodotto per gentile concessione dell'Editore Quattroventi)

 

1- Il sogno 

È un’alba sospesa che, con i suoi toni incerti, ricorda al giorno la notte piovosa appena trascorsa.  Il fiume, limaccioso di grigie argille montane, s’è gonfiato a dismisura durante il sonno dell'uomo.

Percorro lentamente i suoi argini, ombrata la mente ancora dalla spuma, che monta verso il giorno con un ribollire profondo; ribollire che anima le acque e che forse mi riguarda, ... ribollire che è, in qualche modo, destinato ad invadere la mia coscienza.

Ed alla fine l’Ombra esce ... ancora una volta: sferica, scura, rigonfia. 

La riconosco: è l’antica bestia, il toro di tanti miei incubi, che un tempo emergeva oniricamente dalla superficie della terra e scrollava le mura della mia casa.

Hanno avuto una lunga, ininterrotta e tragica tenzone, quest’animale del profondo e la mia coscienza.  Ma, per la prima volta, in questo giorno, esso è emerso dalle acque, anziché dalla terra, ed ora mostra sembianze che ormai sono inquietanti solo in apparenza. 

Adesso è come trascinato; non nuota con una direzione prescelta, ma segue semplicemente la corrente.  Forse è morente.  Apre ancora una volta le fauci, forse per dar vita a quel muggito un tempo terribile e temuto, ma la voce non lo alimenta più.

Davvero drammatica mi appare, e dolorosa, questa maschera morente che non ha più forze per legarmi a sé con l’energia della mia paura. 

Alla fine la bestia urta contro la pila di un ponte, che improvvisamente appare alla mia vista, con un tonfo cavo, e s’inabissa, come una carcassa minerale e senz’anima.

So che è per sempre, ... perché l’acqua ora diventa limpida e ad oriente il cielo si fa dapprima bianco e luminoso, poi giallo-rossastro, segnalando al sognatore l’emergere del sole.

  

2 - La madre

 Quest’evento narrato dal sogno, questo sboccio d’anima alchemico che va virando lentamente dal nero al rosso, annuncia al sognatore la sua trasformazione: la sua morte alla vecchia vita e la rinascita ad una nuova.  Una vecchia vita, caratterizzata da un’energia volta contro di lui, ... e una nuova vita caratterizzata dalla stessa energia posta al suo servizio.

L’animale-dio, rappresentante l’energia avversa, ha compiuto la sua “traversata notturna” e in essa si è rigenerato.  Quest’evento vita-morte-vita lo s’incontra sempre, in ogni viaggio iniziatico.

Questo transitus, che trasforma entrambi gli avversari, sia l’animale mitico sia l’eroe nella sua prova, è il secondo che l’anima compie; si tratta in realtà di un viaggio di ritorno.  In illo tempore l’uomo, il primo Adamo, si era proiettato fuori di sé ed aveva assunto, per conoscere la propria contraddizione, sembianze ter­rene, estranee, avverse.  Oggi l’uomo sconfigge queste sembianze con un atto di conoscenza, lotta col toro (il dio crudele e nemico) e lo uccide sul ponte, ... il ponte che questi, secondo guardiano della soglia, gli impedisce di attraversare; l’uomo uccide in tal modo anche la paura della morte e la paura del ponte, le quali altro non sono che la paura del dio avverso, la paura che il dio sia irato con lui.

Solo ora il dio può rinascere, dall'altra parte del mare, sotto forma di sole, che, come l’acqua, è fecondatore della terra e benefico per l’umanità.  Del toro muore il sembiante animale e rinasce l’anima solare e divina.  L’acqua lo inghiotte ad occidente e lo restituisce ad oriente trasformato; il ponte, che segna il luogo della sua morte, è di nuovo il luogo del transitus.

L’aggressione da parte dell’istinto brutale, la violenza del dio sotto la specie animale, sono esperienze di divinità, purché l’uomo-eroe lotti contro tale natura, spontaneamente data come destino, pretendendo così d’essere uomo e non animale, pretendendo di imporre il suo progetto anziché subire un destino.

L’eroe si strappa con forza al vincolo che lo lega alla madre terra, ma corre, in questa lotta, un rischio terribile: quello di non saper portare con sé, per il suo sviluppo, l’energia che costituiva e alimentava quel legame.  Egli, oscuramente, sente la forza e la potenziale ostilità del legame, e sa che, se vorrà andarsene, la punizione potrà essere terribile.  L’unica tutela, che potrebbe sostenere la prova dell’Eroe, è la solida conoscenza delle insidie e dei rimedi da adottare; ma ancora, e soprattutto, gli sarà d’aiuto il sentimento della giustezza della sua prova e del servizio che questa renderà a tutti gli uomini.

In caso di rottura eroica, due sono le possibili destinazioni dell’energia di legame che vincolava il figlio al passato: la prima è che essa resti in dotazione alla madre interna, trasformandosi in energia al servizio del senso di colpa (e in tal caso quest’energia, giacché rappresentante dell’altro, si rivolge contro di lui); la seconda è che essa, alla fine, possa passare in dotazione al figlio, trasformandosi in energia di sviluppo e di cammino.

L’energia di legame, finché resta tale, tende a sottomettere il figlio ad un destino d’immobilità, il quale gli si para dinanzi sotto forma di guardiano della soglia, e può assumere l’aspetto d’animale, o di deus adversus, o di madre.

Strapparsi al legame comporta per lui il rischio di soccombere nella prova, ucciso dalla terribile energia del senso di colpa, energia che è pari a quella del legame appena interrotto, anzi è la stessa del legame.  Il legame è allora come se fosse solo mutato, non tolto.  La colpa lo vincola ancora nella dipendenza.  Il figlio, che ha sfondato il muro della prigione, si ritrova prigioniero nella cella accanto.

Subire la funesta trasformazione dell’energia di legame in energia di colpa significherà per noi anche rinunciare al progetto di sviluppo che produce il trasformato, il rinato, il generato da se stesso, dalla sua stessa energia.

L’uomo ingabbiato nella prigione del già dato è un essere ingorgato; qualunque sia questo “dato”, sia esso il legame originario oppure la separazione colpevole, la biografia di questo uomo è stagnante.  Egli non dispone d’energia, perché essa attualmente o serve il legame o serve la colpa.  L'uomo ingabbiato non ha un progetto; per questo è assalito dal destino: e n’è assalito come da cosa a lui esterna.  Ma il progetto può, e deve, uccidere il destino che, nel sogno qui raccontato, prende forma di toro.  Il figlio deve liberarsi, lo deve assolutamente; perché se l’energia non salva l’uomo sotto forma di progetto, lo uccide sotto forma di destino.  Qui non servat occidit. Si trat­ta di una lotta comunque mortale, ma la morte progettata è quella morte di cui non si muore, di quella morte che, sola, ci fa vivere.

L’acqua del sogno è, come quella del Nilo, fecondante; porta via il vecchio e fa nascere il nuovo.  Dilava la madre terra dalla carcassa del destino e orienta il figlio nella storia con il progetto del nuovo.  Il dio, come il serpente, rinasce allora senza la vecchia pelle.  Il dio, come il sole fa con il suo arco, si offre al figlio come ponte.

Sola, senza la mediazione progettuale dell'uomo, la terra rimarrebbe, e tale rimane per gli animali, un destino immobile, una casa senza ponti verso il cielo, un’isola senza traghetti.

Scrivevamo nel 1992[i] che  

pervenire alla terra e l’andarsene da essa ci appaiono due sensi di marcia, opposti, su un ponte, due sensi di discorso che finiscono per definire in due modi opposti la terra stessa: come buona o come cattiva.

Due versi di marcia che sono anche la memoria di due movimenti mitici, opposti ma legati da simmetria psicologica, inquadrati dalle religioni nei due eventi della Cacciata dal paradiso (l’infanzia dorata) del Padre e della Redenzione operata dal Figlio.

Movimenti questi che sono entrambi “passaggi” sul ponte, transiti sopra l’abisso.

La dipartita dalla patria celeste, verso l’esilio in una terra straniera, è il primo passaggio, il cui segno è la spada del cherubino.

Il ritorno dall’esilio terreno alla patria celeste è il secondo attraversamento del ponte sopra l’abisso, il cui segno è la croce del Redentore.

La somiglianza morfologica dei due segni, la spada e la croce, ci pare un ulteriore conforto alla nostra esegesi.  La fiamma ostile della spada consuma sulla croce il suo estraniamento e si frange in un’amorosa molteplicità di frammenti pentecostali. 

Ad entrambi questi passaggi, a queste ore, dal cui cuore si strappa il “lemà sabactani”, in cui la fronte del primo e del secondo Adamo s’imperlano di sudore e di sangue, si accompagnano il dolore e la paura.

Ma è principalmente il secondo passaggio che impaura l’uomo perché esso deve ancora avvenire; l’importanza del primo risiede solo nell’offrire simmetria e riferimento al secondo.  L’unicità del passaggio pauroso e doloroso appare riflessivamente fondata su un contenuto comune (quello di ponte o di filo sopra l’abisso) e su un modo comune di formazione dei concetti di prigione e di patria, i quali vengono entrambi astratti dalla stessa realtà.

 Al figlio l’energia è necessaria per il suo sviluppo, ma essa gli è, come sappiamo, contesa dalla madre che si costituisce per lui come una prigione, come “una casa senza ponte, un’isola senza traghetti”; ma per il figlio, che per “vivere” deve navigare con la sua carne, l’ora è ancor più terribile.  Infatti, come se non bastasse, un’altra insidia terrena l'ostacola nel suo sbocciare alla trasformazione e all’attraversamento. 

 

3 - Il padre

 Il legame che vincola l’uomo alla terra non passa, infatti, solo attraverso la madre; anche il padre terreno, mediante la legge, la propria legge, vincola il figlio al passato, alla tradizione, al già dato, alla povertà dell’identicità-a-se-stesso.  Alla prigione della carne si aggiunge la prigione del verbo.

Quando l’uomo riceve, ancora infante, ossia ancora incapace di verbo, la legge del padre, gli viene infatti consegnata in dote terrena, dalla cultura, dalla famiglia e dalla società, affinché ne faccia una religione personale, la modalità del pensiero povero.  Si tratta di un pensiero unidirezionale, lineare, sempre uguale a se stesso; di un modo già dato una volta per tutte.

Tale legge impedisce al figlio di ospitare pensieri dotati di “senso ulteriore” e di accendere in sé un animo capace di darsi una legge propria; una legge che vada oltre il padre, che sia fondata appunto sul procedere al di là di lui, dopo aver accolta, ed elaborata, la sua eredità di senso.  La legge del padre, così com’è, secondo la Rivelazione, non consente l’uscita dalla prigione costituita dalla presenza di un senso limitato del mondo e di una dotazione ristretta di parole.  Nonostante la sua apparente fondatezza e solidità, porta a risultati miopi, confusivi ed avvilenti.  Consiste principalmente in una restrizione di senso all’interno di limiti convenuti e nell’impossibilità di cogliere, dentro di sé, quell’ulteriorità del vedere, che guarda “al di là del codice proposto [... e che] offre all’individuo la possibilità di desituarsi [e] di oltrepassare la situazione [ingabbiante] che lo ospita e lo costringe” [Galimberti, U., 1984, p.81].

L’uomo ingabbiato è povero di senso, ma anche di parole.  Il suo vocabolario non è capace di mettere in circolo “nuovi sensi, ma ripete ininterrottamente la sequenza dei segni noti” [Galimberti, U., 1984, p.83]. Non sorgono in lui nuove parole (terapeutiche), né il senso delle altrui vien colto, perché queste avrebbero il potere di rompere il regno dogmatico, che lo ha fondato e lo àncora, di smuovere il "quo ante", che lo stabilizza e lo inchioda, di spezzare l’incantesimo ipnotico delle parole già date che lo riposano e l’impigriscono. Così non vi è nessuna dialettica. La dialettica non può decollare con la sua prima negazione.

La modalità del pensiero povero è forte e stabile, difficile da scalzare e da capovolgere.  Viene da chiedersi il perché. Quale tenace viscosità la tiene sempre uguale a se stessa?

Forse tutto deriva dal fatto che si tratta di un pensiero “tipicamente” religioso; che si tratta di una religione la quale si presenta come “naturale” e morale, come il pensiero della madre e del padre, come il pensiero della natura stessa, in quanto la madre e il padre sono le figure cui demandiamo il compito del nutrimento e della sopravvivenza: in una parola, dell’unica possibilità di esserci. 

Questo pensiero è anche, successivamente, quello del maestro e del padrone; così, della sua impronta, n’è “informata” non solo la famiglia, ma anche la società.  In tal modo esso non è più solo un pensiero povero, ma anche un pensiero servo; e poiché la vita spesso è solo un insieme di queste figure, il pensiero povero non può essere abbandonato, perché si presenta come il sostegno riflessivo della vita stessa.  È la voce annichilente della legge, dell’approvazione e del castigo.  È un pensiero “per dritto”, ossia senza rovesciamenti dialettici; un pensiero che non sopporta né l’idea di contraddizione né l’eventualità di prendere coscienza dell’ineluttabilità dialettica della creazione.  Questa modalità sente che un pensiero diverso e individuale sarebbe contro l’ordine stesso che lo ha istituito come essere.  Sente che, disubbidendo, dovrebbe stare, da ora in poi, fuori da quell’ordine, ossia fuori dal “luogo” del Padre.

E immagina anche che una rottura di questo genere sia accaduta, con conseguenze terribili, all’inizio del tempo, al primo uomo e, con lui, all’intera umanità.  Da sempre egli crede che la sua storia personale sia anche la storia dell’umanità; crede che anche il primo uomo abbia sentito la prigione del pensiero univoco, che abbia anche lui “sentito” come la modalità del pensiero servo non fosse scritta “in natura rerum”, bensì solo in quel divieto culturale che impedisce la disobbedienza.  Disobbedienza a quell’unica norma impartita che le rias­sume tutte: non spodestare il padre dalla condizione di privilegio unico e assoluto che consiste nel possedere, lui solo, la conoscenza dei contrari, del bene e del male; in una parola, la conoscenza dialettica. 

Il pensiero dialettico è il contrario del pensiero antinomico, che ora sappiamo essere il pensiero povero, il pensiero cui si vorrebbe costringere il figlio.  Tutto poteva fare Adamo, ma non mangiare il frutto dell’albero della contraddizione.  Questo avrebbe tolto a Dio il suo potere: quello di essere l’unico a sapere dei contrari, della loro uguale essenza, del fatto che non si doveva scegliere fra di essi, l’unico a sapere che il male, come il bene, andava conservato, avendo anch’esso natura divina e inscindibile dal bene.

Con la rottura dell’ordine, l’uomo comincia a sapere che il male, che è fuori di lui, gli appartiene; e che l’armonia esistenziale consiste nel riprenderlo su di sé, perché, se esso è Ombra, è anche ricchezza.  L’uomo conosce così che questa ricchezza gli appartiene e ne può avere disponibilità.

È il Serpente che provoca l’uscita dalla coscienza univoca, l’uscita da sé, la presa d’atto che esistono l’uno e il molteplice.  È il Serpente che dice all’uomo che il molteplice deriva dall’Uno ed ha perciò la stessa natura dell’Uno, e che viceversa dal molteplice può derivare l’Uno, che il figlio può generare il padre.  Il serpente seduce alla libertà dialettica; così può ben rappresentare o la minaccia al legame o la colpa per averlo spezzato.  Da lui l’uomo apprende l’esistenza del pensiero duplice, la contemporanea verità dei contrari.  Nasce in tal modo l’essenza del pensiero religioso.  Nascono i testi sacri, criptici, suscettibili di due letture opposte, entrambe vere.  Da allora il cammino culturale dell'uomo starà nel conoscere gli opposti e nell’unificare in sé le due letture, le due posizioni precedenti; e nell’ergervi contro una nuova posizione. 

Questa conquista deve però darsi nuovamente per ogni uomo.  Ogni uomo deve rompere a sua volta l’ordine del padre, ossia l’ordine che lo ha posto nel mondo: individuando così se stesso come essere totale, capace di raccogliere l’eredità del padre e di andare oltre di lui, varcando la sua soglia, rompendo il tetto della sua casa.

Così il cammino dell’essere verso la propria sintesi comincia, e si compie, nell’autointuizione e nell’autoriflessione; è il lavoro di un essere che, ripiegato verso se stesso, guardando dentro di sé, e a strati sempre più profondi, prende a raccontarsi, nella progressiva ricerca di quel senso luminoso e di quelle antiche parole che sono andate perdute, ma che, ritrovate, gli consentono di intraprendere il lungo viaggio di ritorno. 

Il cammino di separazione e sintesi, d’andata e ritorno, è il lavoro che lo libera dal pensiero servo.  La trasformazione del pensiero povero in pensiero servo si rivela così un’astuzia della ragione, in quanto consente di convertire la dialettica figlio-padre nella hegeliana dialettica servo-padrone; dialettica, quest’ultima, che, a differenza della precedente, può risolversi nel lavoro, in cui il padrone si piega al contratto.  Il pensiero servo può attuare quel riscatto che non era dato al pensiero povero.  Il padre non si piega a nessun contratto, il signore sa di non avere questo diritto.

Vogliamo aggiungere che la mediazione del lavoro trasforma una realtà naturale, che è in sé inadeguata al pensiero, in una realtà artificiale nata dall’intelletto e ad esso adeguata.  La conoscenza dell’artificiale è vera, quella del naturale non lo è.  La natura non conosce il ponte, natura non facit sal­tus. Il ponte è il lavoro del servo; non è opera dalla natura ma dell’uomo.

In illo tempore la spada del cherubino venne a cacciare Adamo dall’immediatezza dell’Eden imponendogli un transito apparentemente senza ritorno.  Allora la spada aveva inteso tagliare anche tutti i ponti fra conoscenza e verità rompendo così l’antica alleanza, che nell’uomo sussisteva immediatamente fra il suo pensiero e la sua natura, fra la res cogitans e la res extensa, fra il verbo e la carne.  La verità passeggiava con la certezza, Adamo con Dio, nei dolci tramonti della valle dell'Eden.

Perché fosse possibile il ritorno, si doveva costituire una nuova alleanza; una relazione che fosse capace di redimere il peccato: quello di aver desiderato la verità di una carne non più garantita dalla certezza del verbo divino, di aver dubitato di una conoscenza unitaria già data, già conciliata dalla parola di Dio.  L’erede di Adamo, la sua carne separata, solo terrestre, la verità in sé, nuda e inconsapevole, errò a lungo sulla terra; e lì attese che il Mediatore, ancora con la spada, venisse nuovamente a separare.

A dividere, questa volta, l’uomo dalla terra. A separare il figlio dal padre e dalla madre.

  

4 - Il figlio

 Come sappiamo, il Mediatore non portò la pace.  Non la pace poteva ricongiungere nel figlio la carne e il verbo, ma solo la spada, perché si trattava di spezzare un legame con il naturale dato, con l’oggetto immobile.

La mediazione proposta fu la costruzione di un nuovo ponte, di una realtà progettata, conoscibile, di cui si potesse essere certi.

Fu necessario ordinare alla carne, che giaceva nella sua im­mota oggettività : “Alzati e cammina!”. Fu necessario ordinare alla natura (padre e madre) di restituirle la libertà, dicendole: “Lascia che essa vada!”.

“Io sono il ponte - disse il Mediatore alla carne - fra la terra e il cielo; io sono il cammino che devi compiere.  Il cammino è la mediazione per raggiungere la verità.  Attraverso la mediazione di questo cammino potrai ricostruire un regno simile a quello dell’Eden perduto, ma privo della sua infantile immediatezza.  Ciò che conoscerai sarà ancora vero, e di nuovo certo, ma questa volta la tua certezza non ti sarà data dal padre, bensì nascerà dalle conquiste del tuo lavoro e del tuo cammino”.

Il ponte è il segno della ricostruita alleanza.  Il ponte è ciò che riconcilia la certezza del cielo e la verità della terra.

Ricostruire l’alleanza è anche ipso facto un modo per elu­dere i guardiani della soglia, di sottrarsi al controllo di coloro che temono il cammino del figlio.  In particolare ricostruire l’alleanza è l’unico modo per sottrarsi con amore.

Eludere amorosamente la sorveglianza dei guardiani è anche insegnare loro l'alleanza, è portare con sé nel proprio cammino il padre e la madre, facendo sì che tali radici, anziché ceppi, siano davvero, e soltanto, energia di sviluppo.  Essi non sono, non possono essere, il nostro pensiero, ma sono, e devono restare, elementi di verità.

La nuova alleanza è dunque la terza fase della vicenda.  La condizione di legame è vissuta durante la dorata infanzia dell’uomo, durante il soggiorno dell’umanità nel paradiso perduto.  La colpa nasce nel moto epistemologico della crescita, nel moto di ribellione con cui l’uomo caccia se stesso dalla condizione paradisiaca di dipendenza dalle conoscenze, già date, del padre.  La nuova alleanza è la fase in cui l’indipendenza non è più caratterizzata da un “no” al padre, ma da un “si” ad un progetto che lo ricomprenda.

L’idea d’alleanza è quella che riesce positiva­mente, e senza portare a sentimento di colpa, a convertire l’energia a proprio favore.  Ora l’uomo sa di non essere più contro la terra nello staccarsi da essa, sa di farlo con amore e per amore.  Sa che la sua energia riconquistata non solo è energia di sviluppo ma è anche energia d’alleanza. Chi non dispone di un progetto capace di approdare alla terza fase è senza energia.  Colui, che non è animato da energia di sviluppo, o è in idea di colpa, o è in stato di legame.

L’antica alleanza era dipendenza, la nuova è soggettività.  Il legame era interdipendenza, entropia; la relazione è intersoggettività, energia.

L’antica alleanza era infanzia religiosa e filosofica, era legame; la nuova alleanza è maturità, è relazione mediata e redenta fra i due dell'antico legame.

Certezza e verità, genitori e figlio, Dio e Adamo, possono tornare ora a passeggiare, nuovamente conciliati, nei dorati tramonti di una terra che non può essere, come qualcuno vorrebbe, un mondo "senza il male", ma può costituirsi finalmente come un mondo in cui il male, il nero, l’ombra, sono stati riconvertiti a ricchezza del Figlio.



Note Bibliografiche

[i] Rossi, L., Negazioni, pagg. 76-77


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