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TEMI DI PSICODIALETTICA a cura del Centro internazionale di Psicodialettica Responsabile del Centro Prof. Luciano Rossi
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La gnosi |
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La
Gnosi di
Roberta Rossi La
terapia junghiana è fondata sul cammino eroico che il Sé compie alla
ricerca di se stesso; il Sé prende a camminare sentendo una chiamata e, rispondendo all'appello,
compie traversate notturne tra
mille insidie, oltrepassa il guardiano
della soglia e raggiunge infine il Tesoro
al centro di un labirinto. È
quello che viene chiamato il ciclo
dell'Eroe. Questa è la prima
somiglianza fra la gnosi e Jung, ma ve n’è una seconda che è addirittura più specifica ed esplicita. Jung,
infatti, vide, e lo dichiarò esplicitamente, un filo ininterrotto fra
l'antica gnosi, l'alchimia e la sua psicologia del profondo. In
che senso, fra i tanti, intendiamo qui la gnosi? La intendiamo come
esperienza personale del Sacro, come un metodo per raggiungere conoscenze
che non ci possono pervenire leggendo libri, ma solo leggendo dentro di
noi. È conoscenza che nessun altro ci può dare. Tertium non datur. O si può conoscere in proprio, e allora avremo la Gnosi; o si può credere
nella conoscenza che altri ci rivelano, e allora avremo la fede. O
conoscere (Gnosi) o credere (fede). O si è seguaci dei profeti, e allora
si crede; o si è mistici, e allora si conosce in proprio. Il profeta
parla per conto di Dio e non rivela una dottrina propria; il mistico
raggiunge la conoscenza da solo, ma non può dare ad altri quel che ha
raggiunto perché è semplicemente impossibile. Si tratta di conoscenza
altra, rispetto a quella del profeta. Chi ha ricevuto parole, trasmette
parole. Solo quel che è dell'intelletto si può trasmettere ad altri
senza farlo loro provare; quel che è dell'emozione non può essere
conquistato, anche se a volte è conquistato per il tramite di una lunga e
continua presenza silenziosa dell’Altro di fronte a noi. Quel che si
riceve è intelletto, quel che si prova è emozione
ovvero gnosi. La
Gnosi è Metodo di conoscenza; ma è anche Conoscenza di metodo. Mai
Conoscenza di cose. Anche se spesso è intesa come conoscenza iniziatica,
è più chiaro vederla come metodo peculiare che porta alla conoscenza di
sé. Il metodo è il sentiero della gnosi, ma la gnosi è il sentiero
stesso. La gnosi dunque non è la meta, ma la strada stessa. Poiché
questo metodo è lavoro e costruzione di sé, e poiché noi ci conosciamo
costruendoci, conoscenza e metodo coincidono. Il Metodo è lo stesso per
tutti; le cose raggiunte con il Metodo sono diverse per ciascuno. Questo
Metodo è fondato sul principio che niente potrà sostituire il nostro
lavoro personale. La
Gnosi qui è un concetto generale; non vuol dire niente di più che le
seguenti due cose: a) metodo per raggiungere la conoscenza mistica di sé
(e del trascendente); mistica in quanto raggiunta con l'esperienza
personale e non ricevuta da altri, b) metodo per ottenere la congiunzione
degli opposti ossia tolleranza ed integrazione del male, congiunzione
conosciuta dalla gnosi antica, che l'alchimia del '600 riprenderà con il
principio del solve et coagula e
che Jung esprimerà con la coniunctio
oppositorum , il cui mistero studierà nel Misterium
coniunctionis. L'Apprendista
di fronte alla Gnosi resiste, recalcitra, chiede nutrimento all'altro
(ecco la simbiosi gnostica), chiede insegnamento. Resiste perché la Gnosi
è faticosa, la separazione è dolorosa. Gli verrà insegnato (ecco il
luminoso paradosso gnostico) che non ci sarà insegnamento, che dovrà
staccarsi dall’insegnante. Gli viene chiesto di fare proprio ciò che
ancora non sa fare. Egli sta lì come un figlio, aspettando di essere
nutrito; passivo. Occorre un modo particolare e arduo per convincerlo
alzarsi e camminare. Non possiamo fare nulla con lui se non ci adattiamo
alle sue strutture, dice Friedman. Ma la Gnosi, come la psicoterapia
secondo Friedman, non ha il compito di adattarsi bensì quello di
trasformare. E proprio qui sta il problema. Occorre gratificare il
paziente per non farlo fuggire; e nello stesso tempo non gratificarlo per
farlo avanzare. La situazione sembra impossibile, ma, se abbiamo fortuna,
c'è una soluzione: esiste un desiderio profano dell'Apprendista (e del
paziente) che può e deve esser gratificato, quello di identificarsi con
il proprio potenziale di crescita. Questa è la gratificazione che lo farà
avanzare anziché stare fermo. Durante
il Viaggio iniziatico avvengono tante liberazioni di energia legata; a
partire da questa liberazione si ha la formazione di energia libera, ossia
di energia che prima era impegnata in ansie profane e che ora è divenuta
libera e, come tale, disponibile per la creatività e la conoscenza
gnostica. Il viandante, l'iniziato, conosce questi sollievi, queste
trasformazioni. Egli non ha bisogno di credere
che tali trasformazioni avvengano; egli le conosce
in prima persona, le sente in sé, anche se non le può mostrare.
Com’è noto, c'è chi sa perché ha visto e chi invece ha fede in ciò
che hanno visto altri, nel sapere altrui. Ma chi sa il sapere altrui, chi
conosce in via indiretta, non conosce se stesso; conosce solo l'anima
altrui. Sa davvero, solo colui che sa per esperienza diretta. “La
visione di un uomo non impresta le proprie ali a un altro uomo[1]”
ci ammonisce Gibran ne Il profeta.
Chi ha (solo) fede (in altri) crede superflua l'esperienza diretta, ossia
il proprio lavoro, ossia ancora ciò che gnosi, alchimia, massoneria e
Jung chiamano la grande Opera. Dall'albero
della Gnosi nasce la conoscenza conquistata dal figlio con le sue sole
forze, senza l'insegnamento del padre: un sapere che lo renderà simile al
padre. Se vengo portato in spalla resterò figlio del padre, non mi farò
mai i muscoli di acciaio del carducciano “grande Artiere”
(individuazione). E che sforzo terribile per il padre lasciare che il
fanciullo vada verso la vita con la sua corsa imprudente e la sua ingenuità
che non sa ancora d’ostacoli e trappole! Il padre teme di non essere un
buon padre (e talvolta il maestro teme di non essere un buon maestro) se
non è protettivo, se non precede il figlio nel pericolo. Ma non è così;
il padre e il maestro devono seguire, devono guidare da dietro. Davanti
all'Università di Basilea c'è una statua che rappresenta il Maestro e
l'Allievo; il Maestro sta dietro, abbastanza vicino all'allievo per
sorreggerlo se cade e leggermente a lato per vedere dove sta andando.
L'allievo tiene la mano sinistra sul cuore e la destra libera, disponibile
all'azione. Il maestro tiene le sue mani abbandonate in grembo in segno di
sapiente inattività. Entrambi guardano avanti. Non è facile: né per
l'uno né per l'altro. Dice Montefoschi:
Per incontrarsi con l'altro, sul piano della
conoscenza che insieme elaboriamo, il primo atto d'amore che ci si
richiede è, paradossale a dirsi, abbandonare l'altro, nel senso di
affidarlo al suo destino personale [di individuazione]. Ma per compiere
questo atto di affidamento noi dobbiamo superare l'ansia e lo struggimento
per il rischio e per il dolore cui l'altro deve sempre e comunque andare
incontro[2].
L'allievo
deve andare verso il suo destino come il Maestro è andato a suo tempo
verso il suo. Occorre capire bene il senso di questo “abbandono”. Forse lo lascerà cadere affinché impari cosa
significa rialzarsi. Ma sarà sempre lì, vigile e amorevole, anche se
talvolta avrà cura che questo non traspaia. La
separazione ha i suoi costi. Anche in psicoterapia. Accade che il paziente
scopra tesori sempre più consistenti, ma scopra anche di non poterli
comunicare né ai parenti né agli amici. Si trova allora a dover fare i
conti con la solitudine
dell'iniziato. Ecco il grande dolore: individuarsi da solo, non poter
portare i propri cari con sé. Non si può comunicare ad altri, sosteneva
Jung, ciò che solo l'iniziato sente e che per lo più gli altri non
vogliono sentire. Questo sapere infatti non si può trasmettere con libri
o conferenze, ma solo con una lunga, e non-verbale, relazione emotiva;
cercare di trasmettere qualcosa, con le parole, a chi non possedesse già
il sapere emotivo, non porterebbe che discredito a chi lo fa e alla sua
causa, indipendentemente dalla correttezza del suo dire. “Non lo dite a
nessuno, solo ai saggi, / perché la folla subito dileggia[3]”.
Solo se accettiamo di lasciarci analizzare sul “divano occidentale”,
potremo ricevere la parola psicoanalitica. Anche psicoanalisi è gnosi,
lungo cammino solitario, separato. Non è iniziazione rituale di una sola
cerimonia, ma il lungo cammino di individuazione che ne consegue. Una
iniziazione effettiva dunque. Iniziazione effettiva che peraltro non è un
raggiungimento ontologico (un plenum
conquistato, un oggetto che riempie il vuoto della nostra conoscenza), ma
un raggiungimento metodologico: è l'apprendimento del metodo gnostico, è
l'aver imparato a lavorare da soli all'interminabile vacuum;
appena, infatti, una difficoltà scompare un'altra si ripresenta
(tantum plenum, tantum vacuum;
appena riempiamo il vuoto con un contenuto, un identico nuovo vuoto si
spalanca davanti ai nostri occhi).
[1]
Gibran, G.K., Il
profeta, Milano, Bompiani, 1994, pag. 85 [2]
Montefoschi, S., Essere
nell'essere, Raffaello Cortina, pag. 220 [3]
Goethe, W., Il divano
occidentale-orientale
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