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TEMI DI PSICODIALETTICA a cura del Centro internazionale di Psicodialettica Responsabile del Centro Prof. Luciano Rossi
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Raggiungevo i compagni ad Osacca |
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©
Luciano Rossi (2008)
I. Il cieco
Ero solo, era sera, era
un brutto dicembre;
una giornata di quelle che vedi
di rado, persino da noi,
qui in montagna, che di freddo
ne sappiamo anche un po’,
specie in guerra. E quel giorno
era anche Natale per giunta.
Dopo l’armistizio, era il primo.
E quelli eran proprio i miei monti,
la mia casa ad un tiro di schioppo.
Lì a Osacca
ero uno dei pochi compagni
che abitavan di là dal canale.
E ogni tanto ci andavo, di là;
la voglia di vedere qualcuno, sapete,
della mia parte di valle.
Quella sera, per caso,
venivo giù dalle Case dei Brozzi
e prendevo ogni nuovo scorcione
o drittura che potevo, nei campi.
Alternavo il mio passo
fra boschi e coltivo. E qualche
pezzo talvolta di strada,
qua e là. La terra era fredda, era dura.
Timoroso nel passo, percorrevo
anche tratti ghiacciati.
E pian piano fu tardi,
e presto fu buio. Raggiungevo
i compagni ad Osacca,
ma ne avevo, di strada, da fare
ancora un bel po’.
Oscuri nell’aria gelata, muggiti sperduti
venivan da stalle lontane,
e strida d’uccelli, e le campane
dell’avemaria, là in fondo al vallone.
Anche lo sconforto arrivò
con il buio, e i rimpianti con lui,
e con loro il dolore
e i suoi tristi compagni.
Come sempre,
ogni volta,
a quest’ora.
E se poi è Natale
ancor più.
E anche più se si è in guerra.
Vent’anni.
Esser tristi a vent’anni:
ci vuol proprio tutta.
Il sentiero era niente
al confronto:
ben più freddo
era il ghiaccio dell’anima.
Al declino del giorno lo senti,
lo senti a ogni torno di strada.
Specie poi se non vedi nessuno.
Ma quella sera lo vidi.
Fu dopo l’ultima curva,
e si era quasi laggiù nel paese.
Intento a far legna nel bosco,
o anche frasche,
o quel che serviva,
rivoltava ogni cosa;
fra gli sterpi
o ne l’erba ghiacciata.
Rubava, era chiaro:
quasi niente era suo.
E si guardava attorno
a ogni suono: e li dovette
sentire i miei passi.
Perché prima ristette.
E solo dopo un po’
si chinò
nuovamente a frugare.
Abitava sopra il paese,
e da lui nessuno ci andava:
per scelta,
o destino,
o generale condanna.
Era vecchio, era oscuro.
Lo conoscevo da sempre.
Fra i compagni di Osacca
io solo ero a casa,
in quel posto.
Mi fermai, mi nascosi.
Lui riprese la cernita lenta,
curva,
e forse anche dolente.
Immobile attesi
che finisse il suo fare.
Volevo seguirlo.
Perché certa gente non cessi
mai di conoscerla bene.
Si dicevan di lui tante cose.
Anche brutte. E bisogna
poi dire che nessuna
di quelle
era falsa del tutto.
Brutte chiacchiere in giro,
che in guerra eran forse di troppo,
chiacchiere anche
contro noi partigiani.
Era tardi, era freddo,
ripeto, ma decisi
di saperne di più.
Son curioso, e anche molto,
dei bisticci dell’anima.
Così, quando lui
si avviò verso casa,
non lo persi di vista.
Poggiato alla finestra, l’avrei guardato
muoversi fra le povere cose
e veder se si era arricchito frattanto.
Perché certo rubava.
Da un po’
a noi di casa
venivano a mancare
galline, e più spesso anche soldi.
Ma arrivato alla sua
bicocca di sassi, lui,
posata qualche fascina
contro l’uscio di canne intrecciate,
non si fermò,
tirò dritto.
E seguitò col carretto,
fino alla casa del cieco.
Sapete, là in fondo al paese
che più giù c’è soltanto il canale.
Anche le finestre
eran spente dal cieco: nessuna fiamma
c’era più nel camino.
E magari da tempo.
Il mio vecchio vi entrò.
Ormai solo una luna
ch’era tonda come un piatto
d’ottone ben lustro
mi aiutava a vedere.
Stetti a lungo a guardarlo
uscire ed entrare
con nuove fascine.
Sì, stetti a lungo
a scrutar la finestra,
cieco anch’io
nel buio di tutti,
finché vidi
una debole luce, una fiamma
che anche l’anima accese.
Per dirla tutta, oramai
io potevo anche andare.
Nel cuore ci avevo
quel piccolo fuoco.
Ma forse era grande,
magari, e scaldava anche me.
E di sicuro m’avrebbe portato
fino a giù nel canale.
E traversarlo
adesso
sarebbe
stato più facile.
Magari
non mi bagnavo neanche.
A gran balze scendevo il vallone
e poi di là io l’avrei risalito.
Perché Osacca è di là
proprio in fronte.
Ma prima del canale sostai.
Insospettito da qualcosa, sostai.
Perché subito sentii dei rumori
E poi,
infine,
li vidi.
Eran gli altri.
Eran loro,
il nemico.
In quel chiaro di luna salivano
nella costa di là
proprio in fronte,
e parevano tanti,
più di cento sicuro,
silenti e guardinghi, certi già
dell’agguato fatale,
i più per lo stretto sentiero,
gli altri
sparpagliati nel bosco.
Fra poco sarebbero stati alle case.
Di corsa deviai verso sud. L’avrei
traversato più a monte
il canale,
li avrei presi di fianco
e magari facevo anche in tempo.
Da fare, di sicuro,
ce n’era anche per me.
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