TEMI   DI   PSICODIALETTICA

a cura del

Centro  internazionale  di  Psicodialettica

Responsabile del Centro

Prof. Luciano Rossi

 


Gilgamesh

 

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Gilgamesh

di Roberta Rossi

 

Il cielo è il Padre mio, egli mi ha generato, ed ho per famiglia tutte queste cose celesti che mi circondano. La grande Terra è mia Madre, la parte più alta della sua superficie è la sua matrice; ivi il Padre feconda il seno di colei che è sua sposa e sua figlia.” Così cantava il poeta vedico, cinquemila anni or sono, davanti al fuoco di aridi arbusti fiammeggiante sull’altare della terra. Una divinazione profonda, una grandiosa coscienza alita in quelle strane parole, che racchiudono il segreto della duplice natura umana. Il tipo divino dell’uomo è veramente anteriore e superiore alla terra, come celeste è l’origine dell’anima sua, ma il suo corpo è prodotto di elementi terrestri fecondati da un’essenza cosmica[1].

E. Schuré

 

... e proprio a quest’origine celeste, immortale, anteriore alla nascita del corpo, voleva tornare Gilgames[2]; proprio questo, l’immortalità, cercava, primo fra gli eroi, il protagonista della fiaba più antica, del mito più arcaico, di quelle storie che devono essere raccontate intorno ai fuochi, di quei miti che, sempre, rinascono nei cuori di chi ascolta, rapito, la voce narrante.

Lo sappiamo. Già in illo tempore, quasi alle stesse origini del mondo, gli uomini sentirono di doversi raccogliere nelle radure dei boschi, in cerchio, attorno a grandi fuochi, accesi proprio nel centro, per dire, per ascoltare, per sentire. Sentire, ascoltare, e dire, di cosmogonie, di fiabe, o di miti, che le narravano; e, forse, ripeterne, nei riti, i gesti simbolici.

Da allora, sempre, nei millenni, cantastorie, bardi, affabulatori, menestrelli, trovatori, cantori, rapirono l’attenzione dei presenti, facendo risuonare in essi le medesime, archetipiche, strutture mentali. Il fuoco era il loro stesso centro, origine e meta del loro desiderio. Per lui, il loro inno si levava nella notte. 

O Agni! Fuoco sacro! Fuoco purificatore! Tu che dormi nei boschi e sali in fiamme brillanti sull’altare, tu sei il cuore del sacrifizio, lo slancio ardito della preghiera, la scintilla divina celata in ogni cosa e l’anima gloriosa del sole[3]

A lui, al fuoco, al centro. Era lì che bisognava giungere! Quella la meta, quello il tesoro nascosto, l’anima immortale, il Sé, che cercavano gli eroi.

Da allora, sempre, nei millenni, fiabe e miti raccontarono, e ancor oggi raccontano, entrambi, il destino dell’uomo. Non parlano, fiabe e miti, di un uomo qualsiasi. Parlano dell’uomo che cerca, quello che Hermann Hesse chiama der suchende[4], dell’uomo che non vuole “vivere la vita ai margini di se stesso”[5], che accetta fino in fondo il proprio destino, ... o il proprio progetto, chissà. Parlano dell’uomo che si mette in viaggio e ricerca, inconsapevolmente, quel se stesso che sempre è celato dietro ogni fuoco, ogni tesoro nascosto, quell’origine eterna che sentiamo (e cerchiamo) come immortalità.

Parlano di un viaggio che, nelle sue numerose forme, è guidato dagli stessi fini, ovunque e da sempre, a partire dal primo che l’affabulatore abbia narrato, forse quello di Gilgames, l’opus più antico che il mito ci abbia tramandato. I suoi echi provengono dalla Mesopotamia, da un tempo “di cui si era perduta memoria”, forse dai giorni del Diluvio Universale.

Il viaggio di cui si parla si compie nella foresta; alla ricerca della vita, dell’immortalità, della conoscenza. L’archetipo della ricerca era, dunque, come vediamo, già presente allora nei racconti dell’uomo. E, anche se l’impresa, rivelando il suo risvolto tragico, non si concluderà con un successo e la vita eterna non sarà raggiunta, le motivazioni, la meta, le speranze, già ci sono tutte, come nei miti più recenti.

Se n’era perso il ricordo, abbiamo detto; fino a che migliaia di tavolette d’argilla (circa 25.000, scritte in lingua sumera ed ittita), scoperte nell’800, il secolo degli scavi, gettarono luce su un periodo (da Abramo a Noè) di cui ci aveva parlato, fino ad allora, solo il Libro della Genesi.

Se sia esistito realmente, o meno, un Gilgames storico non ha davvero nessuna importanza. Un archetipo esiste soprattutto nell’inconscio d’ogni uomo ed è da lì che si muove, e ci “muove”, facendo emergere in noi attività immaginative, descrittive, rappresentative. Quel che veramente conta è che una storia ci commuova. Perché, quando è così, vuol dire che ci appartiene.

E Gilgames ci appartiene.

Gilgames è il cavaliere archetipico che va nella foresta e, come il San Giorgio cristiano, uccide il Drago che gli sbarra il cammino verso la meta. Anche la foresta ci è vagamente familiare, come pure il suo guardiano: “Vedrai una valle - dicono, presso a poco, con linguaggio familiare, le tavolette d’argilla - [...] e in mezzo alla valle vedrai un grande albero; le punte dei suoi rami sono più verdi dei più verdi fra gli abeti. E sotto l’albero c’è una fonte”[6].

“È una ricerca della sapienza ancestrale (e della fonte dell’eterna giovinezza) [quella] che condurrà Gilgames ai confini della terra”[7]. I lettori delle tavolette, moderno uditorio della radura, percepiscono facilmente come gli ingredienti di una storia epica siano, qui, tutti presenti e come “i piani della vicenda avventurosa e di quella spirituale si [siano] fusi insieme”[8].

Dopo il drago Gilgames uccide anche i leoni, i più forti fra gli animali, simbolo di ciò che di più ostile ferma l’eroe lungo il cammino e non gli permette di evolvere.

Il Drago. I leoni. E ancora non basta. Tanti sono i nemici sulla via della verità.

Sulla montagna del sole, Gilgames incontra i “suoi orrendi guardiani, per metà uomini e metà draghi con coda di scorpione”[9]. È questa la montagna che ingoia il sole al tramonto; là, sull’orizzonte occidentale, oltre i cui limiti l’astro sparisce al crepuscolo per fare ritorno all’alba, dall’altra parte del mondo. Muro di cinta del paradiso e porta dell’inferno.

La meta finale del viaggio è sulle sponde dell’oceano. E Gilgames lo deve varcare. Deve varcare proprio quello stesso oceano che per tutti gli antichi ... costituiva il confine ultimo della terra conosciuta e conoscibile, barriera insuperabile, perché comunicava con le acque della morte e con l’abisso.

Ma si parla appena di morte e d’abisso e già noi lasciamo Gilgames. Là. Solo. Di fronte al suo destino. Di fronte alla morte. Quasi a voler sottolineare quell’immortalità da lui mai raggiunta. Da lui e, con lui, dall’anthropos universale. Dunque riguarda anche noi. E allora possiamo lasciarlo proprio qui, e proseguire da soli, da questo punto in cui lui ci ha portato, perché è precisamente la sfida con la morte, strega, Gorgone, o creatura infernale che sia, a trovare espressione centrale nei racconti mitici e fiabeschi che ci accompagnano e vestono di tragedia, ma anche (perché no?) di speranza, la nostra esistenza, altrimenti dolorosamente nuda ... e muta. È la storia della chiamata, del cammino, della prova. L’eroe, così, accettando con coraggio il proprio destino mortale, costituisce l’archetipo di ogni uomo, e la sua avventura il modello cui ispirarsi.



[1] Schuré, E., (1899), I grandi iniziati, Bari, Laterza, 1995, pag. 23

[2] Gilgames è re di Uruk, regione e città della Mesopotamia. Quinto sovrano della dinastia post-diluviana di Uruk, la sua epoca si situa all’incirca 1500 anni prima dell’età omerica.

[3] Schuré, E., Op. cit., pag. 21

[4] Hesse, H., (1922), Siddharta, Milano, Adelphi, 1991

[5] A chi gli chiedeva se scendere nelle profondità dell’inconscio non lo spaventasse, Freud una volta rispose: “Preferisco rischiare di soccombere in una leale lotta col destino, piuttosto che vivere tutta la vita ai margini di me stesso”.

[6] Sandars, N.K., (a cura di), (1960), L’epopea di Gilgames, Milano, Adelphi, 1998, pag. 47

[7] Ibidem, pag. 51

[8] Ibidem

[9] Ibidem, pag. 52


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