TEMI   DI   PSICODIALETTICA

a cura del

Centro  internazionale  di  Psicodialettica

Responsabile del Centro

Prof. Luciano Rossi

 


Quel fragile fiume d'amore - Secondo capitolo

 

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QUEL FRAGILE FIUME D'AMORE 

 

 

 Capitolo II.  Irina

 

 

 

 

Fantine aveva le lunghe dita bianche e sottili della vestale che muove le ceneri del fuoco sacro con una spilla d’oro... il suo viso nel riposo aveva qualcosa di supremamente virginale; una specie di dignità seria e quasi austera l’invadeva d’improvviso in certi momenti, e non c’era nulla di più strano e commovente che vedersi spegnere tanto in fretta l’allegria e all’effusione succedere senza transizione il raccoglimento. Quella improvvisa gravità, talvolta severamente accentuata, somigliava allo sdegno di una dea.

V. Hugo, Les  misérables

 

 

 

Inaspettatamente, la settimana dopo Fränkel si riprese.

Sorpreso, quasi adontato, Theodor Platz, il medico internista, non si spiegava quel cambiamento. Ne fu invece beneficamente sconvolta, in modo straziante a vedersi, Irina, che qualche idea più del medico sulla ripresa di Sándor ce l’aveva.

Il sabato successivo, una settimana dopo il crollo, Sándor finalmente uscì dalla sua camera e scese per la prima volta dopo la malattia in sala da pranzo. Freud e la sua corte se ne erano andati da un pezzo e la neve durante la settimana era diventata una presenza stabile a Rosen.

Sándor era al suo primo inverno in clinica e il panorama non aveva più nulla dello splendore che sette mesi prima l’aveva accolto al suo arrivo.

 

 

 

Allora la primavera era davvero in boccio, folgorava in ogni cosa, e in boccio gli era parsa anche Irina. Mi riposerò i sei mesi previsti, si era detto, e magari anche più, se necessario. Ormai l’ozio, privilegio degli dei, se lo poteva concedere per sempre. I vantaggi dell’età, l’agiatezza economica, la distanza dai colleghi ostili avrebbero fatto il resto. Soggiornerò in questa valle piena di magia, guardata da questi monti dignitosi in silenziosa grandezza.

 

 

 

Ludwig lo aveva accolto nella clinica-albergo con indicibile piacere. La fama del grande ungherese era allora immensa; era l’uomo dei casi impossibili, disperati. I pazienti venivano a lui da tutto il mondo e presto sarebbe diventato presidente della Associazione internazionale di psicanalisi. Ma fino ad allora Ludwig non lo aveva mai incontrato di persona. Aveva sentito dire, non delle sue teorie che ben conosceva, ma dei suoi modi solo nei congressi che si tenevano numerosi a Rosen, o nei rapporti epistolari, o nelle visite dei colleghi che riceveva lì nella sua clinica. Del resto Ludwig in clinica ci viveva. Era addirittura proverbiale la sua ritrosia a viaggiare.

Fu dunque sorpresissimo, ed emozionato, quando ricevette la lettera in cui l’illustre collega gli chiedeva d’essere ospitato nella sua foresteria per sei mesi. Motivo: scrivere. No, no, stava bene. Voleva solo scrivere in pace, fuori dal mondo. E riposarsi.

Naturalmente sì, aveva risposto subito Ludwig. Ne sarei onorato, onoratissimo.

 

 

 

La sera stessa del suo arrivo a Rosen, Sándor non cenò. Era arrivato tardi, di malumore e la cena era già finita. Colpa dei treni, della carrozza, di un problema con valige e bauli. Riposò però tranquillamente e incontrò Ludwig subito il giorno dopo, in tarda mattinata, terminate le visite.

Il proprietario di Rosen si sorprese della sua piccola statura. Ma il viso, l’espressione trasparente e serena, calda e buona, lo conquistarono subito. Solo una piccola ombra sugli occhi ridenti poteva far pensare a una qualche specie di fragilità.

 

  

 

Caro Professore,

sono giunto ieri a Rosen, presso l’ottimo Ludwig che ospiterà a novembre il nostro congresso internazionale. Io mi fermerò qui fino ad allora e scriverò qui la mia relazione e forse altre cose che ho in animo di dire. Naturalmente glieLa invierò prima di presentarla al congresso per avere il Suo benestare.

Come Lei ben sa io credo che i progressi della mia tecnica siano dovuti alle preziose indicazioni dei pazienti, il cui punto di vista per me è così prezioso. Sono sempre più stupito da come essi descrivano con tanta precisione il mio modo di atteggiarmi, di trattarli, di rapportarmi a loro. È diventato per me fondamentale correggermi seguendo le loro indicazioni. Se l’analista non è freddo e distaccato, essi si fanno coraggio e si lasciano andare sempre più a osservazioni e suggerimenti.

 

Ma mentre la sua penna scorreva esitante sul foglio, e via, via, che i minuti passavano, cominciò a sentirsi sempre più agitato. Si accorse che il cuore aveva accelerato i suoi battiti. Come l’avrebbe presa il Maestro? Si sarebbe ancor più approfondito il solco che ormai da quattro anni si stava scavando fra di loro? Non aveva dubbi che Freud si sarebbe adontato ancora una volta. E però lui, Sándor, già da tempo stava maturando, sia pure con tremore, la decisione di muoversi più liberamente, con maggiore autonomia, con minor timore di scomuniche. E dunque? Doveva tener fede al suo proposito. Che importava se avrebbe tremato in ogni fibra nel momento in cui le sue dita, dopo lungo esitare, infine si aprivano e la sua mano lasciava cadere la lettera nella corrente inevitabile del destino. Si trattava di “esserci” finalmente! Si trattava di vivere come mai aveva fatto finora.

Ma già ora, mentre scriveva, sentiva un movimento, una morsa, nei visceri che tradivano quanta paura avesse del Maestro e quanto temesse la solitudine a cui lui l’avrebbe certamente condannato. Avrebbe cessato non solo di essere il numero due della grande famiglia, ma addirittura di appartenere alla comunità degli eletti. Sentì  che sarebbe stato terribile.

E tuttavia continuò la sua lettera.

 

Qual è il vero motore del cambiamento in psicoterapia? Non l’intelletto cui si richiama la psicoanalisi ma l’affettività, quel rilassamento thalassico che rende risibile, inutile, impossibile l’appello alla ragione. La stessa totale calda quieta confidenza di due corpi che, dopo un coito sereno e felicemente sfociato nel piacere completo, restano vicini, fidenti, mutati in un mondo mutato, cosa unica adagiata nella serena acquatica culla dell’Eden.

 

Si fermò nuovamente. Si sentiva... si sentiva stordito. Aveva un formicolio nel sommo della testa, che lo faceva sentire prossimo a svenire. Non poteva continuare a scrivere. A domani, si disse. A domani.

 

 

 

Non prese sonno facilmente e quando lo prese fu vittima di incubi ripetuti. Vi era sempre un adulto e un bambino e questi non si capivano, non parlavano la stessa lingua. Il grande parlava al bambino con le parole dei grandi, il bimbo non sapeva ancora parlare. Apriva la bocca, ma ne uscivano solo suoni arcaici. Il bimbo pareva senza possibilità di farsi intendere, pareva avvolto in un’assenza muta. Il bimbo non comprendeva. L’adulto non comprendeva.

Si alzò parecchie volte nella notte... eppure non aveva bevuto molto la sera precedente. Dopo le cinque del mattino non prese più sonno. Sicché poté vedere l’alba affacciarsi pian piano alle stecche delle persiane e i mobili della stanza apparire sempre più alla sua vista restituendo all’esperienza del sentire e del pensare la solida presenza della realtà.

 

 

 

Il suo secondo mattino a Rosen lo trovò dunque in piedi prima del tempo. Aveva molto tempo davanti a sé. Poteva rinfrancarsi guardando la valle che arrosava e prepararsi lentamente al giorno.

Si lavò con morbidi gesti il viso come in un rito lustrale e si fermò alla fine guardando di sotto in su allo specchio, rigato ancora il viso di grosse gocciole tonde, per vedere se avesse del tutto ripreso possesso di sé e del giorno. Sì, non v’era dubbio. Sebbene gli paresse che il suo viso fosse pallido più del giorno prima.

La mattina era serena e fredda. Marzo, a mille metri o quasi, odorava ancora d’inverno.

 

 

 

Accanto alla macchina del caffè armeggiavano già due uomini, un giovane e un anziano. Antelucani come Sándor, dobbiamo concludere, visto che in giro in cucina non c’era ancora nessuno. Alzarono entrambi il viso al suo apparire, con due espressioni diverse. Mentre l’anziano aveva l’aria di considerarlo un intruso, il giovane gli sorrise e lo salutò.

- Lei dev’essere... non può che essere...

- Sándor Fränkel

- Ah, dunque! l’ospite tanto atteso!

- Mentre voi siete...

- Io mi chiamo Alexander Deutch e il mio collega è il dottor Platz, Theodor Platz.

Theodor Platz gli strinse la mano di mala voglia. Sándor non ne tenne conto alcuno. Ognuno è così com’è e a lui questo stava bene comunque. Platz era adulto, responsabile di se stesso, quindi all’evoluzione del suo Io, se voleva, doveva provvedere lui solo. Così tornò a sorridere al giovane.

Era questi biondissimo e di carnagione chiara e nessuna barba avrebbe forse mai adornato il suo viso. Viso che era eternamente atteggiato in un sorriso di partecipazione.

 

 

 

- A che ora si fa colazione in quest’oasi di quiete?

- Fra poco. Fra poco compariranno le cameriere e tutto si risveglierà. Noi qui, io e il dottor Platz... a proposito il mio collega è internista e allergologo... noi due, dicevo, siamo sempre i più mattinieri e il primo caffè ce lo facciamo da soli. Quanto poi alla colazione, credo che lei sarà al nostro tavolo. Il dottor Ludwig ha senz’altro già predisposto le cose in questo modo.

Il dottor Platz non fu di troppe parole. E magari, così preso dai duri argomenti della medicina organica, l’illustre ospite non lo aveva mai sentito nominare. Era non solo digiuno di psiche, ma stando a lui non c’erano nemmeno prove che questa esistesse. È addirittura evidente che non vedeva l’ora di congedarsi. Li avrebbe raggiunti più tardi a colazione.

 

 

 

Alla comparsa della cameriera del mattino, ogni cosa si chiarì. Sándor ebbe il suo tovagliolo e il suo posto vicino ad Alexander.

I due attesero che le loro colazioni venissero preparate conversando un po’ dei dintorni. Poi la porta della cucina si aprì con dolce cigolio e Sándor non poté impedirsi di voltarsi.

Ai suoi occhi comparve un fiore di pesco in aprile, una rosa in boccio coperta di rugiada, ... quali solo potevan essere state Elena di Sparta, Lotte di Weimar, o Giulietta Capuleti.

Si trattava di Irina Miskolc Ivanovna.

- Buongiorna Natasha - la salutò Alexander.

Ungherese di nascita, Irina era andata precocemente in moglie al commerciante russo Ivan Ivanovich e si era stabilita con lui a Pietroburgo. Ma né Pietroburgo, né la nascita di una figlia l’avevano resa felice.

 

 

 

- Qualcuno fa una passeggiata?

La colazione lo aveva rimesso in forze e l’intenzione di fare lunghe passeggiate era una parte inderogabile del suo programma.

 

 

 

La sua salute allora era ancora buona e le prime settimane compì ogni giorno lunghe escursioni col giovane Alexander, che gli aveva ispirato simpatia sin dal primo momento. Egli infatti, saputo della sua venuta, lo aveva atteso con trepida curiosità. Fränkel era da tempo famoso e il tirocinante aveva letto ogni suo lavoro e l’ammirava: per il suo coraggio, per la sua carica buona, e perché anche a lui, onesto e caloroso, riusciva facile metter in pratica i principi di quel maestro della psicanalisi. Così, ora che ne aveva l’insperata opportunità, desiderava avidamente conversare dei casi clinici con lui.

 

 

 

Era stato Alexander a parlargli d’Irina. Gliene aveva parlato prima che, pur avendo già visto, in una passeggiata solitaria, quel bagliore divino sulla via di Damasco, sapesse che quella folgore si chiamava Irina. Anzi, gliene aveva parlato subito, addirittura prima che Sándor la vedesse.

La paziente, aveva detto il giovane, aveva sofferto di una disforia tenace, di una malinconia senza tregua, della tristezza di chi è chiuso in un destino senza via d’uscita. Il suo tratto primo – aveva detto – era un’impotenza senza rimedio. Oppressa da un’etica insensata e devota che l’ancorava al già dato, si credeva destinata, obbligata, quasi per impossibilità logica, a restare appresso al suo dolore, alla sua vita sterile, a suo marito. Spenta, paralizzata, inerte, sembrava dire sempre e solo: io non posso, sono incastrata, non posso, non ho vie d’uscita. Si straziava da sola con le unghie ogni parte del corpo.

- E il suo analista? Cosa fa per lei?

- Ludwig? - Il giovane sorrise. - Ludwig è un esistenzialista. Dice che Irina è stata gettata senza capacità di ribellione in un mondo troppo duro per lei. La sua depressione è il suo modo di essere nel mondo.

- Quindi attribuisce un’impossibilità ad Irina. A me pare piuttosto che da troppo tempo nulla la riscaldi. E che questo evochi e rinnovelli un freddo originario. E se volete questo è il mio consiglio: per molto tempo datele calore, amore. Amore soltanto.

Tuttavia Sándor ancora non l’aveva vista.

Ancora pensava, dalle parole del giovane, a Irina come ad una creatura grigia e debole, che nessun uomo guardava, che il marito tradiva con donne più avvenenti e sane. La pensava come una di quelle figure muliebri che rassomigliano a tappezzeria scolorita, di cui nessuno s’accorge. Ma al giovane collega questo non lo disse. Da un po’ di tempo non diceva tutto. Si trovava in un periodo di riflessioni importanti, ma non ancora ben formate, e gli pareva di dover sospendere, nell’attesa, ogni giudizio, ogni pronunciamento, ogni previsione. Trattandosi del femminile poi c’era nella sua vita tutta una storia che forse il ragazzo non sapeva.

I suoi rapporti con il genere femminile erano stati sempre travagliati, confusi, instabili. Era perfino stato accusato di misoginia allorquando aveva recensito il saggio di Moebius sull’inferiorità femminile. In quell’occasione, soprattutto aveva infastidito la comunità scientifica il fatto che il giudizio di Sándor su Moebius non sembrasse affatto negativo. Complice l’imago materna, si diceva presuntuosamente da parte dei colleghi.

 

 

 

- Amore soltanto? - si stupì il giovane.

- Sì. Studiando la regressione durante la terapia si constata che tutti noi abbiamo la fantasia di un’armonia primaria che ci spettava di diritto e che è andata perduta. È impossibile per chiunque descrivere quest’armonia primaria. Eppure tutti la vogliamo ripristinare. Sembra essere questo lo scopo ultimo di ogni aspirazione umana. L’identità finale di soggetto e oggetto. L’impossibilità di descrivere quello stato originario ci fa immaginare la sua appartenenza ad un periodo in cui le parole ancora non esistevano. Si può supporre tuttavia che un bambino sano e una madre sana siano così adatti l’uno all’altra che una stessa azione li soddisfi entrambi. Ebbene, l’analista deve costituirsi come madre.

Ma il giovane Alexander di quest’aspetto non sapeva nulla e, devoto, interrogava Sándor con garbo sui metodi clinici, e ascoltava. O più spesso taceva finché nell’altro nascessero risposte a domande inespresse.

- Naturalmente l’analista deve avere grande disponibilità. L’amore primario è un rapporto in cui uno solo dei due partner (il bambino) può fare richieste e avere pretese. L’altro (l’adulto o il mondo) non deve avere interessi, né desideri, né richieste proprie. Fra i due sussiste un’armonia completa, la completa identità di desideri e soddisfazioni. È l’ambiente stesso che vuole adattarsi spontaneamente ai bisogni del soggetto. (È come un totale oblio di sé che pare prendere la madre, ossia l’intero mondo esterno, per amore del bimbo). È curioso. Ci sono situazioni che riproducono questa asimmetria. Situazioni in cui l’ambiente prova piacere a farsi distruggere. Si possono addurre ad esempio quegli stand dei Luna park che invitano chi vi passi innanzi a demolire con fracasso liberatore la mercanzia esposta. Ecco, questo assomiglia al modo con cui le madri si offrono al figlio per farsi svuotare. In tali casi l’armonia fra il soggetto e il mondo rimane, anche se il soggetto distrugge il proprio ambiente, il proprio mondo. Individuo e ambiente hanno lo stesso progetto: per il bimbo succhiare il seno e per la madre essere succhiata. La sensazione meravigliosa è che il bimbo sente che non c’è divergenza d’interessi fra lui e l’ambiente. Come se lui fosse l’ambiente stesso.

- Ma ricreare questo paradiso in terapia non produrrà una spirale inarrestabile di richieste?

- Può accadere, se non si ha arte sufficiente. In questi pazienti bisognosi d’amore la pretesa nei confronti dell’analista, dell’oggetto, è assoluta. Per il bimbo, e per l’adulto fissato a questo stadio, l’oggetto deve essere ad ogni costo disponibile. I bimbi non hanno nessun rispetto, nessuna considerazione, nessun riguardo nei confronti del donatore, un oggetto che vien dato per scontato. Si aggrappano all’oggetto, degradato al rango di sostegno, di strumento. Ma anche l’adulto bisognoso, che a quel bimbo tanto somiglia, s’aggrappa allo stesso modo. Ma per lui l’oggetto non può essere del tutto disponibile. E però sia l’analista, sia, e ancor più, gli oggetti esterni,  solo sostituti inadeguati dell’amnios. L’amnios è sostanza che sostiene spontaneamente. L’oggetto che il fobico cerca è invece un’entità riluttante a lasciarsi sfruttare. L’aggrapparsi disperato è dunque frustrante, umiliante, per questi pazienti, perché l’oggetto non li vuole. Non li vuole perché sono sgradevoli, devono sempre toccare, starti addosso, aggrapparsi, svuotarti. Devono farlo perché non sopportano lo spazio vuoto che li separa dal sostegno. Il mondo del fobico è fatto di oggetti che distano da lui, che sono separati da lui da vuoti spaventosi.

- Davvero affascinante questo nuovo modello.

- E però, badi!, per ora è solo un’ipotesi imperfetta.

Queste ultime parole Sándor le disse con un tono conclusivo e il tirocinante non poté che far tacere la sua curiosità. In realtà nelle loro passeggiate non parlavano solo di clinica. Talvolta Fränkel gli raccontava cose più piacevoli, addirittura personali, oppure curiose, o ancora, ed erano le più ambite dal giovane, indiscrezioni segrete ai più. Si accorgeva così che lo interessavano le biografie, le notizie riservate sui colleghi più famosi, gli scandali di cui si mormorava. Forse gli erano giunti pettegolezzi anche sul suo conto, sulla sua discutibile tecnica dell’analisi reciproca, e anche su quella storia molto imprecisa di aver sposato una sua paziente e quelle indiscrezioni sulla figlia di lei. Cose che i colleghi disapprovavano apertamente per compiacere la sessuofobia del Maestro.

 

 

 

Nella casa della psicoanalisi era terribile essere in contrasto col Padre. Ogni volta che questo era accaduto la carriera del malcapitato ribelle terminava. Tutti gli allievi, pochi esclusi, lo temevano. E così ne approvavano, ne adottavano la gelida tecnica vittoriana, la durezza emotiva e le conseguenza cliniche. Freud, il genio dell’intuizione teorica, dell’ipotesi ardita e brillante, e quasi sempre corretta, era, a causa della sua personalità rocciosa, un pessimo clinico.

Di questa pecca il giovane fu sorpreso. Addirittura l’aveva scandalizzato la diceria che Freud odiasse i suoi pazienti e che una volta li avesse definiti “gentaglia”.

Così volgevano le loro passeggiate. Rientravano di solito, rinvigoriti, e di buon umore, poco prima di cena, appena in tempo per cambiarsi d’abito.

 

 

 

E fu proprio in una di queste cene che accadde, a due settimane dal suo arrivo. Dopo aver posato accuratamente il tovagliolo in grembo, dopo aver sistemate le posate che aveva scomposte, dopo aver rialzato gli occhi, la misoginia di Fränkel, quei brandelli di sfiducia che ancora resistevano, andarono incontro a un destino inevitabile. Esplosero, sperdendosi nell’eterea luce del nulla in mille minuscoli frantumi.

Quello che Sándor vide sollevando lo sguardo non gli era possibile descriverlo. Era un miracolo abbacinante che lo rendeva muto. Era un’immagine che non si poteva guardare. Irina era triste, sì, forse anche inferma, ma come lo può essere una dea. E diafana era, ma come può esserlo Euridice, dopo che l’impazienza dell’amante suo, mirabile sintesi di Calliope e Apollo, s’era voltato anzitempo a rimirarla.

Privo di parole o di pensieri percepibili, Fränkel restò lì, immobile, stolido, con il bicchiere a mezz’aria.

Lei camminava senza toccare terra, reggeva gravi vassoi come fossero piume, come se il destino o l’universo stesso operassero, nelle cose che lei toccava, una sottrazione di peso. Grazie e levità erano le uniche parole che gli venivano. Ma, mio Dio, quanto inadeguate!

E nacque in lui, a quella semplice vista, un calore ignoto, una palpitazione sconosciuta. Il suo lento e stanco cuore di vecchio cominciò a conoscere ritmi sconosciuti, un calore impensato, per la prima volta volto ad una dea.

La dea serviva ai tavoli. Ma non al loro da principio. E dunque poteva guardarla, amarla di profilo, in discosta e sospirosa assenza. Ché il suo sguardo, lo sguardo d’Irina, pareva non posarsi su nulla. E men che meno su lui.

Così la sua estasi iniziò. Il suo sogno appartato e segreto.

 

 

Cominciò a scriverle lettere che ovviamente non spediva.

Trovò pace a fissare sulla carta i fugaci attimi in cui un suo ciglio s’increspava, il suo stupore si faceva innocenza, il suo labbro diventava malia. Scriveva di Irina per sopravvivere al suo tormento, per dar corpo alla sua fibrillazione. Ma ben altri mestieri gli sarebbero occorsi! A chi ricorrere? A cosa? La sua mente andava allora spontaneamente a quel suo modo scolare di raccogliere dalla grande letteratura i suggerimenti straordinari  che essa poteva dare. Ma come al solito ne riusciva scontento. Iniziava allora a cercare anche nella citazione memorabile il più piccolo difetto, una cifra un po’ diversa, ché quella trovata non era del tutto quella che occorreva. Gli sembrava che quelle stesse cose, se le avesse scritte un altro autore o addirittura lui stesso (terribile a dirsi! era la follia che si affacciava? ), potessero dare una immagine più vera, più piena, più lusinghiera. Se lui stesso avesse cambiato qualche parola o invertite, posposte, rimischiate quelle dell’autore citato per ricavarne un ritmo diverso, un’ascendenza o una discendenza diverse, Irina avrebbe brillato di più alta luce. E lo faceva. Tutte le combinazioni o disposizioni che la matematica dell’amore suggeriva venivano da lui tentate. Salvo il dì appresso mutar di sentimento e far discendere quel che prima aveva fatto salire.

Ma una volta gli giunse appagante e piena la nota pura di Fantine... e allora no! Questa volta non v’era nulla da cambiare. Hugo aveva colto Irina alla perfezione.

Forse al più avrebbe potuto togliere quegli incisi non necessari a Irina. Avrebbe potuto togliere quell’accenno al tratto verginale, alla castità, dal momento che scriveva di una donna maritata, e con figlia, ma poi si disse che no, che anche quello stava bene a Irina e che doveva lasciarli. Anche in Irina, come in Fantine, l’innocenza galleggiava su tutto.

E così si era messo a riscrivere Hugo: sentiva di dover togliere la spilla d’oro, quel “supremamente” che gli pareva enfatico, strano non dignitoso per una come Irina. Così annotò sul diario solo quel che segue.

 

Il viso d’Irina è atteggiato per lo più ad  una dignità seria e quasi austera che l’invade d’improvviso e a volte permane a lungo, ma non c’è spettacolo più commovente che lo spegnersi dell’allegria sul suo viso e al sorriso silenzioso far seguito senza lenta transizione il raccoglimento. Quell’improvvisa gravità, talvolta severamente accentuata, somigliava al rannuvolarsi  di una dea.

 

Cosi pensava e scriveva. Come un adolescente.

E aveva cinquantanove anni!

Cinquantanove. E vagava, solo, per i prati.

Portava con sé la dominante immagine per tutto il giorno, come stordito. Non aveva chiesto chi fosse quella divinità, come si chiamasse. Se il suo nome fosse stato Euridice avrebbe preso, novello Orfeo, la paterna lira e sarebbe sceso all’inferno dei poeti. Passeggiava nei boschi trasognato. Con una scusa qualsiasi aveva evitato da quel giorno la compagnia del giovane Alexander. La solitudine estatica del suo vagare gli carezzava la fronte e gli ghermiva il cuore.

Il bel tempo intanto continuava, ma lui ormai più non lo coglieva, non lo sentiva. Era lui stesso il tempo buono, la primavera trionfante, la brezza azzurra, le nuvole errabonde. Ranuncoli, giunchiglie, papaveri ondeggiavano giovani nei prati, sospinti dal sospiro di un dio spiritale, nume disseminato nell’aria tersa in corpuscoli luminosi, sfavillanti. Pagliuzze d’oro nella brezza.

E su tutta quell’armonia regnava Irina, celeste apparizione. Bella, eterea, come se nulla l’avesse mai toccata, nemmeno uno sguardo indiscreto. E Sándor vi si perdeva, come in un battesimo che si ha una sola volta nella vita.

Ma Irina non era sempre stata così.

 

 

 

Al suo a arrivo a Rosenkreuz un male tetro e senza posa accompagnava i suoi giorni e raramente lasciava la sua stanza. In quell’estremo e vuoto smarrimento non gli sovveniva neppure l’immagine della figlia, come se non l’avesse più o non l’avesse mai avuta. Affiorava, sola, questa sì continua, la casa del padre. Il padre adorato. Tenero, come lei sensibile, come lei silenzioso. Le appariva addormentato, nel giardino odoroso, di selvatiche rose soffocato.

Ah, quella pace irripetibile!

 

 

 

Ludwig andava da lei ogni giorno, per un’ora; bussava piano alla sua porta, così circospetto che a volte lei nemmeno lo sentiva. A volte Irina dormiva e lui restava lì senza svegliarla.

In silenzio. Seduto. E rifletteva, solo, nella stanza.

- Suo marito – inevitabilmente concludeva ogni volta.

L’aveva visto, all’arrivo. Buon dio, che uomo concreto, che pelle spessa, quali occhi opachi! Com’era stato possibile? Per quali vie misteriose e inevitabili due persone s’incontrano? Non era forse quel matrimonio inspiegabile, la nera sorgente da cui sgorgava il suo dolore scuro, quella stordita assenza, quello stupore senza vita?

Aveva caricato tutto sulle spalle per settimane, per mesi, per anni, infine s’era spezzata, come una corda rotta.

Tutto l'amore del mondo, gli aveva dato. Non era suo dovere? Aveva sentito per lui, compreso per lui, guardato per lui ogni cosa che lui nemmeno immaginava: l’armonia delle stagioni, il nascere e lo spengersi del sole. Lo aveva guardato come a lui era impossibile guardare. Gli aveva parlato come a lui era impossibile parlare. Aveva preso su di sé ogni pena, ogni peso. E lui, leggero, pensava che la vita è bella. E s’addormentava felice. Lei vegliava sul suo sonno. E le facevan compagnia tutti i pesi del mondo.

Sepolta dall’inutile attesa, la sua luce si era spenta a poco a poco. Ah, cieca e sorda! Non si accorgeva che stava a poco a poco morendo. La breve luce dei giorni che scandivano il suo mal essere nel mondo non era stata sufficiente a farglielo vedere.

Così Ludwig, a lungo, elaborava le proprie intuizioni. Infine s’alzava dal suo capezzale e lentamente, senza svegliarla, usciva.

 

 

 

Le stagioni si susseguirono. Fuor della sua finestra si avvicendarono i teneri fiori del melo, gli ardori del cielo estivo, la grigia orma dei rami nebbiosi, le nevi interminabili.  Le stagioni sorelle a turno si affacciavano, sostavano, si dissolvevano. Una dopo l’altra, in uggiosa sequenza. Finché con esasperata lentezza, ma due anni eran trascorsi, la sua notte volse al termine.

Cominciarono le prime passeggiate. Pochi minuti, dapprima, ché le belle fragili membra non reggevano. E sempre più la benefica quiete e la bellezza, che i suoi occhi posavano come un arazzo sulle verdi pendici boscose, infusero in lei la vita.

Ludwig le disse che poteva iniziare una blanda attività, ricamo, disegno, ornare la clinica con fiori di stagione.

Lei scelse di servire ai tavoli.

E lo faceva già da due settimane, quando Sándor arrivò.

 

 

 

- I nativi dicono che questa sia una montagna sacra. In effetti molti ospiti avvertono un deposito di sensazioni, di atmosfere, di insegnamenti. So che non potete credere. In effetti nemmeno io vi credo, sebbene a volte...

Ludwig era intimorito dalla figura di Fränkel.

Se Sándor fosse stato uno scienziato puro, gli avrebbe opposto, mentalmente, dentro di sé, la propria statura filosofica e avrebbe concluso che fra le due non vi era sfida. Ma Fränkel era un fiume d’amore che ammutoliva l’astante e non si poteva afferrare o comprendere. E ora quel fiume era lì nella sua clinica a scrivere qualcosa che sperava conclusivo per la sua visione. La montagna di Ludwig dunque possedeva qualcosa che aveva valore anche per Sándor. E così gliene parlava...

- Lo stesso Tolstoi aveva progettato di ritirarsi quassù al tempo in cui qui fiorivano le utopie, i progetti di società senza classi. Vi erano leggende su questo luogo, che sono state poi dimenticate. È inevitabile però che nel nostro personale ospedaliero, infermieri, addetti alle pulizie, specie se non giovanissimi, portino dentro di sé questa cultura. Non è possibile dire se furono i rivoluzionari a formare questa montagna o se ne furono formati. Non si sa se l’anomalia sia spirituale o geofisica. Sta di fatto che qui passarono Joyce, Rilke, Gross, Bakunin, attirati da un paesaggio materno, dove il magnetismo terrestre ha un picco singolare. La leggenda dice che vi abita una divinità che risana, e la scienza, di questa divinità terrestre, ambisce a misurarne il potenziale magnetico.

Sándor non trovava strane queste cose. quella montagna non aveva forse sconvolto anche il suo mondo?

- Anch’io sono stato attratto, è vero, dal paradiso climatico, ma anche da una più inafferrabile curiosità. E mi chiedo per esempio: che vi cercava Rilke? E che vi cerco io? E ne sento anche il pericolo. La montagna è sempre terribile. Non vedo assente qui il pericolo della confusione delle lingue, della regressione, della follia. Ho visto al Burghölzli parecchia gente che aveva perso il senno proprio qui. Persone molto interessanti... per me naturalmente! Io che ho sempre interesse per i casi difficili e molti regrediti ho avuto la possibilità insperata di vederli da vicino.

- Un interesse, mi pare, che Freud non condivide. I pazienti regrediti non sono curabili per lui.

Un tasto doloroso che non mancava mai di sommuoverlo.

- Perché lui vuole usare con tutti, come solo strumento, la parola. In certi pazienti il disturbo nasce in periodi antecedenti la parola. E dunque la tecnica va adattata, mutata.

Ma ben sapeva Fränkel quante incertezze insistevano su questa materia, quanti conflitti con la comunità queste sue idee gli avevano procurato. E tacque. Tacque anche quando Ludwig fece un ultimo tentativo.

- Avremmo qualche caso anche qui da farle vedere.

Sándor sorrise. Non se ne parlava proprio. Non aveva spazio interno per alcun paziente in quel momento. Il suo Diario e Natasha lo riempivano tutto come giorno radioso.

 

 

 

Intanto leggera passava Natasha fra i tavoli. Già lui le moriva accanto da una settimana. Sapeva che si chiama Natasha. O almeno. Tutti la chiamavano così.

Ma quella sera era destinato a fare una scoperta. In fatti Ludwig alla fine della cena, quando gli venne servito il suo solito bicchierino, inaspettatamente le disse: - Grazie Irina.

E Sándor: - Ma perché la chiama Irina?

- Ah, già! La verità è che Irina è il suo vero nome, anche se qui tutti la chiamiamo Natasha per la sua bellezza degna di Guerra e pace. E poi lei preferisce non essere Irina qui. Non vuole più identificarsi col suo passato.

Dunque l’Irina del giovane medico era lei, la Natasha dei tavoli! Il nuovo nome, che le era stato dato e lei aveva accettato con piacere, era un esotico omaggio alla sua superba bellezza.  

 

 

 

La mente di Sándor è in subbuglio. Che idea sbagliata s’era mai fatto di lei! Il lettore ricorderà. Aveva pensato, in forza del quadro clinico, a Irina come a una creatura grigia e debole, una creatura che assomigliasse a tappezzeria scolorita, un essere anonimo di cui nessuno s’accorge.

Perché mai il giovane Alexander non le aveva mai detto che era bellissima? Ah, i ragazzi! Come se la bellezza non fosse una categoria clinica!

 

 

 

Irina stava sempre meglio. E le sue passeggiate cominciavano a farsi sempre più lunghe. Immancabili naturalmente un libro e la fiorita panchina di maggio.

Sándor non la perdeva d’occhio mai, sia pure temprando il suo zelo con tutto il rispetto di cui era capace la sua anima fragile e gentile. Ma un giorno decise di forzare la propria anima schiva e di passarle accanto nello stretto sentiero solitario. Lei non avrebbe potuto non alzare gli occhi.

- Buongiorno dottore.

Quale serena tristezza luminosa! Irina sta leggendo il Werther di Goethe. E ne appariva compenetrata.

- Buongiorno Irina.

Come non accorgersi che lo studioso torce il collo per vedere il titolo. Lei quasi chiude il volume per facilitargli il compito.

- Ah! Vedo che ha superato la metà. Forse già è giunta là dove Werther grida... no! Mi scusi non voglio anticiparle nulla.

- Non sarebbe un problema, non è la prima volta che lo leggo.

- Ah dunque! rilegge il Werther... perché? In questo luogo poi, e in questo mese già così romantico di suo. Tutto questo può scuotere le anime delicate...

- Specialmente se si è nel punto in cui io sono e lei, Carlotta, dice... glielo leggo... bisogna rientrare, è l’ora... e volle liberare la sua mano... ah, ella non sapeva quando ritirò la sua mano dalla mia.

- Oh, la fine del primo libro... tesi le braccia; ella sparì.

- Proprio così. Ma, lo sa forse a memoria?

- Certamente no. Ricordo questo punto solo perché è l’inizio della fine. Un punto in cui si vede quanto una donna possa essere crudele nel lasciare un uomo, anche se lo ha amato alla follia.

Con sorpresa Irina s’infiammò, e reagì con vigore.

- Ma Carlotta non ha mai amato Werther. Ella ama Alberto. Ogni donna che ami veramente non tradisce mai il vero amore. L’amore è il suo destino. Semplice e chiaro. Non vi sono incertezze.

- Oh, Irina, nella mia esperienza clinica ho visto molte volte queste sicurezze così ferme nella tiepida e ipnotica dolcezza della sera, non sopravvivere alla fredda luce del mattino seguente.

Ma Irina scosse vigorosamente, testardamente, il capo.

E disse con una forza che la lascò spossata: no, io non sarei mai come Carlotta. Lascerei senza esitare marito e figlia per l’uomo che amo. Che vale mai dire “ti amo” ad ogni muover di foglia se poi questo non è un amore tale da reggere alla prova dei fatti, della difficoltà, del dolore, da reggere insomma anche nelle condizioni più radicali ed estreme, da sfidare la morte e persino il discredito sociale?

Le sue guance si erano imporporate. Era ancora molto debole.

Sándor si scostò incredulo di un passo. Le sue pazienti avevano fatto spesso scelte diverse, ma era pur vero che non aveva mai visto in loro tanta fiera determinazione. Decise di lasciarle vedere allora tutto il suo stupore e la sua approvazione. E come in trance e senza chiederle il permesso, come un automa, si sedette senza quasi accorgersene sulla stessa panchina, accanto a Irina. E senza dire nulla, a lei tutto si converse e la guardò in modo che trasparisse la meraviglia che provava. Ma il viso di lei, fermo nella luce, gli restituiva tanta sicurezza che infine fu Sandor ad abbassare gli occhi sentendo che non sarebbe riuscito a sostenere a lungo quello sguardo sereno.

 

 

 

Tornato in camera si diede a riflettere sulla sua passata misoginia. Com’era stato possibile? È vero, non aveva incontrato mai donne tanto straordinarie. Esemplare addirittura poi l’ultima lotta, quella più vicina alla sua memoria, con Elisabeth, un caso ancora in essere, un caso che ancora lo torturava e per cui Freud lo aveva spesso deriso.

Ma del resto non poteva forse che attribuire a se stesso il fatto che i casi difficili capitassero sempre a lui, che era il migliore e che non rifiutava i casi disperati?

Ma tornò al tema. Se può esistere Irina, come spiegare la misoginia? Forse quella sera avrebbe potuto aggiungere qualcosa al suo diario.

 

 


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