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TEMI DI PSICODIALETTICA a cura del Centro internazionale di Psicodialettica Responsabile del Centro Prof. Luciano Rossi
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Natura naturans: la coscienza come compito |
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Natura
naturans: la coscienza come compito nella ricerca di Erich Neumann (di
Roberta Rossi) La coscienza individuale è solo il fiore o il frutto di una stagione, germogliato dal perenne rizoma sotterraneo, e che armonizzerebbe meglio con la verità se tenesse conto dell’esistenza del rizoma, giacché l’intreccio delle radici è la madre di ogni cosa.[1] C.G.
Jung La scoperta cardinale della psicologia transpersonale è che la psiche collettiva, lo strato profondo dell’inconscio, è la corrente vitale fondamentale da cui deriva tutto ciò che pertiene all’Io e alla coscienza: essa è il loro fondamento, il loro alimento ed è condizione della loro esistenza stessa.[2] E.
Neumann Nel
1949 Erich Neumann scrive una Storia
delle origini della coscienza. In essa egli riprende alcuni elementi
dispersi della produzione junghiana riuscendo con essi a fare ordine in questa
materia, a “delineare per la prima volta una storia dello sviluppo della
coscienza e [...] a rappresentare il mito come una fenomenologia di tale
sviluppo”[3]. Neumann
traccia in quest’opera una teoria dello sviluppo della coscienza, sia a
livello ontogenetico, sia a livello filogenetico. Facile è, tuttavia,
evidenziare l’analogia di questi due livelli poiché, come ci dice Maria
Teresa Rufini, [il]
paragone fra il pensare fantastico-mitologico dell’antichità con
l’analogo modo di pensare dei bambini e delle popolazioni primitive e
con la configurazione onirica è facilmente evidenziabile: l’ontogenesi
ripercorre la filogenesi[4].
Questo
carattere costitutivo degli stadi si dispiega nella successione storica
dell’evoluzione individuale, ma è molto probabile che a sua volta la
struttura psichica dell’individuo sia costruita in base alla successione
storica dello sviluppo umano nel suo complesso. Il concetto di stadio va
perciò compreso sia in senso “platonico” che in senso
“aristotelico”; gli stadi sono gli elementi costitutivi dello sviluppo
psichico in quanto stadi archetipici della struttura della psiche, ma sono
anche il risultato e la sedimentazione dello sviluppo interno della storia
dell’umanità.[5] Neumann
evidenzia la successione di più fasi (l’Uroboros; la Grande Madre; la
separazione dei genitori primordiali; il combattimento dell’eroe contro
il Drago; la liberazione della prigioniera), fasi che sfumano le une nelle
altre, e che riconduce a tre grandi cicli mitologici: 1.il
mito della creazione 2.il
mito dell’eroe 3.il
mito della trasformazione. Troviamo
tale suddivisione molto interessante, e tale da meritare che questi cicli
siano, almeno un poco, descritti, sia pure, per necessità contingenti,
con pochi dettagli. 1)
Il ciclo mitologico della creazione. Il
primo ciclo del mito è il mito della creazione. In esso la proiezione
psicologica dello psichico avviene in forma cosmogonica, come mitologia
della creazione. Il mondo e l’inconscio predominano e costituiscono
l’oggetto del mito. L’Io e l’uomo stanno appena sorgendo; la loro
nascita, i loro dolori e la loro emancipazione costituiscono le fasi del
mito della creazione[6].
All’inizio
di questa prima fase, tutto è contenuto nel Grande Rotondo, concetto
questo quasi onnipresente, qualunque sia il nome che, nei diversi
contesti, esso assume: l’Uno di Proclo, l’Uovo Cosmico Filosofale, il
luogo germinale da cui tutto ha origine, e così via. Questo luogo perfetto contiene già in sé tutti gli opposti, ma essi sono ancora indistinti, poiché il mondo non è ancora iniziato. Neumann
colloca in questo periodo la funzione determinante del simbolo uroborico,
ossia del serpente che si morde la coda. [Il
tempo dell’Uroboros] è il tempo della esistenza nel paradiso terrestre,
dove l’anima ha la sua dimora premondana, il tempo anteriore alla
nascita dell’Io, il tempo del rifugio e della protezione inconscia, il
tempo in cui si nuota nell’oceano del non nati. Il
tempo dell’inizio, della perfezione, anteriore all’insorgere degli
opposti, va visto come l’autodescrizione della grande era del mondo in
cui non c’era ancora alcuna coscienza[7]. L’Uroboros,
dunque, è il grembo primitivo, il grembo materno contenitivo; ma esso è
simbolo, archetipo, e, come tale, non va inteso in senso concreto, bensì
nella sua veste proteiforme. Il “rotondo” non è solo la madre, ma
ogni profondità, abisso marino, mondo inferiore, valle o caverna che sia,
ogni luogo in cui l’identità dell’uomo si annulla, dove la sua
coscienza si disperde, il suo Io si annichilisce. L’uomo
nella fase uroborica ancora non esiste; “nulla è [ancora] lui stesso,
tutto è [ancora] mondo”[8].
Lo
stadio iniziale, che è dominato dal simbolo dell’Uroboros, è anteriore
all’Io, e come esso è precedente all’epoca storica dell’umanità,
così come nell’evoluzione dell’individuo appartiene allo stadio della
primissima infanzia, in cui è presente solo un Io embrionale. [...]
corrisponde nella storia dell’umanità allo stadio psicologico in cui
l’individuo e il gruppo, l’Io e l’inconscio, l’uomo e il mondo
erano ancora così inseparabilmente uniti che il loro rapporto era
governato dalla legge della partecipation
mystique, dalla legge dell’identità inconscia.[...] Il mondo come
mondo esterno degli eventi extraumani, la comunità come sfera dei
rapporti interumani e la psiche come mondo dell’esperienza interne
dell’uomo: questi sono i tre fattori fondamentali che determinano la
vita umana; [...] Allo stadio iniziale, però, questi tre settori non sono
ancora distinti; l’uomo non si differenzia ancora dal mondo, né
l’individuo dal gruppo e la coscienza egoica ancora non si contrappone
all’inconscio[9]. Uomo,
collettivo e mondo sono fusi insieme: la coscienza non si è ancora
distaccata dall’inconscio. L’uomo è ad un livello precosciente,
preindividuale; il suo sé è proiettato su un collettivo anonimo in cui
vige ancora una comunicazione di tipo inconscio. Solo l’individuazione
consentirà di ritirare le proiezioni dal gruppo e di intessere relazioni
umane coscienti, ma tutto ciò è ancora estremamente lontano dall’uomo
uroborico, anche se di uomo ancora non si può propriamente parlare. Dell’uomo,
infatti, esiste per ora solo un timido embrione, seme che sonnecchia nel
Perfetto Rotondo. Il risveglio e i primi sviluppi di quest’embrione
avvengono sempre in tale fase: è una coscienza egoica infantile, infatti,
quella che si sviluppa all’interno dell’Uroboros, una coscienza che, a
fatica, compie i primi tentativi di differenziazione. Parallelamente
al lento, e graduale, sviluppo della coscienza e dell’Io, accade il
passaggio dall’Uroboros alla Grande Madre, colei che protegge e nutre,
presso la quale esistono solo serenità e riposo: Non
fare niente, esistere pigramente nell’inconscio, nell’inesauribile
mondo della penombra, in cui la grande nutrice gli fornisce tutto ciò di
cui ha bisogno senza fatica e liberamente, questa è la condizione
“beata” del tempo primitivo. [...] Il lato positivo della Grande Madre
appare in un primo momento essenzialmente contenuto in questo stadio
dell’Uroboros[10]. E’,
questo, un passaggio fondamentale, poiché segna la transizione da
un’epoca non-figurativa a quella figurativa; inizia ora l’epoca
mitologica: ora, poiché solo adesso c’è un abbozzo di coscienza,
abbozzo necessario a qualsivoglia attività di raffigurazione. Inizia
così l’era del mithos. Inizia
precisamente una mitologia cosmogonica che va assumendo progressivamente
una maggior umanizzazione via via che la coscienza dell’uomo si fa più
forte: I
miti di questo stadio della raffigurazione includono una crescente
umanizzazione nella vita degli dei e nell’esperienza che l’uomo ha di
essi. Mentre le divinità primordiali numinose sono cosmiche, cioè
nascono da un simbolismo in cui la potenza prevale sulla figura, ora il
divino viene gradualmente avvicinato all’umano. [...] La crescente
autonomia della coscienza raggiunge una svolta decisiva solo nel mito
dell’eroe; prima incombe sempre su di lei l’ombra della sua origine
inconscia[11]. Comincia, in questo periodo, la prima, debole, differenziazione della coscienza, ma lo sforzo che ciò richiede è ancora eccessivo, e così la coscienza riesce, per ora, a comparire solo a tratti, per poi immergersi nuovamente nel rassicurante inconscio “materno”. Fintanto
che la coscienza egoica infantile è debole e sente l’esistenza autonoma
come una fatica grande e opprimente, mentre considera come piacere
delizioso la vita crepuscolare e il sonno, essa non si è ancora scoperta
nella propria identità e nella propria diversità. Fino ad allora domina
ancora l’Uroboros come la grande e turbinosa ruota della vita, in cui
tutto ciò che non è ancora individuo è contenuto nell’unità dei
contrari come qualcosa che non solo è transitorio, ma vuole anche esserlo[12]. Lo
stato inconscio è dunque lo stato naturale. La spinta a divenire
cosciente di sé, ad individuarsi, è invece (un artificiale, oseremmo
dire,) conseguente ad un atto di volontà. Ricordiamo, a tal proposito,
che Neumann definisce la tendenza individuativa come “il non naturale
all’interno della natura”[13];
è ciò che fa dell’uomo la specie eletta. In un certo senso, riferisce
Neumann, tutta la storia dello sviluppo della coscienza è centrata sulla
dialettica uomo-natura. Ma
come abbiamo detto, il percorso tracciato da Neumann può essere letto
secondo due punti di vista: quello filogenetico, ove l’inizio è
rappresentato dai miti e dai riti, e quello ontogenetico, ove l’origine
dell’infanzia si manifesta attraverso le immagini inconsce che giungono
alla coscienza per mezzo della produzione onirica. E
allora tale fase può essere vista come lo stadio dell’Uroboros materno,
caratterizzato dal rapporto, sia dell’uomo con la Grande Madre, che del
bambino con la propria madre naturale, individuale. È il periodo felice
cui si anela fare ritorno; ma è anche il periodo della dipendenza
mortifera che non lascia esistere il figlio. Ciò è legato alla
dipendenza dell’Io, e della coscienza, dall’inconscio. La
dipendenza della serie “bambino-uomo-Io-coscienza” dalla serie
“madre-terra-natura-inconscio” illustra il rapporto del personale col
transpersonale e la dipendenza del primo dal secondo[14]. La
percezione che l’uomo ha della Grande Madre richiede una trasformazione.
Ed è proprio questa fatale dipendenza, condizione che tanto coarta la
libertà dell’individuo, a rendere possibile tale cambiamento.
Progressivamente l’uomo abbandona l’immagine buona e amichevole che ha
di lei, e incomincia a sentirla ostile, a vederla come una nemica da
temere e da cui difendersi. Inizia, così, il cammino necessario della
differenziazione dell’uomo-coscienza dalla madre-inconscio. Ora il cammino si fa più deciso. Il passo è spedito, la decisione non revocabile. L’uomo non è più disponibile a fare ritorno al Grande Rotondo, a cedere all’“incesto uroborico”. Accetta di sopportare la fatica dello stato di coscienza, e reclama, con vigore, una propria autonomia e indipendenza. Si
crea allora quella polarità fra inconscio e conscio che consente
l’evoluzione di quest’ultima e dell’Io. D’ora in poi le azioni
dell’uomo saranno dettate dalla spinta alla differenziazione e alla
centro-versione: Il
distacco dall’Uroboros, l’entrata nel mondo e il confronto con il
principio degli opposti che governa il mondo, sono compiti essenziali
dell’umanità e dell’individuo. [...] Accanto a questa tendenza
evolutiva, però, ne esiste - e a ragione - un’altra, che è rivolta
verso sé stessa o “centrovertita” e mira allo sviluppo della
personalità e alla realizzazione individuale. [...] Il suo punto focale
però non sta negli oggetti o nel confronto con essi, si tratti di oggetti
interni o esterni, bensì nell’autoconfigurazione, cioè nella
costruzione e nel compimento di una struttura della personalità, che
quale perno e centro di ogni attività vitale, adopera gli oggetti del
mondo interno ed esterno come materiali per lo sviluppo della sua totalità.
[...] L’autoconfigurazione, il cui effetto nella seconda metà della
vita è stato chiamato da Jung “individuazione”, preannuncia i suoi
movimenti evolutivi decisivi non solo nella prima metà della vita, bensì
già nell’infanzia. La formazione dell’Io e della coscienza è
ampiamente governata dall’autoconfigurazione[15]. La
paura di fronte alla Grande Madre è il primo segno della differenziazione
in atto, che affonda, a sua volta, nella spinta centroversiva. L’essere
umano, di fronte al potere materno, reagisce, inizialmente, resistendo ad
esso, con la fuga o la ribellione. Questi atteggiamenti riconoscono alla
Grande Madre ancora tutto il suo potere, tanto che il figlio non rivolge
ancora il “negativo” verso l’oggetto, come farà l’eroe, ma verso
di sé, orientandosi piuttosto alla propria autodistruzione che non a
quella altrui. Ma
lentamente il processo di differenziazione diventa sempre più definitivo
fino a raggiungere il suo compimento nel secondo ciclo mitologico. 2)
Il ciclo mitologico dell’eroe Il
passo successivo nell’evoluzione della personalità umana è determinato
dalla scissione in due sistemi: la coscienza e l’inconscio [...] La
mitologia rappresenta tale sviluppo in due stadi: la separazione dei
genitori del mondo e il mito dell’eroe [...] Con la separazione dei
genitori primordiali vengono distaccati il cielo e la terra, si crea la
polarità e viene liberata la luce. [...] La separazione dei genitori
primordiali è la forma cosmica del combattimento dell’eroe, in quanto
rappresenta mitologicamente il processo di emancipazione dell’individuo[16]. E.
Neumann
La
separazione dei Genitori Primordiali appare qui come la creazione stessa
del mondo: la formazione dei due esseri dall’uno originario, la nascita
della coscienza, della luce, del maschile. A tutto ciò sono legati la
sofferenza e il sentimento di perdita. Questa
separazione si basa sulla fondamentale scissione tra una parte conscia
della personalità, che ha per centro l’Io, e una parte - più estesa -
inconscia. [...] L’Io e la coscienza si identificano sempre con un lato
dell’opposizione e lasciano l’altro nell’inconscio, di volta in
volta impedendogli di emergere, oppure reprimendolo consapevolmente, o
ancora rimuovendolo, cioè escludendolo dalla coscienza senza la
consapevolezza di farlo. Solo una profonda analisi psicologica allora può
scoprire nell’inconscio l’altro termine dell’opposizione. [...] Tale
perdita della totalità e della completa integrazione, sia pure inconscia,
viene vissuta come perdita primaria ; è il fenomeno originario della
mancanza, della deprivazione originaria che compare all’inizio
dell’evoluzione dell’Io. [...] Il senso di perdita, a questo livello,
ha dei riflessi emotivi, si manifesta come sentimento di colpa ed è
prodotto dalla perdita della participation
mystique[17]. Il
primo atto dell’uomo è quello di dire “no”, di distaccarsi, di
separarsi. L’Io può costituirsi solo tramite la separazione da tutto ciò
che è non-Io. Il soggetto ha bisogno di prendere le distanze
dall’oggetto, la coscienza dall’inconscio, il figlio dalla madre: determinatio
est negatio[18].
Con
la separazione dell’Unità Primaria in poli opposti, mitologicamente
rappresentata dalla separazione dei genitori primordiali ad opera
dell’eroe, l’uno (che da principio è al di sopra del bene e del male)
si scinde in bene e male, dei quali l’uomo può finalmente fare
conoscenza separata. La
bivalenza originaria dell’archetipo, i cui poli contrapposti coesistono,
viene spezzata dalla coscienza con la separazione dei genitori del mondo.
Ora a sinistra c’è una serie negativa di simboli, la Madre di morte, la
Grande Prostituta, la Strega, il Drago, Moloch; a destra c’è una seria
positiva opposta in cui troviamo la madre buona che, come Sophia o come la
vergine, partorisce e nutre, conduce alla rinascita e alla salvazione.
[...] La frammentazione dell’archetipo è rappresentata nel mito come
l’impresa compiuta dall’eroe. È lui che separa i genitori del mondo e
permette così la nascita e l’autogenesi della coscienza. [...] In
origine il combattimento contro il Drago era rivolto contro l’archetipo
primordiale dell’Uroboros; ma una volta scisso l’archetipo, il
combattimento è diretto contro la madre e contro il padre, finché alla
fine si arriva a una costellazione in cui la separazione diventa completa.
Contro l’eroe stanno la madre e il padre terribili ; suoi alleati
sono il padre divino e la dea vergine e madre[19]. Con
quest’atto l’uomo sfida l’Uroboros e attira su di sé l’ira, sia
del suo aspetto superiore, il maschile, sia del suo aspetto inferiore, il
femminile. Sarà il combattimento contro il Drago, che rappresenta questi
due poli, a determinare la vittoria definitiva dell’uomo sull’Uroboros. Ma
all’inizio di questo secondo ciclo mitologico, l’uomo non è ancora
completamente sicuro di sé, la sua coscienza non è ancora abbastanza
forte da combattere vittoriosamente con il Drago. Quello che caratterizza
questo periodo è un Io ancora adolescente, internamente diviso in due: la
parte della coscienza egoica, con la quale l’uomo s’identifica, e la
parte inconscia, che si oppone violentemente alla spinta centroversiva. In
questa fase, definibile di “pubertà della coscienza”, troviamo due
fenomeni caratteristici: il narcisismo, ossia la sopravvalutazione della
coscienza che si manifesta sotto forma di denigrazione dell’inconscio, e
un sentimento di dolore universale (weltschmerz
in Neumann) che consiste in una svalutazione di sé che porta spesso
all’autoannullamento. Questi
due fenomeni portano al fallimento della prova dell’eroe, ma, del resto,
la conquista della propria individualità non è ottenibile uno actu, ma solo per il tramite di un processo lungo e faticoso. L’eroe,
proprio perché è generato da Dio, deve essere “pio” e aver piena
coscienza di quel che fa. Quando invece agisce mosso dalla superbia e
dall’esaltazione del proprio Io, che i Greci chiamano hybris,
e non rispetta né teme il numinoso, contro cui combatte, allora la sua
azione fallisce. [...] Se l’Io orgoglioso disprezza le potenze
transpersonali superiori o inferiori ne diventa la vittima, sia che
l’eroe venga precipitato come Etana, che affoghi in mare come Icaro, che
venga trattenuto negli inferi come Teseo, che venga incatenato a una
roccia come Prometeo, o che sia punito come i Titani[20]. Solo
l’identificazione con il lato maschile della propria coscienza permetterà,
all’uomo, di giungere a quella completa scissione psichica che gli
consente di affrontare il Drago dell’inconscio. La
lotta contro il Drago viene generalmente rappresentata come la discesa
negli inferi o l’essere ingoiato da una creatura mostruosa: tutte
simbologie del confronto con l’inconscio. È
questo l’“incesto attivo” dell’eroe con la madre: l’Io non
finisce per dissolversi come nell’incesto uroborico, né per essere
castrato come nell’incesto passivo della fase della Grande Madre.
L’incesto attivo è un atto volontario, quello compiuto dall’eroe, è
la scelta consapevole di discendere nelle tenebre del femminile e di
confrontarsi con esse. Vincendo l’ansia di castrazione, che il femminile
genera, l’eroe vince il potere della madre-inconscio. Il
mito dell’eroe è la rappresentazione di quella fase dello sviluppo, sia
dell’uomo sia dell’umanità, in cui la coscienza esce dalla tirannia
dell’inconscio. Le creature infernali che l’eroe deve sconfiggere per
raggiungere il tesoro, sono, infatti, simboli delle pulsioni pericolose di
un inconscio che tenta di riassorbire la coscienza. La
pericolosità dell’inconscio, la sua capacità di sbranare, distruggere,
divorare e castrare si presenta all’eroe in forma di mostri, di prodigi,
di animali, di giganti, ecc., che egli deve vincere. Una analisi di queste
figure rivela che sono bisessuali come l’Uroboros, che posseggono
caratteristiche sia maschili che femminili. Ciò significa che l’eroe si
scontra con tutti e due i genitori primordiali e deve vincere sia la parte
maschile che quella femminile dell’Uroboros[21]. Ma
il combattimento contro il Drago non rappresenta solo la vittoria sul
femminile pericoloso, bensì anche il superamento del maschile
“negativo”. Bisogna
tenere presenti due figure di padre e due figure di madre. Il “re
malvagio”, cioè la figura del padre personale, rappresentante del
vecchio sistema dominante, invia l’eroe a combattere il mostro (sfingi,
streghe, giganti, bestie feroci, ecc.), fidando che in questa impresa egli
troverà la propria fine. Il combattimento è la lotta contro la Grande
Madre uroborica, contro la potenza dell’inconscio, a cui l’eroe può
facilmente soccombere, perché là l’Io incontra l’angoscia e corre il
pericolo di venir sopraffatto e di essere reso impotente. L’eroe però,
con l’aiuto del padre divino, riesce a vincere il mostro. La sua natura
superiore e la sua nubile nascita trionfano, e in tal modo si rivelano
esplicitamente. Ciò che il padre negativo aveva progettato come sconfitta
e perdizione diventa per l’eroe l’inizio dell’ascesa, e per il padre
l’inizio della sconfitta e della perdizione. [...] [Tutto ciò
costituisce] un canone necessario di eventi che contraddistinguono sia
simbolicamente che obbiettivamente la natura dell’eroe, il quale come
portatore del nuovo deve uccidere l’antico[22]. Superare
il padre e la sua legge, significa andare oltre il mondo dei valori
collettivi, il sistema culturale, religioso ed etico che regola la vita
della comunità. Del resto, possiamo anche dire che, onorare il padre e la
madre significa andare oltre di loro, portandoli con sé. L’eroe è
infatti il simbolo del nuovo, di colui che va contro la legge antica
garantendo al mondo una trasformazione. È questo il suo “progetto
interno”, è questo il compito che gli viene imposto dall’“altro
paterno”: quello positivo e transpersonale. Per
l’eroe, che rappresenta la nuova coscienza, il Drago nemico è
l’antico ordine, lo stadio psichicamente superato, che vuole
riassorbirlo. La sua forma più vasta e primitiva è la madre terribile,
ad essa si sostituisce il rappresentante maschile dell’autorità nel
matriarcato, lo zio materno, che a sua volta diventa il vecchio re e,
infine, il padre[23].
Se
il Femminile Terribile agisce, nei confronti della coscienza, come forza
disgregatrice, il Maschile Terribile agisce come principio di fissità. È
la forza che si oppone allo sviluppo della coscienza egoica, tenendo il
figlio ancorato al vecchio sistema di coscienza. La
castrazione patriarcale ha due forme: la prigionia e la possessione. Nella
prigionia l’Io rimane totalmente dipendente dal padre quale
rappresentante della norma collettiva, cioè si identifica con il padre
inferiore e perde così il contatto con le forze creative. Rimane legato
all’etica e alla coscienza morale tradizionali e conduce un’esistenza
castrata dalle convenzioni, caratterizzata dalla perdita della parte
superiore della sua duplice natura. L’altra forma della castrazione
patriarcale è l’identificazione con il padre divino. È lo stato di
possessione prodotto dall’inflazione del cielo, “l’annullamento
mediante lo spirito”. Anche qui l’eroe perde la coscienza della sua
duplice natura, in quanto perde il contatto con la sua parte terrena.
[...] Nei casi di impotenza, o di eccessivo rispetto per la legge, la
“coscienza morale”, l’istanza del vecchio padre collettivo, ha
soffocato la “voce interna”, cioè la nuova manifestazione del divino.
Così come nei figli sopraffatti dalla madre terribile questa ha
cancellato il padre divino, lasciandoli inconsciamente prigionieri del
seno materno e privi di contatto con il lato solare creativo dello
spirito, nei figli sopraffatti dal padre è la dea vergine generatrice che
è stata cancellata. In tal modo essi vivono esclusivamente sul piano
conscio e sono imprigionati in una specie di grembo dello spirito, che non
permette loro di avvicinarsi al lato femminile fecondo, all’inconscio
creativo, e dunque sono castrati come figli della madre[24]. Questo
secondo ciclo mitologico vede quindi l’affrancamento definitivo della
coscienza, e dell’Io, dal potere dell’inconscio. Affrancamento che
consente l’impresa del combattimento, e il movimento progressivo di
discesa nell’inconscio. Viaggio che si effettua per assimilarne i
contenuti, mitologicamente rappresentati dal tesoro da conquistare. Con
la vittoria dell’eroe si passa così al terzo ed ultimo ciclo
mitologico. 3)
Il ciclo mitologico della trasformazione Superando
la paura della donna, penetrando nell’abisso, nel grembo originario e
nel pericolo dell’incon-scio, egli si congiunge trionfante con la Grande
Madre, che castra i giovani maschi, e con la sfinge, che li uccide. In
quanto eroe egli rappresenta il maschile che è pervenuto a possedere una
propria esistenza, che con la sua autonomia è in grado non solo di
affrontare la potenza del femminile e dell’inconscio, ma anche di
procreare con lei. Qui, dove il giovane diventa uomo, dove l’incesto
attivo diventa l’incesto generatore, il maschile si congiunge con il suo
opposto femminile e determina la nascita di un terzo elemento; si produce
una sintesi in cui per la prima volta femminile e maschile si equilibrano
unendosi in un tutto. L’eroe non è solo il vincitore della madre; egli
uccide anche il suo aspetto femminile terribile e libera il suo aspetto
fecondo e benevolo[25]. E.
Neumann
Solo
in quest’ultima fase si può pervenire all’integrazione di quegli
opposti che si erano creati con la separazione dei genitori del mondo.
Solo ora, dopo la separazione, coscienza e inconscio, maschile e
femminile, possono entrare in relazione, in una nuova relazione di scambio
creativo che non annulla le singole parti. Il
collegamento con le profondità dell’inconscio diventa creativo solo
attraverso il rapporto con la realtà dell’anima, della prigioniera
liberata, perché il creativo, quale che sia la forma in cui si manifesta,
è sempre il prodotto di un incontro tra il mondo maschile della coscienza
egoica e il mondo femminile dell’anima[26]. L’anima
è rappresentata dalla prigioniera che vien liberata dall’eroe alla fine
della sua impresa. L’atto della liberazione viene quindi a costituire la
liberazione del femminile positivo dal Femminile Terribile, e più in
generale dall’archetipo materno. In
questo modo viene trasformato, assieme al maschile, anche il rapporto con
il femminile. Come dice Neumann, l’eroe viene trasformato da ciò che
egli trasforma, liberandolo. Ogni
portatore di cultura ha felicemente operato una sintesi tra coscienza e
inconscio creativo. Egli ha raggiunto in sé quel punto creativo, quel
punto del rinnovamento e della rinascita [...]. La conoscenza di questo
punto creativo, del tesoro nascosto nel profondo, che è
contemporaneamente acqua della vita, immortalità, fecondità e vita
futura, è ciò attorno a cui gravitano instancabilmente gli sforzi
dell’umanità. [...] Il ritrovamento del tesoro risulta però
impossibile finché l’eroe non trova e non redime la propria anima,
finché non estrae la propria parte femminile capace di concepire di
partorire. [...] la fecondità dell’eroe che riscatta e conquista la
prigioniera è una fecondità umana e culturale. [...] Dall’unione del
lato creativo dell’anima con la coscienza egoica dell’eroe, che ora è
capace di conoscere il mondo, di dargli forma e di agire in esso, da
quest’unione deriva la vera nascita, che è a essere una condizione
indispensabile per la fertilità, costituisce anche una solida base su cui
la personalità può affrontare lo strapotere del Drago, sia la sintesi
dei due aspetti. Il matrimonio simbolico tra l’Io-eroe e l’anima,
oltre esso il Drago del mondo o il Drago dell’inconscio[27]. Solo la liberazione della prigioniera consente il progresso, lo sviluppo, poiché solo l’unione feconda del maschile col femminile è generatore del nuovo. È importante quindi che la coscienza si tuteli dalle potenze disgregatrici dell’inconscio collettivo senza, però, spezzare, con esso, il legame vitale. L’uomo
potrà così recuperare il suo rapporto con il gruppo e con il mondo
esterno, senza che questo minacci la sua integrità ormai definitiva. al
culmine della sua evoluzione, la coscienza rinuncia a porre il proprio
centro nell’Io e si lascia integrare dalla totalità della psiche, dal Sé.
L’attività sintetica, che è il presupposto necessario
all’integrazione di una personalità centrata sul Sé, è una delle
funzioni elementari della coscienza egoica ; essa discende
direttamente dalla centroversione e dalla sua azione unificante.
L’elemento decisamente nuovo sta nel fatto che ora la sintesi attuata
dall’Io è cosciente, cioè nel fatto che l’unificazione non rimane al
livello biologico, ma viene elevata al livello psicologico. [...] Solo
quando il materiale è stato sintetizzato coi debiti requisiti di
completezza, le esigenze della centroversione sono soddisfatte ; a
quel punto essa si manifesta ponendo il Sé al centro della personalità,
con tutti i fenomeni che ciò comporta. L’integrazione della personalità
equivale a un’integrazione del mondo[28]. Al
termine dell’evoluzione dell’uomo e dell’umanità, c’è dunque lo
spostamento del centro dall’Io al Sé: l’Io è una tappa necessaria,
ma transitoria. Lo scopo ultimo dell’opera è l’individuazione del Sé. Interessante,
sottolinea Neumann, è rilevare, soprattutto, la somiglianza che
intercorre fra l’Uroboros e il Sé: questo simbolo lo vediamo, infatti,
ricomparire, nelle diverse culture e nei sogni degli uomini, alla fine del
cammino individuativo. Ma questa volta il simbolo non va inteso come
l’uno indistinto, bensì come il simbolo della completezza della vita,
della riacquistata totalità psichica. Altro non è, questa volta, che il mandala,
il simbolo archetipico dell’unità nella distinzione.
[1] Jung, C.G., (1912), Simboli della trasformazione, Torino, Boringhieri, in Opere, V, 1970, pag. 13 [2]Neumann, E., (1949), Storia delle origini della coscienza, Roma, Astrolabio, 1978, pagg. 238-239 [3] Jung, C.G., (1949), Prefazione in Storia delle origini della coscienza, Roma, Astrolabio, 1978, pagg. 11-12 [4] Rufini, M.T., in Carotenuto “Trattato di psicologia analitica”, Torino, Utet, 1992, pag. 600 [5]
Neumann, E., Op. Cit., pag.
233 [6]
Ibidem, pag. 27 [7]
Ibidem, pag. 32 [8]
Ibidem, pag. 34 [9]
Ibidem, pag. 235 [10]
Ibidem, pag. 35 [11]
Ibidem, pag. 267 [12]
Ibidem, pag. 36 [13]
Ibidem, pag. 36 [14]
Ibidem, pag. 57 [15]
Ibidem, pagg. 50-51 [16]
Ibidem, pag. 277 [17]
Ibidem, pagg. 115-116 [18] Parafrasando Spinoza (Omnis determinatio est negatio, Epistole, 59) possiamo dire che ogni costruzione accade per negazione di qualcosa che, dialetticamente, lo precede. [19]Ibidem, pag. 283 [20]Ibidem, pag. 172 [21]
Ibidem, pag. 157 [22]
Ibidem, pag. 162 [23]
Ibidem, pag. 167 [24]
Ibidem, pagg. 171-173 [25]
Ibidem, pag. 151 [26]
Ibidem, pag. 309 [27]
Ibidem, pag. 191 [28]
Ibidem, pag. 312
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