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TEMI DI PSICODIALETTICA a cura del Centro internazionale di Psicodialettica Responsabile del Centro Prof. Luciano Rossi
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Margaret Mahler |
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Margaret
Mahler di
Roberta Rossi Dice il Greenberg: Per
la Mahler, il punto di riferimento dello sviluppo riuscito [...] [consiste
in] un movimento evolutivo, da un incistamento all’interno di una
matrice simbiotica figlio-madre, al raggiungimento di un’identità
stabile, [...]. La Mahler chiama questo processo
“individuazione-separazione” e nelle sue formulazioni più recenti,
“nascita psicologica”[1].
La
matrice simbiotica figlio-madre, citata da Greenberg, s'instaura a partire
dal secondo mese, quando il bambino emerge dal suo “guscio autistico”
grazie ad un maggior investimento della periferia corporea. Questo
spostamento dell’investimento libidico dall’interno all’esterno, gli
consente di acquistare una certa consapevolezza, seppur ancor vaga e
parziale, dell’esistenza di quell’oggetto che gratifica i suoi
bisogni: la madre. È
questa nuova consapevolezza a segnare l’inizio di quella che la Mahler
chiama “fase di simbiosi normale”. In questo stadio il bambino
percepisce la presenza della madre, ma non come un oggetto totale e
separato, bensì in modo parziale. Infatti il bambino si
comporta e agisce come se egli e la madre fossero un sistema onnipotente,
una unità duale racchiusa dentro uno stesso confine comune. Si tratta
forse della sensazione oceanica di mancanza di confini, [...][2]. La
fase di autismo normale e quello di normale simbiosi sono, entrambe, due
momenti in cui non c’è differenziazione alcuna, anche se il secondo è
caratterizzato da una feconda preoggettualità[3]; feconda perché consente
il passaggio alla terza fase delineata dalla Mahler, denominata di
“separazione-individuazione”. La
fase di separazione-individuazione è caratterizzata da un costante
aumento della consapevolezza della separazione fra Sé e l'“altro”,
che coincide con il sorgere di una sensazione del Sé, di una vera
relazione oggettuale e della consapevolezza di una realtà nel mondo
esterno[4].
La
Mahler suddivide questa terza fase evolutiva in quattro momenti
successivi: differenziazione, sperimentazione, riavvicinamento e
individualità. Nella
sottofase di differenziazione, è presente, in ogni bambino normale, una
tendenza a svincolarsi dalla madre: il bambino non sta più costantemente
in braccio come nella fase simbiotica, ma compie i primi tentativi di
distacco. La successiva
sottofase, quella di sperimentazione, si sovrappone alla precedente, ma
possiamo ascriverne l’inizio preciso all’acquisita capacità di
camminare carponi. Con
l’impulso della maturazione della funzioni autonome, come il pensiero e
soprattutto la deambulazione, inizia “l’avventura amorosa col mondo”
(Greenancre, 1957). Il bambino compie il più grande passo verso
l’individuazione umana. Cammina liberamente in posizione eretta. Così,
il campo visivo cambia; da una posizione completamente nuova scopre
mutevoli e inaspettate prospettive, soddisfazioni e frustrazioni. [...]
L’investimento libidico si sposta sostanzialmente al servizio dell’Io
autonomo e delle sue funzioni in rapida evoluzione, e il bambino sembra
inebriato delle sue facoltà e dalla vastità del suo mondo. Il narcisimo
è al culmine! [...] Il bambino si concentra nella sperimentazione e nella
padronanza delle proprie capacità autonome (indipendenti dalla madre o
dagli altri). [...] Può darsi che l’euforia di questa sottofase
riguardi non solo l’esercizio degli apparati dell’Io, ma anche la fuga
esaltante dalla fusione con la madre e dall’assorbimento da parte di lei[5]. La
Mahler situa la “nascita psicologica” del bambino proprio nella
sottofase di sperimentazione, in special modo nella sua seconda parte
definita di “sperimentazione vera e propria”, e la collega
all’acquisizione della facoltà di deambulazione: questo evento, dice la
Mahler, “ha un grande significato simbolico sia per la madre che per il
bambino”[6];
infatti è come se il bambino fosse entrato nel mondo delle persone
indipendenti, di coloro che “camminano con le proprie gambe”, come si
suol dire. È fondamentale, ora
come nel corso di tutta l’evoluzione psichica del bambino, che la madre
incoraggi la spinta all’autonomia del figlio, così come ci ricorda
Greenberg: In
concomitanza con l’esperienza della “nascita psicologica” del
bambino, la madre deve essere disposta a rinunciare al possesso del corpo
del figlio, se si vuole che lo sviluppo proceda in modo soddisfacente.
Dev’essere disposta a permettere, e perfino ad incoraggiare con gioia,
la sua crescente capacità di operare staccato da lei e il suo ingresso in
un mondo eccitante e sempre più esteso[7]. Già
alla fine di questo periodo, all’incirca verso l’inizio del secondo
anno di vita, appaiono, anche all’osservatore meno attento, le
manifestazioni del processo di separazione-individuazione. Alla
fine del primo anno e nei primi mesi del secondo si può notare in modo
particolarmente evidente che il processo di separazione-individuazione ha
due percorsi di sviluppo intrecciati fra loro, ma che non sempre procedono
in uguale misura e in modo proporzionato. Uno è il percorso
dell’individuazione, l’evoluzione dell’autonomia intrapsichica,
ossia la percezione, la memoria, il pensiero e l’esame di realtà;
l’altro è il percorso evolutivo intrapsichico della separazione, che si
svolge in termini di differenziazione, allontanamento, formazione di
confini e svincolamento dalla madre. Tutti questi processi di
strutturazione finiranno per culminare in rappresentazioni del Sé
interiorizzate, distinte dalle rappresentazioni oggettuali interne. [...]
Le situazioni ottimali sembrano essere quelle in cui la consapevolezza
della separazione corporea, in termini di differenziazione dalla madre,
procede parallelamente (ossia senza un accentuato ritardo né uno sviluppo
troppo rapido) allo sviluppo del funzionamento autonomo indipendente del
bambino che comincia a camminare, ossia il pensiero, la percezione, la
memoria, l’esame di realtà ecc.; in breve, quelle funzioni dell’Io
che servono all’individuazione[8]. Appare
quindi evidente la differenza con il processo d’individuazione tracciato
da Jung. Nella
Mahler abbiamo due processi separati e distinti che corrono paralleli
nella situazione di “normalità”, ma che possono anche presentare uno
sfasamento in caso di patologia. Il
processo d’individuazione tracciato da Jung, invece, è un unico
percorso, all’interno del quale possiamo vedere, sfumati uno
nell’altro, due movimenti successivi: quello della separazione e quello
dell’integrazione delle parti. È
inoltre importante dire, che se per la Mahler il risultato di tale
processo sono le rappresentazioni interiorizzate del Sé, secondo Jung il
cammino individuativo porta ad un Sé che già esiste, che già dimora
nell’uomo, che è a priori. Nella prima teorizzazione, quindi,
assistiamo ad una creazione, nella seconda ad una scoperta. Ma
torniamo alla Mahler. Il
bambino, che, durante la sottofase di sperimentazione, investe sulle nuove
capacità e sull’autonomia appena scoperta, raggiunge il primo livello
d’identità e di consapevolezza circa la propria separatezza dalla
madre. Questa scoperta, però, porta con sé un costo da pagare. A metà
del secondo anno, infatti, il bambino si rende conto che la madre è un
oggetto separato da sé, un oggetto che funziona in modo indipendente, e
quindi che non può essere costantemente disponibile per rispondere alle
sue necessità. Il risultato di tale scoperta è la perdita del
narcisistico senso d’onnipotenza che caratterizzava la sottofase di
sperimentazione, e la comparsa dell’angoscia di separazione. Sono questi
i cambiamenti che segnano l’inizio della sottofase di riavvicinamento. Si
assiste in questo periodo, ad un moto di riavvicinamento, da qui il nome
della sottofase, del bambino nei confronti della madre, ma non si ricrea
più la vecchia unità simbiotica. La
madre deve ora essere avvicinata ad un nuovo livello, più elevato, di
interazione, caratterizzato in particolare dalla condivisione di nuove
scoperte nel mondo “esterno” e dal linguaggio. Tipico dei primi mesi
della sottofase di riavvicinamento, è il “corteggiamento” della madre
da parte del bambino, che tenta di ottenere la partecipazione al suo
mondo, all’interno del contesto di un qualche riconoscimento della sua
separatezza[9]. Quello che avviene per
la Mahler, e questo vale anche per la prospettiva junghiana, non è quindi
un ritorno all’antico funzionamento simbiotico, ma il raggiungimento di
un livello superiore. L’evoluzione è in atto, e ogni movimento, nel
campo della non-patologia, ha un suo preciso valore funzionale. La crisi di
riavvicinamento, che compare all’incirca verso il diciottesimo mese e si
prolunga fino alla fine del secondo anno ed oltre, è, infatti, uno dei
nuclei centrali dell’evoluzione psichica del bambino: essa rappresenta
il grande conflitto fra il bisogno della madre e la vitale spinta alla
separazione ed individuazione. Attorno
al diciottesimo mese i nostri bambini [ossia i bambini del gruppo di
ricerca della Mahler] sembravano molto desiderosi di esercitare al massimo grado la propria
autonomia in rapido sviluppo. Sempre meno volevano ricordarsi che a volte
non potevano farcela da soli. Ne derivavano conflitti che scaturivano dal
desiderio di essere separati, grandi e onnipotenti e, nello stesso tempo,
di avere una madre che potesse soddisfare magicamente i loro desideri,
senza dover riconoscere che l’aiuto fosse avvenuto effettivamente
dall’esterno. [...] Questo periodo era quindi caratterizzato
dall’alternanza improvvisa tra il desiderio di evitare la madre e quello
di starle molto vicino, una sequenza comportamentale descritta assai bene
dalla parola “ambitendenza”[10]. L’ambitendenza è un concetto fondamentale della teorizzazione
proposta dalla Mahler; infatti Greenberg definisce “il bambino della
Mahler” come: un
essere che deve continuamente conciliare il suo desiderio di
un’esistenza indipendente, autonoma, con una spinta altrettanto potente
ad arrendersi e a re-immergersi nello stato di fusione da cui è venuto[11]. È
interessante, a questo proposito, rilevare un fenomeno tipico di questo
periodo, ossia il comportamento dell’indecisione.
I bambini, posti all’ingresso della stanza dei bambini più grandi,
vengono colpiti da una forte indecisione circa il varcare o meno la
soglia. Occorre decidere se rimanere con la madre nella stanza degli
infanti, oppure entrare in quella dei bambini più grandi allontanandosi
da lei. Varcare
la soglia e procedere da soli lungo il cammino dell’individuazione? O
rimanere ancorati alla madre, come Teseo alle rocce degli inferi[12]?
E’ il perenne dilemma che viene sciolto con il progredire
dell’evoluzione. E’
soltanto dopo che la costanza oggettuale comincia a stabilizzarsi, [...],
che la madre durante la sua assenza fisica può essere sostituita almeno
in parte dalla presenza di un’immagine interna sicura che rimanga
relativamente stabile indipendentemente dallo stato di bisogno istintuale
e di disagio interno. Sulla base di questa conquista la separazione
temporanea può essere prolungata e tollerata meglio[13]. La
costanza oggettuale, che garantisce il consolidamento dell’identità, è
il grande compito della quarta sottofase, detta appunto “della costanza
oggettuale”, che, a differenza delle altre, non termina in un momento
preciso, ma si prolunga nel tempo. Manifestazione
di tale conquista è la capacità del bambino di separarsi dalla madre: il
bambino preferisce, ora, rimanere a giocare nella stanza dei più grandi
senza la madre, piuttosto che seguirla quando ella ne esce. Bibliografia: Mahler, M.S.,
Pine, F., Bergman, A.,
(1975), The psycological birth of
the human infant: symbiosis and
individuation, New York, Basic Books, tr. it. La
nascita psicologica del bambino, Torino,
Bollati Boringhieri, 1989. Mahler, M.S., (1968), Infantile
Psychosis, New York, International Universities Press, tr. it. Le psicosi infantili,
Torino, Bollati Boringhieri, 1993.
[1] Greenberg, J. R., Mitchell, S. A., (1983), Le relazioni oggettuali nella teoria psicoanalitica, Mulino,
Bologna, 1986, pag.271 [2] Mahler, M., Pine, F., Bergman, A., (1975), La nascita psicologica del bambino, Torino, Boringhieri, 1989,
pag.78 [3] Spitz, R. A., (1965), The First Year of Life: A Psychoanalytic Study of Normal and Deviant
Development of Object Relations, New York, International
Universities Press [4] Mahler, M., Pine, F., Bergman, A., Op.
cit., pag.82 [5] Ibidem,
pagg. 104-105 [6] Ibidem,
pag. 108 [7] Greenberg, Op. cit., pag. 275 [8] Mahler, Op.
cit., pagg. 97-98 [9] Greenberg, Op. cit., pag. 276 [10] Mahler,
Op. cit., pagg. 128-129 [11] Greenberg, Op. cit., pag. 271 [12] Come è noto, il mito di Teseo appare oggi (vedi l’analisi di
Neumann, capitolo 1 di questa tesi) emblematico delle difficoltà che
l’uomo e la coscienza hanno a separarsi dalla madre e
dall’inconscio. [13] Mahler, Op. cit., pag.
144
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