TEMI   DI   PSICODIALETTICA

a cura del

Centro  internazionale  di  Psicodialettica

Responsabile del Centro

Prof. Luciano Rossi

 


Il partigiano azzurro

 

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Il partigiano azzurro

di Luciano Rossi

 

 

          Ricordo bene quel mattino presto di sessant’anni fa, quel lento trascorrere dell’ora antelucana. È la metà di maggio del ’45. La città è deserta, addormentata.

           Difficile immaginarli, oggi, quell’ora e quell’anno.

        Saran state le quattro, o giù di lì, e nel piazzale delle corriere solo buio e freddo, nonostante la primavera inoltrata.

          Negli anni di guerra c’è più buio e più freddo, v’assicuro. Ed essendo la paura finita da poco, o non finita affatto, quel cupo gelo non aveva ancora abbandonato le città né le campagne... e non aveva abbandonato i cuori, rastrellati anch’essi, né le ferite dei corpi martoriati col loro sangue raggrumato e sporco.

          Così le poche persone che quel mattino aspettavano sotto un magro lampione erano intirizzite. Con loro c’ero anch’io: sei in tutto, lì, a Barriera Bixio. Il buio, il freddo e noi sei, silenziosi come la città a quell’ora.

         Avevo sette anni e la guerra era finita da due settimane, non di più. Pacificamente invasi da nuovi stranieri, che avevano risalito la penisola, vivevamo giorni nuovi, mai visti. Anche noi bambini. Anche noi avevamo le nostre piccole avventure. Quanto a me, la mia scuoletta di campagna era stata occupata da soldati brasiliani. Loro erano i primi neri che vedevo, e quella che mi davano era la prima cioccolata che mangiavo. Così da più di dieci giorni godevo di vacanze anticipate. Inattese. Basti pensare che solo il 24 aprile, alla sera, in casa mia c’era una mitraglia a ogni finestra.

         Il mattino dopo la guerra era finita. E forse, non ricordo bene quando... ma poco dopo era finita anche la scuola.

         Così, libero da obblighi, quella mattina aspettavo un taxi con mia madre. Lei era maestra elementare nella stessa mia scuola, ma solo ora, e solo perché scrivo di quei giorni, trovo singolare non averle mai chiesto, nemmeno da grande, come si fossero svolti scrutini ed esami quell’anno.

         Ma in guerra, si sa, niente è regolare.

        Ad ogni modo, la lunga fiumana dei partigiani era da poco arrivata in città, e in gran parte ripartita. Ero rimasto impressionato dalla loro parata vittoriosa. Era passata davanti alla scuola, interminabile. Noi bambini, a guardare: col naso schiacciato contro i vetri. Scendevano tutti, uomini e donne, a muso duro, in fila per quattro. A muso duro ma raggianti, col sol dell’avvenire innanzi agli occhi. Per ore e ore erano passati. Non erano soldati, erano eroi rattoppati e fieri.

         In fila c’erano molte donne coi pantaloni, gli scarponi, il mitra e tutto il resto. La maestra dietro di me disse che le donne era meglio se stavano a casa. Anche mia madre diceva sempre così. Ma quel giorno non disse nulla:  pareva stupita, sorpresa che le donne partigiane fossero tante.

          La colonna infinita occupava tutta la strada, per chilometri e chilometri.

         Il loro comandante, trent’anni dopo, sarebbe diventato il mio direttore, al giornale, e avrebbe tentato, penso invano, d’insegnarmi a scrivere un articolo di fondo.

        C’erano stati euforici festeggiamenti in città, ed ora tornavano a casa, disarmati, ognuno quasi per conto suo, a riprendere una vita che non sarebbe stata più la stessa.

        Ma qualcuno aveva detto che non c’era ancora da stare tranquilli: ancora c’erano bande in montagna che non avevano consegnato le armi e non si erano sciolte. Non erano nemmeno scese in città per la parata. Stavano, si diceva, annidati nei monti lassù, come briganti.

        E però, a dispetto di questo caos e dei perduranti pericoli, la società civile doveva pur ricominciare a muoversi. Io e mia madre cercavamo di raggiungere mio padre in montagna. Erano molti mesi che non lo vedevo: l’otto settembre si era trasferito per prudenza da sua madre, nella nostra casa di Bardi. Non ne sapevo di più. Se avesse fatto il partigiano anche lui, non lo sapevo. – È via perché c’è la guerra – mi dicevano. E basta.

 

        Sul taxi ci stavano al massimo cinque persone stipate. Sei, se ci fosse stato un bambino da portare sulle ginocchia. Io, bambino, lo ero ancora, e mia madre aveva accettato questa condizione.

        Mi vedo ancora là, sul piazzale, in mezzo a loro. E ancora li guardo, come se avessi gli occhi di allora. E quasi lo sento, quel freddo, tanto la memoria è viva.

     È così che mi scopro a guardare sospettoso gli altri quattro, intirizziti come mia madre e me. Per me andava meglio, ché ogni tanto mi stringevo a lei. Quel giorno, a quell’ora, pur se a primavera inoltrata il cielo era quasi da neve.

Nel piazzale c’eravamo solo noi. Aspettavamo già da mezz’ora.

Avevo avuto tutto l’agio di studiarli, uno per uno. Nessuno sembrava conoscere gli altri. Ognuno se ne stava per conto suo. Anche se tutti desideravano rompere il ghiaccio, più di qualche brontolio o frase mozza dalle loro labbra non usciva. Non so se abbiate mai aspettato una corriera al mattino presto in un piazzale deserto. Dopo i primi momenti, si forma come una specie di complicità silenziosa e prudente e ci si parla a cenni, a monosillabi, al chiarore dell’alba. Ci si lamenta delle stesse cose. Un cauto avvicinamento.

A questo si aggiungeva la paura non manifestata, ma che colorava ogni parola o espressione, di un viaggio non tranquillo.

Forse l’unico tranquillo fra loro, data l’incoscienza in cui mia madre, amorosa, mi teneva, ero io.

 

Nella interminabile attesa non avevo altro da fare che guardarli tutti lungamente: erano buffi!

Il primo che m’incuriosì, e mi fece soggezione, fu un tipo che poi si rivelò un commerciante. Naturalmente ci misi un po’ a capire qualcosa di lui. Nessuno di loro si era presentato agli altri. I loro mestieri dovetti scoprirli da solo. Comunque, Boccacci, il commerciante, faccia assonnata, capelli arruffati, ma puliti, comprava e vendeva legna a metratura, accumulata in lunghi serpentoni ai lati di strade sterrate, là dove i camion potevano arrivare. Dai boschi a lì, i tronchi li portavano i muli. Lo strano era questo: Boccacci vestiva abiti costosi, fatto che stupiva nel ‘45, dopo anni duri per tutti. Altra curiosità: era grasso, quasi una palla. Era ancor giovane, ma appena fuori dall’età della guerra. Uno sciarpone giallo di lana gli lambiva i baffi neri e quasi solo gli occhi ne restavano fuori, a testimoniare un carattere bilioso, che allora avrei potuto solo definire prepotente. Abituato a depredare sia i muli da cui comprava, che i camion a cui vendeva, non aveva sofferto della guerra: gli anni erano stati duri solo per gli altri, non per lui.

Il secondo era un emigrante, appena rientrato dalla vittoriosa America. Lo avevano esentato dalla guerra, anche lui per limiti di età. Arrivato il giorno prima al porto di Genova, aveva guardato con stupore e sufficienza i poveri volti che li attendevano sul molo, rassegnati ed emaciati da due anni di fame e d’armistizio. Qualcuno dalla banchina gridava ogni tanto il suo nome. Lui sentiva chiamare, ma non riconosceva chi lo fosse venuto a prendere. Poi scorse qualcuno che pareva Maurizio. Che dolorosa impressione! Si era ridotto così, Maurizio, in dieci anni di mancanza da New York? Povera Italia. E si sentiva superiore a tutti loro, che stavano sul molo, incapaci, loro, di spiccare il volo, come lui, per andarsi a prendere le cose dove sono.

Vestiva in abiti strani, sgargianti, che più tardi avrei detto alla Fred Astaire; ci ballava dentro. La testa imbottita della retorica yankee, era ansioso di spiegare a tutti come stavano le cose oltre oceano.

“Sure!”

Si chiamava Bertorelli, Michele. Che faceva là? Non lo disse. Ben che vada il cameriere.

Gli altri due, che a prima vista parevano non conoscersi fra loro, erano invece marito e moglie. I Taverna. Lei montanara, lui professore di lettere, cittadino; ottocento lire al mese, con lo zucchero che al mercato nero raggiungeva ormai le mille. Mia madre e la signora scambiarono quattro parole.

Mi sentivo in soggezione, a disagio. Nessuno mi diceva niente e nemmeno mi guardava. Arrivava, sì o no, questo taxi? In realtà a quel tempo nessuno lo chiamava così: quelle macchine che per tragitti lunghi in assenza di corriera, o per tratti dove questa non c’era, trasportavano persone a pagamento li chiamavano “servizi pubblici”.

Comunque si chiamasse, però non arrivava. Ogni tanto due fari parevano spuntare in via Bixio, ma poi l’auto, o camion che fosse, finiva sempre per svoltare prima del piazzale.

Bertorelli cominciò a lamentarsi. Se questa era l’educazione e l’organizzazione che ci aveva dato Mussolini, non c’era da meravigliarsi che le cose fossero finite così.

Boccacci lo accostò. La colpa non era di Mussolini; ci vuol ben altro per educare gli italiani, popolo duro di comprendonio. Era molto che mancava dall’Italia?

- Dieci anni. Dalla guerra d’Etiopia.

- Ah, capisco. Allora glielo dirò io. Una terra di briganti è diventata questa qua, se lo vuol sapere. Saremo ancora fortunati se in questo viaggio non ci toccherà la sorte toccata a quelli che son passati l’altro giorno dalle parti di Vianino. Svuotate le tasche di tutto quel che avevano, e fortuna che non erano fascisti. Perché altri, in sospetto di star coi neri, sono stati malmenati a sangue.

- Oh yeah? A questo punto? Dovran ben tener presente però... che io sono americano – disse Bertorelli accalorandosi. E stava per aggiungere altro quando un rumore di scarponi chiodati lo consigliò alla prudenza.

 

Fu a quel punto che il settimo arrivò.

Un giovane forte, ma patito, si capiva, da lunghe privazioni. Barba di una settimana. Notti all’addiaccio, vestiti asciugati addosso. Abbrutito da diciotto mesi di montagna, non bastava certo una settimana in città, in mezzo a gente abbrutita come lui, a renderlo decente.

Sembrava un uomo dei boschi.

Per un po’ non disse nulla. Poi parlò. Rudemente. Per informarci. Visto che il numero dei passeggeri era cresciuto, l’autista non sarebbe arrivato con un’automobile, ma con un camion militare. “Di quelli che abbiamo requisito alle Brigate nere”. Un telone sopra la testa e due panchine lungo le sponde, così si poteva aggiungere gente per strada.

Evidentemente sapeva che ne avremmo incontrata. I grandi già facevano due più due.

Dunque si doveva viaggiare con lui? Che puzzava e aveva la pistola nel tascapane? E quelli che si sarebbero aggiunti sarebbe stati come lui? Magari peggio? Bertorelli disse che era d’accordo con chi ci preparava l’imboscata; si capiva che per lui partigiani erano briganti e forse non per lui solo, tanto è vero che tutti erano preoccupati e nessuno lo avrebbe voluto lì. Questo non era nei patti, ma i partigiani avevano requisito anche quel viaggio. Lo guardarono tutti male. Lo guardai male anch’io, anche se il camion mi piaceva di più. Non sarei  più stato in spalla. Le donne, che in questi casi han sempre paure aggiuntive, si scambiarono timori sottovoce. Ma con lui nessuno fiatò.

Boccacci, che in montagna s’era ben arrangiato a destra e a manca durante la guerra, quando ancora una parvenza di organizzazione consentiva di fare dei patti, ora con questo caos e sfacimento non si sentiva più tranquillo. La situazione in cui s’era mosso agevolmente era mutata.

- Peggio dell’otto settembre - pensava. - Adesso che le brigate e i distaccamenti sono sciolti, ogni singolo o piccolo gruppo si muove a casaccio e non ci sono più regole.

Ma questi pensieri li tenne per sé.

- Pensi di viaggiare in sei e ti ritrovi in venti. E questo è ancora il meno – disse soltanto.

- Dio, che avventura!

A parlare era stata la signora Taverna, a cui nessuno rispose.

Quando il camion arrivò erano le cinque passate. Io non ne potevo più d’aspettare.

 

L’autista e il partigiano si conoscevano. E anche bene, a quanto pare. Si davano del tu.

Eravamo prigionieri dei partigiani, era evidente. Non ci dissero nemmeno di salire sul camion. Lasciarono lì il mezzo abbandonato e si allontanarono insieme. Fino a una serranda da cui filtrava un po’ di luce, cento metri più in là. Per farsi aprire la presero a calci. Ma non successe nulla. Solo alla voce “partigiani” essa si aprì. Ne uscirono con delle coperte e una bottiglia di grappa. Ancor oggi ho i miei dubbi che le avessero pagate.

Alla fine comunque c’imbarcammo per la nostra avventura. Per me certo lo era, ma sembrava che lo fosse anche per i grandi. Le parole di Boccacci avevano lasciato il segno.

Non c’era certo una scaletta per salire sul cassone e mia madre mi issò di peso. Poi le due donne ricevettero l’aiuto di Taverna e Bertorelli. Ci sistemammo in fondo, vicino alla cabina. Il partigiano salì per ultimo con due coperte in braccio.

– Via! Via di lì! Qui in fondo ci sto io!

Stese le coperte sul cassone e si coricò per il lungo. Lo spazio che restava era ben poco. Eravamo di nuovo stretti. Si addormentò prima che il camion partisse, perché l’autista ci fece ancora attendere per procurarsi cose, per fare manovre: l’acqua per il radiatore, due taniche di carburante, snervanti tentativi di mettere in moto, a mano, con la manovella.

Poi il camion si avviò oscillando, lento e incerto.

Finalmente si partiva. L’autista si diresse verso Fornovo, guidato dal lontano denso e nero fumo che si levava dai serbatoi e pozzi di petrolio. Incendiati dai tedeschi in ritirata, i depositi di carburante avrebbero bruciato per molte settimane.

 

 

Si tornava dunque a viaggiare.

- Sembra un sogno. Anche se occorrono ancora tante precauzioni e visti, e lasciapassare. La montagna è ancora occupata da riottosi che ai loro tuguri... a casa insomma, non vogliono tornare. Dio ne scampi. Le armi, quelli, non le hanno consegnate.

Era stato il professore a parlare. Solo “l’americano” raccolse l’invito a conversare. Il partigiano sembrava dormire profondamente.

- Sono arrivato due giorni fa. Non capisco. Non sono nostri alleati i partigiani? I nemici son tutti partiti, disarmati. Sono arrivato una settimana fa con la Constitution. Tre settimane di navigazione e in mare tutto tranquillo. E anche da Genova a qui.

Sì, i nemici stranieri erano partiti da un po’. Gli altri, i nemici interni, i fascisti, ma il nome era da dire ancora sottovoce, parevano spariti, per nascondersi alle ire di “questi”... e intanto Taverna accennava al dormiente.

Erano stati giorni caotici. Me li ricordavo anch’io.

Ci s’era alzati la mattina del 25 e ci s’aspettava in collina un grande attacco, ma con sorpresa il nemico era sparito. Mi stavo già preparando per andare forse a scuola e mia madre mi aveva detto che finalmente era “tornata” la pace. Le chiesi cos’era. Io non l’avevo mai conosciuta, mai vista,  mai vista “partire”. Mi parevano una stranezza tutto il discorso e i modi improvvisamente cambiati della gente, e un poco anche m’inquietavano.

Taverna proseguì: al nord avevano veduto passare la lunga colonna dell’esercito tedesco in rotta per ore e ore, mentre qui da noi, i neri avevano trafugato in una notte armi e vestiti. I partigiani, sia rossi che azzurri, erano rimasti padroni del campo e avevano aspettato gli americani della Buffalo. Ma fra azzurri e rossi non c’era mai stato buon sangue e ora le distanze sembravano addirittura crescere. La guerra, Bertorelli doveva credergli, non era del tutto finita.

- “Sure?”

- Sì, spesso la pace è strana; sembra mettersi in moto lentamente, come una minaccia e non la puoi fermare

Non la capivo questa cosa. Capivo solo che Taverna voleva fermare qualcosa e con ci riusciva. Ma anche gli altri da come tacevano non ci riuscivano, secondo me. Parevano inquieti e allarmati, parevano ascoltare tutto e niente. Solo il partigiano era diverso: più che altro pareva stanco, e anche triste... no, triste no, ora che ricordo... svuotato, direi. Nemmeno quell’alone di pericolo, che trapelava da ogni parola e ogni gesto degli altri, pareva farlo rinvenire. Forse perché il pericolo era da mesi il suo pane quotidiano, o forse perché il pericolo era lui.

- Da queste parti, in pianura – proseguì Taverna - son quasi tutti Stelle Rosse. Di “badogliani” qui ne abbiamo visti pochi. Solo i montanari e gli intellettuali sono della Julia, non i contadini e operai delle pianure... questo probabilmente torna a casa.

Poi, ricordando una cosa, il professore sorrise.

- Pensi che ogni tanto qualche badogliano si azzardava a venire in Università a dar esami. Posava il mitra sulla cattedra, fra me e lui, e aspettava le domande. Pensi che clima! Spesso fuori dalla porta un loro compagno di guardia, che sbuffava per la lungaggine dell’esame, metteva dentro la testa e minacciava di passare il professore per le spicce. Per fortuna l’interrogato, spesso un tenente del regio esercito rientrato fortuitamente a casa dopo l’otto settembre, lo tacitava con pazienza. Davano un esame, poi non li vedevamo più. Tanti morivano.

Ascoltava, l’americano, e gli sembravano minutaglie e stranezze.

- Noi americani (meglio essere americani al giorno d’oggi) avevamo cura prima di tutto degli uomini, right? Pochi morti. Per quello non badavamo a spese. Quando dovevamo conquistare una collina, la mitragliavamo così fitta che non restavano in piedi neanche gli alberi. Solo dopo ci andavamo.

E gesticolava, con quei suoi larghi abiti little Italy. E in aggiunta, sobbalzava. A ogni buca, sobbalzava.

 

Un’altra buca. Più grande.

Ancora fermi. Di nuovo il radiatore che bolle. Di nuovo il motore spento. Di nuovo le bestemmie del conducente. Questa volta impreca anche little Italy. In italiano.

- Bella, bella, olorata Italia.

Ecco, adesso si vergogna delle sue origini! E poi cosa vuol dire «olorata»? È una parola che non ho mai sentito.

La polvere della strada bianca, ora che siamo fermi, continua la sua corsa e ci raggiunge sotto il telone. Cominciamo a tossire e a scendere. E adesso che c’è? Ci vorrà molto? Il motore s’è fermato da solo. Il partigiano e il conducente confabulano. Cofano alzato. Testa sopra il motore.

Fuori la manovella per l’avviamento a mano. Alcuni colpi a vuoto. Un ritmico, inutile raschiare. Uno scrollar di teste. Si danno il cambio a provare. Quelle manovelle, nei motori grossi, sono dure da azionare e danno certi colpi a rovescio da romperti i polsi. E poi silenzio, per riposare le braccia e i polsi.

Ma in quel silenzio era come se le cose vibrassero. Ogni tanto era come se si udisse un crick o un crack che veniva da chissà dove. Il silenzio non era silenzio, era attesa. Era come se qualunque cosa potesse accadere.

Ad ogni crack la signora Taverna sobbalzava.

Erano già le undici. Il sole ora sfolgorava. Bella differenza dalle quattro del mattino. Noi, a due a tre, cercammo un ombra vicino ai cespugli bianchi dalla polvere. Ci asciugavamo continuamente il sudore. Bertorelli continuava a protestare in quel suo slang, come se venisse da un altro pianeta o da una condizione sovrumana.

Attorno continuavano a crepitare certi insetti, ad aleggiare vibrazioni, o ad incupire come raschi o tonfi i colpi maldestri di quei due, accanto al motore.

E i suoni noti quasi consolavano, giacché nei rari silenzi l’orecchio tornava a tendersi a possibili e sconosciuti rumori.

 

Il rombo che seguì all’arido raschiare ci arrivò come un sollievo. Un fumo ingolfato e nero appestò l’aria per un po’. Vennero aggiunti acqua e carburante con motore in moto. Occorreva ripescare tutti i viaggiatori. Due erano andati in Ceno a orinare dietro i cespugli.

Si ripartiva.

Sporco di morchia, polvere e sudore, l’aiutante improvvisato si coricò di nuovo, nel camion che s’incamminava. La sua vista era ancora più disgustosa. Udivo bisbigli. Scorgevo sguardi di disapprovazione per quella scelta dei giovani di andare in montagna, cosa che li rendeva in breve degli involti di panni puzzolenti che si lavano e si asciugano addosso. Giorno e notte. E questo loro derubare ogni casa!

Non dormì più il giovane. Dopo un po’ si mise anzi a sedere. Pareva inquieto: perché gli altri che si dovevan aggiungere non s’eran fatti vivi?

- Meno male che si è messo in moto. Le braccia non le sentivo più.

Nessuno gli rispose. Diamine! Questo sforzo non competeva forse a lui solo che era già sporco e povero e soldato? Anzi. C’era un preciso dovere che lui non aveva compiuto bene: aveva sequestrato un camion che non funzionava. E non doveva nemmeno sequestrarlo, son cose che non si fanno. Ma finirà la pacchia anche per loro. E poi non ci aveva detto neanche il suo nome, insomma non si era neanche presentato, ma già, cosa c’era da aspettarsi da chi aveva rubato ogni giorno per due anni. E qui nel camion aveva svillaneggiato tutti prendendolo almeno mezzo per sé solo.

Solo il professore fece eccezione e gli parlò: da dove veniva? Da Varsi, veniva, e si chiamava Morbiani. Morbiani Mario di Luigi. Prima Roma, poi la battaglia di Osacca. Aveva seguito il suo capitano. Dov’era lui, il capitano? Morto sul Pelpi.

La signora Taverna gli dava di gomito, a suo marito. Cosa stai lì a parlare con quello?

Ma fu questione di poco.

Perché si sentì un alt e poi uno sparo.

 

Il camion rimase in moto, ma fermo; l’ordine fu comunque di scendere tutti.

- No, tu stai lì, Badoglio! Tu e il bambino.

Saran stati quattro o cinque. Facce da galera, da fame e da bosco... o da briganti da strada.

- Non avere paura - mi disse Mario di Luigi.

Perché lo avevano chiamato Badoglio? Era un po’ il suo capo, Badoglio, mi sembrò di capire. Intanto fuori si sentiva: - Documenti. Tessera di appartenenza al fascio. Sentivo vagamente protestare poi gridare.

- Questi due li mettiamo al muro.

- Voglio parlare con il comando americano.

Risate sconce.

Fu allora che Badoglio si fece serio. Si alzò e scivolò agile giù dal camion. Sporco com’era.

- Un momento. Un momento garibaldini. Son con loro da stamattina e non ho motivo di sospettare che siano stati coi neri. Lasciate stare. Spaventate le donne e i bambini.

- I professori son tutti fascisti e questo qui...  come ha fatto a diventare ricco durante questi porchi mesi? Lasciamo stare l’americano, ma fra un po’ faremo i conti anche con loro.

Dopo esser rimasto un po’ senza parole, Badoglio cambiò tattica. Allontaniamoci un momento, deve aver detto, come se volesse parlare di cose riservate. Da cugini a cugini.

Guardavo da uno sbrindello della tela. Vedevo la schiena di Mario, magrissimo, ma più alto di loro e con lui altre cinque schiene che si allontanavano dalla strada.

Uno di loro più indietro, più giovane, a capo chino. Pareva non prender parte all’incursione; il suo passo incerto pareva dire «io non c’entro, non capisco più nulla, proprio più nulla di quello che succede».

 

      Parlottano a lungo.

Mario offre sigarette, loro alzano la voce. Lo strattonano, lo spingono, lo atterrano, lo minacciano col mitra, un piede sul petto. Gli sputano addosso. Solo il più giovane si oppone debolmente, cerca con una mano di tirare indietro quello del mitra, che a dir la verità ha una faccia da matto. Sono incerti... forse non lo vogliono ammazzare. Lo vidi però consegnare la pistola e un documento, forse il lasciapassare. Infine lo lasciano. Richiamano il compagno di guardia ai due “fascisti” e se ne vanno.

Mia madre, tornata, mi sorride. Finge di non aver temuto. Ma io lo vedo che è pallida.

Mario si dà giù la polvere e ritorna.

Possiamo ripartire.

 

Lui non si corica più, è seduto sul cassone, ha gli occhi aperti e guarda nel vuoto. Ora è tutto un parlare, tutti si scatenano contro i partigiani e fanno d’ogni erba un fascio.

Lui scende al ponte dei Lamberti. Noi proseguiamo.

Uno dice: sembrava meno cattivo degli altri. Gli altri non dicono niente.

 

Arriviamo.

Mio padre, quasi non lo conosco più. Pelle e ossa. Ci aveva scritto, disse. Ci aveva scritto che era malato e che per qualche tempo restava nella casa di montagna con la nonna. Già da due settimane aveva scritto, ma la lettera non era ancora arrivata.

Mi racconta che è stato badogliano anche lui e che il mitra per il momento è nascosto nel pozzo. Smontato in tanti pezzi.

Ci parla della sua guerra, della battaglia di Osacca, dei buoi prelevati dai partigiani negli ultimi mesi. C’erano anche due ufficiali inglesi con loro, dice, a prendere i buoi.

– Mi han rilasciato un certificato in cambio.

È scritto in inglese. Me lo mostra. Leggilo, mi dice.

- Non lo so leggere, papà.

- Neanch’io. Ma ditemi di voi piuttosto. Il vostro viaggio.

Gli parliamo del viaggio. Aah, perdiana... il nostro salvatore?... sì, mio padre lo conosceva bene, come no? Un contadino, un boscaiolo... della Tosca. Apparteneva a una brigata poco distante dalla sua.

- Ma anche i rossi non erano cattivi. Sai Natalino, il nostro mezzadro - mi dice - era nei rossi. Ma penso che non tornerà più a lavorare per noi. La nostra terra non gli è mai andata bene.

 

Non ho più sentito  parlare di Mario, il partigiano.

O meglio. Solo una volta. Si diceva che fosse morto in Belgio nel ‘55, in una miniera di carbone, che il legname fradicio della galleria avesse ceduto.

E si diceva anche una cosa curiosa. Nei mesi precedenti aveva scritto a casa che in galleria il legno della volta era dipinto d’azzurro. Forse, penso io, lo facevano perché laggiù, cinquanta metri sotto, potessero credere di vedere il cielo.

 

 

 

 


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