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TEMI DI PSICODIALETTICA a cura del Centro internazionale di Psicodialettica Responsabile del Centro Prof. Luciano Rossi
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Negazioni 1992, sesto capitolo: Psicodialettica |
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6.
PSICODIALETTICA: IL COSTRUIRSI
ONTOLOGICO DELL'ARTIFEX
Molto
ha esperito l'uomo./ Molti celesti ha nominato / da quando siamo un
colloquio / e possiamo ascoltarci l'un l'altro.
F.
HÖLDERLIN, Werke, vol.IV, p.343
Siamo
partiti dal fallimento di una fenomenologia della coscienza: la
coscienza immediata è certezza ma non verità, abbiamo detto; ... Questo
fallimento ci ha condotti ad esaminare i titoli di un realismo
dell'inconscio. Esso ci è apparso come un realismo ben "fondato", ...
Poi abbiamo dovuto superare questo realismo dell'inconscio ... Abbiamo
allora tentato di pensare coscienza e inconscio come l'uno attraverso
l'altro, pensandoli l'uno contro l'altro, secondo l'opposizione kantiana
delle grandezze negative. ... Per sostenere l'impresa ... [ci] ha fatto
da guida una fenomenologia dello spirito, nel senso hegeliano. La
"coscienza", di cui l'inconscio è l'altro, non è la presenza a
sé, la appercezione di un contenuto, ma l'attitudine a rifare il
percorso delle figure dello Spirito.
L'ermeneutica di queste figure, attraverso i simboli da cui esse
prendono inizio, ci è apparsa come il vero contrapposto
dell'ermeneutica regressiva: il senso di quest'ultima si rivela quando
essa trova reciprocamente il suo altro nella ermeneutica
progressiva della fenomenologia dello spirito. L'inconscio ora si
scopre ... come destino, opposto alla storia progressiva orientata verso
la totalità futura dello spirito.
... Da
ultimo ciò che resta da discutere è l'identità profonda di queste due
ermeneutiche, identità che ci fa dire: una fenomenologia dello spirito
e un'archeologia dell'inconscio parlano non di due metà dell'uomo, ma
ciascuna della totalità dell'uomo.
Se
così stanno le cose, la coscienza finita non è forse altro che il modo
di vivere ... l'identità dello spirito, considerato nelle sue figure
essenziali, con l'inconscio, colto nei suoi significati-chiave. Se
comprendessimo tale identità di progressione delle figure dello spirito
e di regressione verso i significati-chiave dell'inconscio,
comprenderemmo anche il detto di Freud citato tante volte: Wo es war,
soll ich werden, "Dove c'era l'Es, dovrà esserci l'Io".
P.
RICOEUR, 1969, p.135
1.
La psicodialettica
Quest'ultima tappa del nostro riflettere è quella in cui l'Artificiale,
nell'estrema e più alta costruzione di se stesso, si fa ancor più
spirituale e centrale, restando tuttavia, al tempo stesso, una
costruzione assolutamente reale; è quella in cui l'Artifex arriva a
conoscere, e quindi a costruire, la propria totalità, il centro
dell'Essere, in una parola il proprio Sé, ossia quella figura la cui
ermeneutica era stata anticipata nel quinto capitolo.
Ora
affronteremo le modalità legate alla prassi costruttiva, necessaria per
realizzare, negazione dopo negazione, togliendo e rimettendo pietra dopo
pietra, quel progetto, frutto di un'ingegneria dell'Anima, che determina
e fa apparire un Sapere, e quindi un Costrutto, là dove all'inizio
esisteva solo un aggregato disordinato ed oscuro di pietre elementari
senza legami comprensibili, una coscienza povera e confusa.
Il
progetto costruttivo, del quale parliamo, certo uno dei tanti che
l'Uomo pensa e realizza, ma così importante e decisivo da prodursi alla
fine proprio nel centro della sua Anima, viene articolato, per
semplicità, in tre figure e due movimenti. Le tre figure sono condizioni
dell'Essere. I due movimenti rappresentano il drammatico trapasso
dall'una all'altra figura.
Tale
progetto viene riscritto, e tali figure ridisegnate, ogni volta che il
singolo uomo attraversa la propria esistenza umana; ma ogni volta
progetto e figure continuano ad apparirgli, piuttosto, come appartenenti
a quella lontana vicenda filogenetica, che l'intera umanità si tramanda
nelle misteriose fiabe cosmogoniche della propria infanzia o nelle
arcane immagini del proprio pensiero religioso. Come dice Hegel, in uno
scritto del periodo jenese (così come riportato nella trascrizione di
Rosenkranz), "la storia di Dio è la storia dell'intera specie e ciascun
singolo ripercorre l'intera storia dello spirito" [HEGEL, G.W.F., 1844,
p.157]. Una conoscenza dunque relativa a strutture e figure che, se il
filosofo colloca nella giusta luce, l'uomo comune non riferisce invece
alla propria personale esistenza. Una costruzione che l'uomo comune
vede come cosa a lui esterna.
Noi
prenderemo in considerazione insieme entrambe le visioni: quella
del singolo e quella dell'umanità nel suo insieme. Perciò la grande
sequenza conoscitiva, di cui qui si parla, verrà, nella presente
ricerca, da noi affrontata in modo duplice, nel senso che essa verrà
esaminata tanto come appartenente alla visione religiosa e alla storia
dell'intera umanità, quanto come appartenente alla visione
psicologico-filosofica e alla storia del singolo individuo.
Un
parallelo, questo, che ricorda quello, certo più forte e suggestivo, di Ricoeur, espresso là dove egli ci sottopone, con potente visione
unitaria, la evidente analogia che sembra ricorrere "tra le
organizzazioni pulsionali e la catena delle figure simboliche della
fede." [RICOEUR, P., 1969, p.510]
Un'idea dunque questa che suggerisce come l'avventura della pulsione
sia la matrice comune tanto di una storia del sacro quanto di una storia
"romanzata" delle figure appartenenti alla filosofia della coscienza,
queste ultime appartenenti tanto all'umanità quanto al singolo. Figure
che, come tutti ben sanno ma come abbiamo tuttavia più volte ripetuto,
vengono costruite dallo Spirito in modo dialettico. Viene individuata
così, come aspetto di tale dialettica, una "filosofia
dell'artificiale" che si arricchisce sia di coscienza che
d'inconscio. Non dimentichiamo del resto come anche Ricouer ricordi al
filosofo un preciso e pressante impegno: "... riprendere con nuova lena
il compito assunto nel secolo scorso da Hegel, cioè quello di una
filosofia dialettica capace di assumere la diversità dei piani di
esperienza e di realtà in una unità sistematica". [RICOEUR, P., 1969,
p.512]
Come
abbiamo già detto, il ritmo "religioso" di tale sequenza costruttiva è
scandito in cinque momenti. Momenti di cui ogni uomo è talmente intriso
da rendere sicuramente personali in ciascuno di noi, come abbiamo visto
nel quarto capitolo, l'interesse e il tremore; paure e desideri legati
soprattutto ai due movimenti o passaggi cui abbiamo accennato.
Visti
in chiave mitica essi sono stati descritti come: l'eden, la cacciata,
l'esilio, la redenzione e il regno.
Noi
però a tale chiave opponiamo con insistenza, non perché più importante o
più vera ma perché meno nota, la seconda lettura di tale ciclo: quella
psicologica e filosofica. In questa seconda ottica il ciclo ci viene per
lo più presentato nella sua scansione dialettica ternaria. Ed essa è
ternaria in quanto ci si riferisce qui alle sole tre figure,
tesi-antitesi-sintesi, corrispondenti a eden-esilio-regno, trascurando
i due passaggi o movimenti, trattati a fondo nel quarto capitolo come
nascita e morte (o resurrezione) oppure come cacciata e redenzione. La
dialettica dello spirito è tuttavia capace di generare una più ampia e
comprensiva sequenza formata da più cicli. Vogliamo ripetere che sia il
ciclo singolo, o elementare, che la sequenza ripetitiva, la quale lo
riproduce all'infinito, si presentano in termini che, almeno per il
momento, ci appaiono hegeliani.
Proponiamo di leggere allora questo ciclo produttivo come un percorso
che, partendo da una posizione iniziale, la cosiddetta "tesi", con un
procedimento analitico o regressivo, ponga, inconsciamente
dapprima, di fronte a sé un'antitesi e successivamente, con un
procedimento sintetico o progressivo, componga consciamente
le due figure, tesi ed antitesi, in una terza che le sintetizzi.
Tale
lettura hegeliana dell'attività dello spirito, è la modalità che
vorremmo adottare, parendoci essa la più completa per il momento, ai
fini della cosiddetta psicoterapia. Termine quest'ultimo che
preferiremmo, proprio per la progressione e la scansione ritmica che la
contraddistingue, chiamare, quando si svolge nella forma e con la
prassi che descriveremo, "dialogo evolutivo" oppure "psicodialettica".
Tale
lettura può esser portata, proprio per merito della psicoterapia
dialettica, alla coscienza del filosofo, come Hegel stesso aveva scritto
nel 1801 in un frammento inedito, tradotto e fatto conoscere ai lettori
italiani da Bodei [1987, pp.253-255]. In esso si dice:
"Il
mondo esterno e il mondo interno dischiuso dalla filosofia non sono
certo mondi separati, ma quello esterno può esser concepito come
separato e ostile; ... solo nello spirito del filosofo [la loro unione]
è qualcosa di armonico; ma egli stesso non conosce questa unione; è però
possibile che anche questa esteriore disunione possa esser portata
dall'identità inconscia all'identità cosciente. ... [Questa unione
avviene attraverso un susseguirsi di figure, ognuna delle quali scalza
le precedenti, lotta] con le vecchie forme dello spirito del mondo, come
Isacco aveva combattuto con Dio; sicuramente quella che egli può
distruggere è una figura invecchiata, e quella nuova è una nuova
rivelazione divina, che gli apparve in sogno (il corsivo è
nostro) come ideale, che ora egli porta alla luce e trae all'esistenza".
Il
ciclo tesi-antitesi-sintesi, completo sì ma per ora singolo o meglio
unico, porta, come dicevamo, con linguaggio religioso, dall'eden al
regno o, con linguaggio filosofico, dalla tesi alla sintesi. Ma lo
avevamo chiamato anche dialogo evolutivo, dal momento che esso è un
ciclo psicologico trasformativo di cui si può leggere facilmente
l'evoluzione.
Perciò
anche se, talvolta, si parla, sul piano del sacro, di questo ciclo come
di un ritorno alla patria d'origine, la conquista del regno (scopo
finale del progetto) non è una ri-conquista dell'eden perduto; la
sintesi non è identica alla tesi, il cerchio non si chiude, né si deve
chiudere. Il "cerchio"
allora non è in realtà un cerchio ma si presenta piuttosto come una
voluta di una spirale cilindrica fatta di molte spire. Di regni allora
non ve ne sarà uno solo, né vi sarà una sola sintesi. Come dice Bodei
[1987, pp.208-209:
Non vi
sarà un unico, interminabile dies septimus, in cui finalmente
nos ipsi erimus, ... e ci conosceremo conoscendo Dio. Al singolo
dies septimus Hegel sostituisce le molteplici "domeniche della
vita" dello spirito assoluto, i suoi discontinui "momenti d'essere",
... la peregrinatio vitae non ha fine, ... il viaggio prosegue,
... l'esodo continua dopo ogni sosta e nessuna terra promessa è mai
l'ultima
Lo
spirito infatti, conosciuta, in quanto costruita, per la prima volta la
condizione di regno, esaurita la prima sequenza, sembra proseguire il
suo cammino percorrendo una spirale cilindrica ma collocandosi, da ora,
in una condizione dialettica la quale, almeno sul piano del metodo, è
riconosciuta e cosciente.
Prima
di giungere a tale condizione, la separazione (di una sua parte) dalla
figura "divisibile" già data, e quindi la sua negazione, erano state
inconsapevoli. L'esilio aveva negato inconsciamente l'eden ma il regno
può negare l'esilio solo con un lavoro ed uno sforzo coscienti. Solo
d'ora in poi gli opposti ricongiunti coesisteranno, si negheranno e si
alterneranno sapendo di se stessi. Distinti ma non separati.
Il
metodo dialettico non sarà più inconsapevole in alcuna delle sue fasi.
Potranno tuttavia inconsapevolmente emergere ancora altri fenomeni che
appariranno dal fondo della cosa in sé, proiettati fuori come isole dal
mare per essere conosciuti e determinati, negando così la loro
appartenenza all'oscurità del fondo e riconoscendone invece
l'appartenenza alla nostra soggettività e costruttività.
Già
dopo la prima sintesi, o, in altre parole, dopo il recupero del primo
fenomeno alla soggettività, la condizione di regno diviene ricordo e
distinzione dei cinque momenti attraversati; diviene colloquio evolutivo
delle due figure che la hanno preceduto: la parte dell'Essere che era
rimasta in patria (l'angelo o il bene) e la parte che era stata esiliata
(Satana o il male). La carne è salvata ma non è diventata spirito. Né
si è ritornati nell'indistinto. Il regno è chiarezza e differenza.
Il
male e il bene sussisteranno, d'ora in poi, l'uno a fianco dell'altro,
nella chiarezza e nella differenza; né l'uomo dovrà più scegliere fra
loro. Essi saranno la sua notte e la sua luce. Entrambi, ma solo se
sussisteranno assieme, saranno la sua ricchezza e la sua armonia.
La
caduta fu l'errore necessario perché il regno potesse venire, giacché il
regno si dà soltanto per l'uomo che ha conosciuto il male; un male che
esercita, in tal modo, il compito storico di rendere possibili la
redenzione e il regno.
Ma
questa redenzione e questo regno, come abbiamo detto, non costituiscono
il ritorno all'Uno; né si tratta del mito dell'eterno ritorno. Come si
cercherà di descrivere, non è salvifico tornare là, da dove si era
partiti. Del resto, dice Franco Rella [1991, p.109]:
Come
per Hölderlin, anche per Hegel, scrive Bodei, "il viaggio ... non è
ritorno alla lontana dimora della vecchia epoca, ma nomadismo in terra
inospitale, e solo in vista della costruzione di una nuova e diversa
'Patria dello spirito'".
2.
I due compiti di questa ricerca
Il
primo compito che ci proponiamo è il recupero delle radici della
psicologia e questo è comprensivo di due sforzi. Dapprima quello di
riallacciare, passo dopo passo, i rapporti fra la filosofia e la
conoscenza mitica che la precedette; successivamente quello di
riconoscere un collegamento fra la odierna psicologia dell'inconscio (a
volte nuovamente mitica) e le riflessioni filosofiche che la precorsero
e che tuttora l'accompagnano. In poche parole ci proponiamo di ribadire
il legame che intercorre fra i tre stadi successivi ossia il passaggio
che porta dal mito alla filosofia e dalla filosofia alla psicologia del
profondo.
Riteniamo, relativamente alla prima parte di questo compito,
fondamentale e chiarificatore momento riflessivo quello che consiste
nel collegare la filosofia a quell'inesauribile tesoro di
rappresentazioni, a tutta quella ricchezza conoscitiva prefilosofica,
che comprende i problemi ma ancora non li interpreta, che crede ma
non pensa. Lo strumento di questo collegamento è il simbolo:
l'elemento cioè che fornisce contenuti alla riflessione.
Il
secondo passaggio fra filosofia del cogito e psicologia del
profondo è operato da una nuova e diversa coscienza, che sia stata
ridefinita e messa in grado di rendere ragione sia alla psicologia che
alla filosofia.
Questa
"ridefinita coscienza" è una coscienza, ci dice Ricoeur nelle sue
riflessioni sulla teleologia hegeliana [Ricoeur, P.,1969, p.124], intesa
non più come principio ma come compito.1
Ma
tralasciamo per un attimo quella che è la lettura ricoeuriana della
Fenomenologia di Hegel; lettura che, secondo noi, lo porta, nelle sue
riflessioni del 1965, in una impasse, che lo allontana dalla possibilità
di dare completezza al problema di un'ermeneutica generale.
Limitiamoci per il momento al solo problema della coscienza
costruita.
Il Sé,
fine ultimo per Jung del processo di individuazione, contiene la sintesi
di conscio e inconscio. Questo prodotto, questo Sé, non è però il frutto
di una evidenza immediata bensì può essere ottenuto solo con sforzo,
attraverso successive proiezioni e successivi ritiri, attraverso
decostruzioni e ricostruzioni, mediate da atti di volontà e di
desiderio.
Tale
risultato è ottenuto tramite il passaggio attraverso figure "negate",
ossia proiettate e costruite, che diventano così un "non-io" e vengono
rappresentate fuori dell'io come male, o come ombra, o come natura. Esse
sono il semplice e chiaro segno della nostra temporanea finitudine.
La
meta è raggiunta tramite il ritiro del male dalla rappresentazione
esterna e la sua riassunzione in una coscienza che, lungi dall'essere
data cartesianamente o fichtianamente in modo immediato e sospetto,
proprio con questa riappropriazione del male, esce dalla condizione di
luogo della menzogna e del sospetto e prende conoscenza del suo diverso
stato; prende coscienza di sé come luogo dell'interpretazione e come
guida del processo.
La
condizione "io sono-io penso", un tempo data all'inizio, viene
conquistata ora solo alla fine e con sforzo, con l'aiuto
dell'interpretazione e con la partecipazione di tutte le proprie
facoltà, non solo di quelle intuitive.
Hegel
chiama questa coscienza finale, che non é solo coscienza ma totalità,
col nome di sapere assoluto; Jung la chiama il Sé. Essa,
nel caso di Hegel, è data solo alla fine di un lungo viaggio durante il
quale il viandante viene ripetutamente sospinto da cause e attirato da
fini, sospinto dalla necessità di un magma, che lo determina o lo
condiziona, e attirato dalla aspettativa di un sé, di un sacro, al
quale, al "limite", finirà per avvicinarsi asintoticamente; nel caso di Jung il Sé viene raggiunto con tante coniunctiones oppositorum,
che però sono parallele fra loro anziché esser collegate
consecutivamente, in modo seriale.
In
realtà, sia nella storia dello spirito che nella prassi terapeutica, si
alternano periodicamente orientamenti prevalentemente analitici, che
mostrano espliciti interessi archeologici e nascondono implicite
tensioni sintetiche, e orientamenti prevalentemente teleologici, i
quali hanno al contrario espliciti interessi prospettici ed implicita
comprensione delle cause. Diversamente dall'archeologia e dalla
teleologia, la dialettica complessiva dello spirito, quando la sua
battaglia è vittoriosa, finisce per percorrere, prima inconsapevolmente
poi consapevolmente, una via che la porta verso quella meta sconosciuta
e sempre irraggiunta, verso quell'ultimità che appare sempre un po' più
in là e dove il succedersi delle figure si compie in un eschaton
che rappresenta il nostro destino personale. Questa meta sconosciuta e
questa ultimità altro non sono che l'essere stesso nella sua più alta
realizzazione.
Ed è
qui che espressamente proveremo a distaccarci dalla chiave di lettura,
che Ricoeur dà della fenomenologia hegeliana, per tentarne un'altra che
ci possa consentire di uscire da quell'incompletezza di cui Ricoeur si
sente prigioniero.
La
seconda parte del primo compito è allora quella di ricordare le radici
hegeliane della coscienza come progetto (anziché come principio
autoevidente) che la psicoanalisi di Freud e la psicologia analitica di
Jung considerano come esplicito e centrale obbiettivo, anche se in Jung
lo scopo da raggiungere non è più dato dalla sola coscienza, la quale
perde anzi la sua centralità.
Entrambe le psicologie sembrano purtroppo disconoscere tali radici o
quanto meno superarle senza tanta riverenza storiografica, talvolta
intensificando l'esercizio del sospetto nei loro confronti, talaltra
perseguendo in modo meno rigoroso gli stessi fini.
Tali
superamenti erano tuttavia necessari, ma altrettanto lo sarà quel
movimento che chiameremo il nostro secondo compito e che
successivamente, in virtù dello stesso principio di irriverenza
storica, si proporrà di superare i superamenti stessi, aderendo senza
pregiudizi a ciò che l'atto del viversi oggi realmente ci sottopone,
sistemandolo però questa volta all'interno di una conoscenza che,
post factum, sappia di tutte le proprie radici e dei loro
superamenti.
Proviamo a ricapitolare i due momenti del primo compito.
Il
primo momento è quello del riconoscimento che le radici più antiche del
nostro discorso dimorano nel mito e forniscono quella conoscenza
simbolica che, secondo Ricoeur, dà, all'uomo, di che pensare. Il secondo
momento è costituito dalla riflessione che, tramite Cartesio e Fichte,
indica, nella coscienza immediata e iniziale, il dato di partenza.
Successivamente Hegel capovolse la riflessione indicando davanti a noi
i fini dello spirito, che la coscienza, a partire dal suo stadio più
arcaico, doveva raggiungere con sforzo. In lui il cogito si
riempie lentamente dei contenuti della storia. Si può affermare così
l'evidenza che la negazione della realtà altro non fa che "riconoscerla"
per riappropriarsene. Negare non toglie, anzi ribadisce.
Il
primo "apparente" superamento dell'idealismo è dovuto a quelle idee che
successivamente, tramite Freud, ci hanno poi indicato, provocando un
notevole choc, la via analitica della regressione all'arcaico
come produttrice di coscienza non menzognera e anzi proprio come sede di
quel desiderio di riconoscimento, che sarà poi possibile collegare al
telos junghiano e alla dialettica hegeliana.
Una
nuova negazione viene poi a negare la precedente e a riproporre, in Jung, nuovamente una via prospettica e teleologica, che vede il suo
punto finale in una coniunctio oppositorum; ma tale via si
esprime (sappiamo di essere ingiusti quando riduciamo Jung alla sola
sintesi) in cicli singoli, o meglio in cicli "paralleli" (conscio
e inconscio, anima e persona, io e ombra sono le coppie che vengono
sintetizzate) , senza la sequenza "seriale" che caratterizza la via
hegeliana.
Nella
utilizzazione terapeutica e quindi pratica di tale sequenza seriale sta
il nostro secondo compito, che è quello di comporre ed utilizzare le
differenze, e di scoprire le alternanze, dei due modi, quello
archeologico e quello prospettico, quello analitico e quello sintetico,
che paiono offrire entrambi, nei miti e nei sogni del presente, zone e
momenti di notevole capacità descrittiva ed esplicativa, tensioni e
speranze di completezza imminente.
Dai
nuovi miti e dai nuovi archetipi ci pare infatti a volte di poter
apprendere che, durante l'autodispiegamento dialettico dello spirito, si
formano, si risolvono e si riformano strutture alternativamente unitarie
e frantumate.
Mentre
alcune di queste, più che ad essere composte, si prestano ad essere
divise con una operazione di analisi, subito dopo i frammenti di tali
figure, prima differenziatesi, tendono a ricomporsi inverando la
struttura d'origine e giustificando l'analisi appena compiuta, ossia in
un certo senso inverando, negandola, la negazione precedente, e
annullando tale negazione in una sintesi.
Questo, che abbiamo appreso nel racconto hegeliano, riappare oggi nel
racconto psicologico. La via che ci sentiamo di suggerire, per dare
concretezza (nel senso di completezza o di composizione delle due
principali astrazioni) al discorso psicologico, è riassunta nella
proposizione seguente: la fenomenologia dello spirito, contenendo in
sé analisi e sintesi, che si alternano negando, la prima, l'unità e la
seconda la molteplicità, può servirci come modello in campo psicologico.
In termini molto semplicistici, se limitiamo, per i nostri fini
momentanei, i modi di Freud alla sola regressione o analisi e i modi di
Jung alla sola progressione o sintesi, entrambi, Freud e Jung, ci
appaiono contenuti in Hegel.
I
termini di questa semplificazione, del resto, non appaiono del tutto
ingiustificati.
P.
Ricoeur ci ricorda, ad esempio, che "Freud ha espressamente affermato
che la disciplina da lui fondata era una 'analisi', cioè sia una
scomposizione in elementi che un risalire alle origini, e niente affatto
una sintesi, e che il completamento della psico-analisi con una
psico-sintesi era da escludere" [1965, p.504].2
Noi
affermiamo però che in ogni analisi è implicitamente progettata e attesa
una sintesi, che nel fiammeggiare della spada dell'Arcangelo era già
annunciata la luce della Croce, come abbiamo ricordato nel quarto
capitolo.
Per
quanto attiene poi a Jung, è stato giustamente osservato che "quello che
egli adotta è un punto di vista teleologico [che Jung descrive usando]
il termine 'sintetico'. ... Questo metodo è coerente con la concezione
fondamentale di Jung circa gli opposti che, non importa quanto siano
separati, costantemente tendono alla sintesi e la ricercano" [SAMUELS,
A. et al., 1986, p.56].
Una
siffatta lettura di Freud, in quanto riduce alle cause, e di Jung, in
quanto attende una manifestazione e restaura un senso, ci serve per dare
corpo alla più estrema delle opposizioni. All'uno facciamo esprimere
"volontà di sospetto", all'altro "volontà d'ascolto"; all'uno "voto di
rigore", all'altro "voto di obbedienza" [RICOEUR, P.,1965, p.41].
Nei
loro due modi estremi si esprimono, da una parte, "la demistificazione
e [dall'altra] la restaurazione del senso" [Ibid.].
Fare
una sintesi dei due è tanto operare una "riduzione [al passato] piena di
attese" [verso il futuro] quanto avere aspettative giustificate da una
solida comprensione del passato. Come potrei ridurre un oggetto alle sue
cause se non interessandomi a lui? E come potrei interessarmi
all'oggetto se l'oggetto non si rivolgesse a me? Come potrebbe esserci
analisi se non ci fosse un fine? E come potrebbe esserci sintesi senza
comprensione del passato?
Nel
sospetto esplicito dell'uno si cela implicita l'attesa; nella fede del
secondo è ancora viva la comprensione. Occorre rendere operativo un
modo di pensare nel quale siano espliciti entrambi. Ciò che accade
sul piano fenomenologico in Hegel occorre portarlo in modo esplicito
(forse implicitamente lo spirito ha sempre guidato i nostri passi in tal
senso), pur sapendo che l'operazione è densa di insidie metodologiche,
sul piano della prassi psicoterapeutica.
Metodo
analitico e metodo prospettico, pensati in forma pura, si negano e si
alternano. Il metodo fondato sul divenire dello spirito, se fosse
possibile fondarlo, li conoscerebbe e li utilizzerebbe entrambi. Tale
metodo sarebbe una psicodialettica che metterebbe 'in superamento esplicito' sia il metodo meramente analitico che quello solo
prospettico, ammesso che questi due modi operino secondo le loro
dichiarate intenzioni e non si smentiscano nelle loro prassi
effettuali.
Crediamo insomma che un'azione salvifica possa esercitarsi attraverso
il romanzo filosofico, che lo spirito incomincia a scrivere quando la
coscienza diviene disponibile a morire, in quanto dato immediato e
irrinunciabile, per rinascere come conquista. Un romanzo che risponda a
domande attorno alla sofferenza e al disagio, ma che attraversi, nel
fare ciò, anche i territori della bellezza, dell'arte, della poesia.
Veniamo dunque a Ricoeur e alla questione che sembra separarci da lui:
egli afferma nel 1965 di ritenere che i grandi oppositori in questa
disputa siano il cammino regressivo dell'analisi freudiana e il cammino
progressivo della sintesi hegeliana, ma subito sente di incappare nella
difficoltà di aver posto un punto di vista astratto che deve essere
superato. E confessa sinceramente nel 1969, quando passa ad occuparsi
de Il conflitto delle interpretazioni, di non sapere bene come
fare a superarlo.
Il
nostro tentativo è invece, come ripetiamo, quello di cambiare ottica
cercando di differenziare una teleologia singola o parallela da una
teleologia seriale o ripetitiva. Jung è, secondo noi, il filosofo che fa
la differenza fra le due letture e che Ricoeur non nomina.
Se è
così, come noi diciamo, l'ostacolo incontrato da Ricoeur nel 1965 nel
suo Saggio su Freud ci pare generato dal fatto che egli fa
coincidere, ponendosi da un punto di vista generale, teleologia con
dialettica, anziché, come a noi pare in questa fase più utile, far
coincidere, teleologia con sintesi, ponendoci da un punto di vista
elementare anziché complessivo. È questa lettura che ci pare impedisca a Ricoeur di vedere nella dialettica una fase completa o concreta; è
questa la lettura che lo fa restare indietro di un passaggio e che
finisce per sminuire la pienezza della fenomenologia hegeliana. Per lui
la dialettica, in quanto teleologia e quindi astratta antitesi di
archeologia, ha bisogno di essere sintetizzata con l'archeologia
analitica. Così la dialettica non è per lui, nel 1965, l'ultimo stadio
del percorso riflessivo poiché essa presenta ancora caratteristiche di
astrazione; egli vede necessario al raggiungimento della concretezza uno
stadio ermeneutico dopo quello dialettico, mentre, nella nostra lettura,
ermeneutiche ci sembrano invece le fasi di analisi e di sintesi che
precedono la dialettica.
3
Ciò
che ferma Ricoeur a noi pare essere, anche se lui non lo dice, la
sintesi della dialettica con qualcosa di ulteriore, operazione che lo
trasporterebbe in posizione meta rispetto alla dialettica, facendolo
uscire dall'universo di discorso in cui si era posto. Se egli tentasse
veramente di operare la sintesi di una archeologia con una teleologia
porrebbe mano ad un'operazione legittima; ciò che egli vuol compiere in
realtà ci pare al contrario la sintesi di due elementi di cui uno è già
una sintesi. Operazione questa non possibile o almeno non triadica;
infatti delle due l'una: o la prima non è una sintesi o la seconda è una
sintesi di livello superiore. Nessuna sintesi può subire a sua volta una
sintesi di pari livello. Non è possibile, a meno di esplicitarne
l'aporia, chiamare sintesi sia la teleologia che la dialettica. Non
solo; occorre anche decidere quale delle due viene prima. Per noi quella
che, cronologicamente, precede l'altra, ed è di livello inferiore, è la
sintesi parallela (o singola) di Jung. Quella che viene dopo, e che dà
completezza, è la sintesi seriale che Hegel osserva nella storia e che
descrive con metodo fenomenologico.
Se è
così come noi diciamo, il problema da porsi, per raggiungere la
concretezza o per uscire dall'astrazione, appare un altro.
Ricoeur ci dice: "Ci sono due ermeneutiche: una rivolta verso
l'emergenza di simboli nuovi, di figure [di-] scendenti, aspirate [da
figure successive e, da ultimo, dal sapere assoluto]; l'altra rivolta
verso la riviviscenza di simboli arcaici" [1969, p.132].
È
vero, obbiettiamo, che ci sono in Hegel figure sempre nuove e
progressive, ma ciò non significa che vi sia in lui un modo di operare
continuamente sintetico. Non ogni figura hegeliana è una sintesi. Solo
la risultante di ogni singola triade lo è. Non ogni momento hegeliano è
una teleologia. Solo il suo "romanzo" complessivo lo è.
La sua
fenomenologia non è una ermeneutica da opporre a quella freudiana; può
però proporsi come una dialettica fra due ermeneutiche. La sua
fenomenologia non descrive una teleologia lineare; descrive semmai una
"dialettica teleologica" come, con una felice espressione, la chiama
Jean Hyppolite [1946, p.510].
Anche
Verra ci pare d'accordo con questa tesi laddove afferma che le
successive negazioni in Hegel altro non negano che una propria
precedente attività.4
Le
figure, aspirate dai fini, acquistano le posizioni che loro spettano in
base alla ciclicità storica, in funzione del momento e della necessità
della loro comparsa.
Così,
dopo una sintesi "progressiva", ci sarà una nuova analisi "regressiva"
per la necessità, inerente al processo, di una nuova antitesi
inverante, di un nuovo fuori-di-sé dialettico.
Abbiamo messo i termini "regressiva" e "progressiva" fra virgolette per
segnalare che si sta ancora di proposito seguendo un modo consolidato
di esprimerci. Si nega però con forza che il momento analitico faccia
regredire la risultante del processo complessivo nel quale è inserito.
L'uso
di questi termini (progressivo e regressivo) è corretto ma può risultare
ingannevole. "Regredire analiticamente" non è che un moto relativo,
un istante finalizzato alla progressione. Un prendere la rincorsa per
saltare più in alto, un indietreggiare per saltare meglio. Insomma
recouler pour mieux sauter, come recita un noto proverbio francese.
Ciò
che ci pare invece utile introdurre è una distinzione che individui, in
ogni figura, una struttura e una funzione.
La
funzione la immaginiamo appartenere ad un vettore finalistico, la
struttura invece ad una spirale cilindrica in cui ogni sintesi diventa
una nuova tesi. Solo l'asse della spirale è un vettore teleologico
diretto ad un punto lontano. Le singole spire sono per metà analitiche e
per metà sintetiche (ossia solo momentaneamente teleologiche).
Non
possiamo permetterci di giocare con i concetti di analisi e sintesi
come fossero gusci vuoti; analisi è per noi divisione dell'unità e
successiva opposizione delle parti divise, sintesi è al contrario
ricomposizione e riunificazione delle componenti separate dall'analisi.
Su questo non si deve transigere se si vuol tentare la nuova lettura
hegeliana qui proposta.
Nel
prossimo paragrafo ci proporremo di farne una puntualizzazione rigorosa
per precisare l'accezione con cui analisi e sintesi vengono usate in
questo lavoro.
3.
Analisi e sintesi
Analisi e sintesi costituiscono "una particolare" coppia di opposti che
non appartiene alla classe delle consuete coppie di opposti.
Gli
elementi di queste ultime infatti sono caratterizzati dal fatto di
trovarsi in opposizione antinomica ma di essere suscettibili di
conciliazione tramite una sintesi che contenga in sé entrambi gli
elementi. Dunque la sintesi si trova fuori di questa classe di coppie di
opposti. Quindi non può appartenere a nessuna coppia suscettibile di
sintesi.
Anche
l'analisi si trova fuori di ogni coppia di opposti in quanto è essa ad
averla generata e dunque era prima della coppia.
Entrambe, analisi e sintesi, si trovano dunque fuori, in posizione meta
rispetto ad ogni coppia suscettibile di essere creata da un'analisi e
ricomposta da una sintesi.
Se
analisi e sintesi formano anch'esse una coppia di opposti, dobbiamo
però dire che si tratta di una coppia di livello superiore rispetto alle
altre di cui si diceva prima. Per sua natura tale coppia, salvo
contraddizione, non può essere composta né scissa. Sarebbe anzi più
giusto dire che esse non costituiscono affatto una coppia di opposti,
ma costituiscono , come suggerisce Rinaldi (l. cit.), dei "concetti
puramente metodologici ... che rendono possibile l'articolazione
immanente della dialettica senza tuttavia rientrare tra i puri
contenuti categoriali che essa distingue e media".
Quali
sono allora la sua natura e le sue funzioni?
Essa
ha una sua storia unica, peculiare.
Essa è
una coppia capace di ricostituire qualcosa di più evoluto rispetto alle
condizioni originarie da cui ha preso le mosse. È una istituzione
capace di portarci ad un livello più evoluto di quello di partenza. Hegel parte dalla coscienza sensibile che sa essere la più povera e la
più vuota fra le certezze e, attraverso una serie di esemplari figure e
di pazienti innumerevoli cicli, arriva al sapere assoluto.
Analisi e sintesi costituiscono una coppia su cui si incentrano e si
dipanano molti dei nodi del complesso rapporto fra filosofia e
psicologia empirica.
Tradizionalmente associata alla problematica del metodo e ai rapporti
tra deduzione e induzione nonché, dopo Kant, alla teoria del giudizio,
l'opposizione analisi/sintesi fa parte del ristretto complesso di coppie
tematiche che forniscono il sostrato delle categorizzazioni scientifiche
e filosofiche. I procedimenti di analisi e sintesi possono essere
ricondotti alla coppia tematica integrazione-differenziazione [o meglio,
rispettando la corrispondenza, ai procedimenti di differenziazione e
integrazione]. Nonostante la tendenza a svalutare l'analisi a vantaggio
della sintesi, come tende a fare la filosofia ovvero, come accade di
solito nell'attività scientifica, a privilegiare l'analisi, la
persistenza di una complementarità di analisi e sintesi fa supporre che
ci si trovi di fronte a una costante la cui radice ultima sarebbe
fisiologica [HOLTON, G., 1977, vol. I, p.522].
Non
sorprende allora, alla luce di questa ipotesi, la sua universale
presenza nelle pur diverse letture.
La sua
singolare posizione non è solo quella meramente logistica di essere una
posizione-fuori. La sua peculiarità è quella di formare catene lineari
cicliche il cui segno è divenire, il cui segno è evoluzione.
Già
all'inizio dell'idealismo la questione, malgrado ancora astratta, è
chiara.
L'atto
in cui nelle cose comparate si ricerca la nota per cui esse sono
opposte fra loro, dicesi procedimento antitetico;
ordinariamente lo si chiama analitico, ma questa espressione è
meno opportuna, ... [in quanto] la prima denominazione indica più
chiaramente che questo procedimento è il contrario del sintetico. Il
procedimento sintetico, infatti,consiste nel ricercare negli
opposti quella nota per cui essi sono identici [FICHTE, J.G., 1846,
p.93].
4.
Il recupero delle radici
La
psicologia del profondo deve molto alla filosofia idealistica tedesca,
ma raramente questo aspetto è stato reso esplicito dagli psicologi.5 Non
conosciamo le cause di questa manchevolezza né vogliamo indagarle; un
lavoro di recupero di tali influssi dell'idealismo sulla psicologia va
però perseguito. Esso abbisogna non solo di onestà ma anche di uno
sforzo che può essere fecondo di nuove idee; la cultura odierna attende
forse proprio tale sforzo, teso appunto ad arricchirci delle nostre
radici ma a consentirci pure di trasformarle, dopo averne raccolto
l'eredità.
Vorremmo ricordare allo scopo un interessante studio di Darrel E.
Christensen [1968, p.357], nel quale egli afferma esplicitamente:
Sebbene non sia ancora apparsa una soddisfacente trattazione storica
delle radici [filosofiche] della psicoanalisi, che riconosca un grande
contributo alla filosofia tedesca del diciottesimo e diciannovesimo
secolo, specialmente a Kant, Hegel, Schopenhauer, Nietzsche e Hartmann,
è stato comunque riconosciuto che essa deve esserci. Nel caso di Hegel,
con cui essa ha un debito sostanziale, manca un sufficiente
riconoscimento e vi è un po' di confusione.6
Tuttavia, a questo proposito, va precisato che la filosofia romantica
non è terapeutica, o almeno non risulta che sia mai stata usata
esplicitamente per questo scopo, mentre la psicologia del profondo ha
una estesa applicazione pratica: dunque deve giocoforza esserci stato
qualche tipo di sviluppo che ha portato la psicologia del profondo a
distinguersi da questa filosofia da cui proviene o con cui ha forti
affinità e legami.
Tale
diversità nasce, crediamo, nel momento in cui la conoscenza si trasforma
(non in scienza ma) in prassi, usando, come metodo operativo, proprio
la dialettica fra il soggetto e un "altro-da-sé", disponibile e capace
di un rapporto intersoggettivo che ogni giorno si rinnovi.
Metodo
che, come si vedrà, si rivelerà il modo per realizzare quella serie di
proiezioni "patite"
7 e
di sintesi "agite" che si rivelano alla fine come le tappe inevitabili
di un'operazione salvifica.
Contributi e riflessioni, provenienti da altre epoche e da altri campi
del sapere, continuano a rivelarsi, ogni giorno, non solo preziosi e
imprescindibili, ma anche fonte di autentica e nuova ispirazione.
Uno
sforzo e un compito, come abbiamo visto, presenti in Ricoeur che, nella
sua ricerca, oppone e confronta, con uno stile davvero affascinante,
Freud ed Hegel, ossia quelle che a lui paiono le più estreme fra le
ermeneutiche, quelle fra le quali si sviluppa il più esemplare
"conflitto delle interpretazioni". Ma si tratta di una opposizione che
gli sembra subito giustamente astratta.
Per
uscire da tale astrazione egli ritiene che "bisognerebbe ...
comprendere che nella loro opposizione, il sistema delle figure tratte
in avanti e il sistema delle figure che rimandano sempre ad una
simbolica già presente, sono la stessa cosa" [RICOEUR, P., 1969,
p.133].
E
tuttavia anche questa assunzione gli appare eclettica ed aggiunge: "È
difficile comprendere ciò, e io stesso lo comprendo appena [Ibid.], ...
questa opposizione è un punto di vista astratto ... e dunque solo
provvisoriamente io opporrò le due piste, ... occorrerebbe superare
questo punto ... ma superarlo verso che cosa? ... confesso di non
intravedere bene il secondo momento, quello che, tuttavia renderebbe
concreta questa dialettica" [Ibid., p.128].
Questa
opposizione, o complementarità gli appare, in quanto eclettismo, una
"caricatura della dialettica" [Ibid., p.134]. No!, esclama allora Ricoeur, meglio intenderle come una cosa unica, egli dice pressappoco,
anziché attribuire la notte a Freud e il giorno ad Hegel.
Il
problema, a nostro modo di vedere, si pone invece più correttamente su
un piano diverso; analisi e sintesi (e non Freud ed Hegel) svolgono lo
stesso compito, e non perché sono la stessa cosa, bensì perché si
alternano in due fasi che sono diverse sì ma programmate per lo stesso
fine.
Perché, torniamo a dire, la fenomenologia di Hegel non va identificata
con la sola sintesi bensì va vista come la descrizione che coglie un
compito completo e rappresenta un metodo coerente: l'immancabile e
regolare susseguirsi di analisi e sintesi destinato a pervenire infine
ad una coscienza non immediatamente data e non statica, bensì mediata e
in divenire.
Da
quel punto, in cui la conquista della coscienza è compiuta, lo spirito
proseguirà con nuove analisi e nuove sintesi, ma in condizioni di una
riconquistata etica e di una riconquistata libertà.
L'operazione che resta da fare a questo punto, per conferire
concretezza ed applicazione alla riflessione filosofica, è quella di
rendere disponibile alla prassi un metodo fondato su un percorso di
tipo hegeliano anche se non necessariamente coincidente con quello.
Rendere disponibile alla prassi una sequenza-modello che la
riconquistata libertà di seguire la propria via, e di liberarci dai
maestri, ormai ci consente. L'unica fedeltà sarà dovuta a ciò che oggi
accade qui sotto i nostri occhi e si offre alla nostra interpretazione.
Perché
ad esempio essere appagati dal fatto che le mediazioni trovino il loro
compimento nel sapere assoluto?
Perché
accettare che ci sia un compimento prima dell'atto escatologico?
"Per
conto mio, dice Ricoeur, il Sacro prende il posto del sapere assoluto,
ma non ne è tuttavia il sostituto, perché il suo significato rimane
escatologico e non può mai essere trasformato in conoscenza o in gnosi"
[Ibid., p.346].
Ciò
che riguarda poi quel che di "astratto" è stato segnalato nella
determinazione hegeliana dello spirito getta, a parer nostro, un'ombra
di sospetto circa una insufficiente saldatura del razionale col reale. È
a questo proposito che vogliamo sottoporre all'attenzione del lettore il
contributo che una prassi, fondata sui "mezzi, il materiale, l'effettualità
" [RICOEUR, P., 1985, p.300] di un dialogo quotidiano (come quello
terapeutico, che stia "fra storia e finzione"), può offrire al progetto
per uscire da tale strettoia; anche se poi tale prassi finirà per
immetterci in una difficoltà di diversa natura.
La
concretezza dell'opposizione (a noi) di un altro-fuori-di-noi nella
realtà dialogica (oltre che nella scena della "finzione" onirica) rende
effettuali la ricostruzione storica e la costruzione prospettica di tale
racconto, con la presenza di un materiale apportato da due soggetti e di
cui due soggetti recano testimonianza.
La
costruttività dello spirito resta astratta fintanto che non vien
realizzata nella prassi di un racconto che è testimoniato dall'altro e
che è ogni volta rinnovabile e riscontrabile.
È il
coincidere del farsi della libertà di uno spirito con il farsi della
libertà di un altro spirito, che possa testimoniare e raccontare
l'evento comune, a costituire il fatto-in-più nella prassi proposta; è
la compresenza di due testimonianze soggettive di un unico oggetto
trasformato, che è lo stesso per l'uno e per l'altro, ciò che supera la
parzialità dell'astrazione e il dubbio dell'epistemologia, ciò che
aggira lo scoglio di quella "certezza senza verità" che per Ricoeur
avvolge l'individuale ed aprioristica determinazione dell'Io-sono.
Il
passaggio dell'Io-sono, del medesimo Io-sono, dall'uno
all'altro del dialogo è la testimonianza del suolo in cui si radica il
collettivo, ossia l'altro, o ancora ciò che istituzionalmente Hegel
individuò nello Stato. Il "Sodalizio-con-l'altro", che è il
corrispondente, in questo contesto, dello stato hegeliano, è il luogo di
salvazione del progetto dell'io singolo.
È la
decisione dell'io singolo di far entrare nella propria cerchia l'altro,
e con esso l'imponderabile, a far uscire l'io dalla strettoia di una
sconfitta. Il fallimento può essere solo quello di una previsione
egoistica, di una speranza che coinvolga solo l'individuale.
Così
l'epistemologia viene in modo inatteso a condividere le ragioni del
progetto. Di un progetto ampliato però dall'astuzia della Ragione,
che altro non è che l'invitare alla propria mensa lo sconosciuto, ciò
che è di là del limite.
Ma
questo sposarsi della verità al progetto non distrugge più allora l'io
particolare, da quando questo, per il tramite del rischio (che ha
assunto) dell'incontro con l'altro, ha invitato alla sua mensa
l'universale ed ha finito per aderirvi.
Non
accade più che il particolare debba morire per far sì che l'universale
si salvi. O meglio accade che muoia solo simbolicamente, come interesse
singolo, per rinascere come interesse collettivo; e quando muore
realmente, è solo in quanto questo evento fa parte del nuovo progetto,
nel quale l'interesse è subordinato alla libertà. La morte fa parte del
sistema dell'io; non è una sua sconfitta.
Il
male non è invano per colui che, incontrandolo come un ostacolo sul suo
sentiero, anziché cercare di rimuoverlo, lo usa come gradino per una più
alta comprensione. Colui che non fa (il proprio interesse) o che
non vive (secondo canoni comuni), realizza il Destino; anche se
si tratta di un destino incomprensibile per l'individuo che si regola
sull'interesse particolare.
È la
storia di un essere che, in quanto eterno, è contro se stesso in quanto
transitorio; che, in quanto spirito, è contro se stesso in quanto
natura.
La
possibilità di trasformazione positiva nell'incontro-evento riposa
unicamente sulla razionalità della storia. Ma sappiamo non solo che la
storia è razionale quando comprende l'Altro ma anche che tale
integrazione è un'operazione rischiosa.
Quale
è il rischio di questo cammino? Quale è la prudenza da adottare?
La
prudenza consiste nella attenta considerazione che un ripiegamento
riflessivo, verso l'altro che è in noi, è una mistica personale che può
assumere un duplice segno; o quello debordante e devastante, dove sulle
nitide forze ordinatrici dell'Io prevale la quantità del magma, che la
breccia del viversi ha dischiuso, o quello solo arricchente,
stabilizzante e pieno (certo meno pieno ma non, per questo, meno
arricchente) in cui la pervietà dei canali, attraverso i quali il magma
esce, ha valenza almeno pari alla solidità dei medesimi.
Condizione quest'ultima esprimente un pericolo: quello che il materiale
inconscio, quando esce in grandi quantità attraverso i canali, resi pervii dalla passione della ricerca interiore, metta a prova troppo
severa la loro solidità.
Un
sogno viene ad ammonire che è possibile in questa ricerca essere
minacciati da una grande catastrofe naturale.
Una
colata lavica arriva a lambire le case. Il terremoto ha divelto i
cancelli del carcere e tanti gnomi escono dalla terra e fuggono con il
loro carico di oro e di ombra. I carcerieri non sanno più contenere tale
sortita ctonia. La gente è in preda al panico. Che fare? Fuggire a sud o
a nord?
Questa
scelta fra nord e sud è forse la stessa che si deve attuare fra i modi
di essere di Hölderlin e Hegel? Di colui che sogna e di colui che pensa?
Ed è anche la stessa che intercorre fra pervietà e solidità dei canali?
Forse;
ma la separazione fra questi modi non è poi così netta. Certo si tratta
di ricevere il fuoco celeste senza esserne carbonizzati, di essere
invasati di magma senza esserne allagati, di esserne percorsi senza
esserne dilavati. E allora anche la poesia, che pure un po' folgorata,
allagata e dilavata dev'essere, se vuol essere immediata, erge a se
stessa limiti e diminuzioni, argini di precisa e levigata pietra in cui
il magma possa scorrere. Magma che è acqua e fuoco ad un tempo, fuoco
liquido, attrazione empedoclea per la voragine (e la vertigine) poetica.
Il
magma onirico andrà a nord o a sud?
Dipende dalla coscienza della forza sia del magma che dei canali,
coscienza affidata alla attenta lettura del premuroso messaggio che
l'inconscio ci invia. Si tratta ancora una volta di mediazione: fra
contenimento e pervietà, fra progetto e libertà, fra pensiero e poesia.
Né c'è
disaccordo allora fra i due modi; anche perché la poesia può
considerarsi "la porta aurorale del paese della conoscenza nel quale
però si può procedere solo con i mezzi della filosofia" [RELLA, F.,
1991, p.32]; il magma dà lavoro al canale, "il simbolo dà di che
pensare" alla coscienza. Ma non solo. Permette anche di esperire di
più; promanando la verità dalla bellezza, ci dice Dante, "l'anima
filosofante non solamente contempla essa veritade, ma anche contempla lo
suo contemplare medesimo e la bellezza di quello, rivolgendosi sopra se
stessa e di se stessa innamorando per la bellezza del suo primo
guardare" [Convivio, IV, II, 18].
Allora
se la fondazione di ciò che dura era stato il linguaggio, se in
principio era stato il Verbo, così anche la rottura avverrà là dove la
parola si infrange (wo das Wort zerbricht), dove la fondazione
rompe il proprio fondo sfidando l'orror vacui, l'ignoto
dell'alterità e del Silenzio divino.
Ma il
Silenzio della fine è ancora quello dell'inizio?
Il
silenzio è la sola attività umana a possedere una perfezione
assoluta, impenetrabile.
La
differenza fra la fine e l'inizio può esser solo immaginata.8
Note
1
In N. ABBAGNANO [1991, Vol. IV, p.570], G. Fornero, parlando della
filosofia ricoeuriana, afferma: "La teleologia del soggetto [in Ricoeur]
trova il suo modello nella Fenomenologia dello Spirito di Hegel e
si propone di spiegare le figure anteriori. Il suo presupposto è la
coscienza come compito, cioè come verità assicurata solo alla fine
del processo." Cfr. anche P.RICOEUR [1969, p.124].
2
La dichiarazione cui egli fa riferimento è reperibile in S. Freud,
Direttive del progresso nella terapia psicoanalitica, (1918), in
G.W., Vol.XII, p.185. Ad un certo punto Freud si esprime così:
"Abbiamo analizzato il malato, cioè abbiamo scomposto la sua attività
psichica nelle sue parti costitutive, per isolare in seguito ognuno
degli elementi istintuali." Di questa affermazione Ricoeur sottolinea il
carattere di forte analogia che essa istituisce fra psicoanalisi e
analisi chimica; ed aggiunge: "Ma Freud respinge la nozione di psicosintesi e afferma di non trovare nessun nesso nel compito che
consisterebbe nel 'rifare una combinazione nuova e migliore' ". (Dell'interpretazione,
op cit., p. 458)
3
G. Rinaldi, con comunicazione del 26-1-1992, ci sottolineava che anche
Hegel, nella Scienza della Logica, "indica nella teleologia 'interna', o
Idea della Vita, la 'mediazione' di Meccanismo (= determinismo) e
Teleologia (estrinseca), e scorge nella dialettica la 'forma' della
'verità' dell'Idea della Vita (ossia dell'Idea Assoluta)." Quindi, egli
aggiunge, "la 'dialettica' non costituisce un opposto astratto da
mediare, bensì è essa stessa la 'mediazione' dell'opposizione di
'archeologia' (=determinismo meccanicistico) e 'teleologia'
('estrinseca'). ... A risultare astratta, in definitiva, è proprio e
solo quell''ermeneutica' in cui Gadamer e Ricoeur ripongono per contro
l'ultima 'concretezza' del conoscere."
4
Nella voce "Hegel" dell'Enciclopedia GDE della Utet il VERRA
(1990) scrive: "A differenza di ... qualsiasi concezione ...
genericamente storico progressiva del divenire della coscienza
dell'uomo, per Hegel il processo fenomenologico non ha affatto un
carattere semplicemente lineare, ma avviene attraverso continui
rovesciamenti [analisi che fanno seguito a sintesi e sintesi che fanno
seguito ad analisi], poiché ciò che la coscienza trova davanti a sé
come altro e in cui dunque è alienata, non è se non il risultato
inconsapevole di una sua precedente attività che le si contrappone come
oggetto."
5
U. GALIMBERTI, [1990], afferma in proposito: "Chissà se quando Jung ha
scritto il suo libro su Giobbe descrivendolo come coscienza di Dio aveva
sotto mano la 'Filosofia della mitologia' di Schelling? E chissà se
quando scriveva sul dogma della Trinità e sul 'Simbolismo della Messa'
aveva sottomano le pagine che Schelling dedica al cristianesimo, dove
Cristo è visto come l'autocoscienza che, nel riconoscere la sua origine
divina, riconosce la propria natura di essenza estrovertita nell'essere
ciecamente esistente? Queste non sono (solo) curiosità, perché un conto
è dire che le tesi di Jung sono confortate da Schelling, e un conto è
dire che Jung e la psicologia analitica da lui fondata, ben lungi
dall'essere la descrizione (originale) della psiche umana, sono la
descrizione della psiche quale appare se letta con categorie che,
nell'epoca romantica, hanno trovato la loro fondazione (il corsivo è
nostro).
...
[E] forse Jung, nel promuovere la sua nozione di archetipo, non avrebbe
fatto male a citare Schelling che in modo più alto e non così
materialistico l'aveva già ipotizzata. ... Schelling [smaschera] tante
fedi ingenue, indicando le radici di tanti pensieri che appaiono 'nuovi'
ed 'originali' solo perché se ne ignorano le fonti."
Galimberti rincara poi la dose dicendo che solo la scarsa conoscenza di
Schelling può spiegare il successo di Hillmann.
In
ogni caso se qualche idea c'è stata prima, "farvi riferimento, oltre un
tributo all'onestà, - dice Galimberti - serve per consentire una
migliore comprensione dell'idea stessa e per evitare letture
stravaganti".
6
In lingua originale la citazione è la seguente: "Although a satisfactory
historical treatment of the roots of psychoanalysis has not yet
appeared, that it owes a great deal to eighteenth- and
nineteenth-century German philosophy, particularly to Kant, Hegel,
Schopenhauer, Nietzsche, and Hartmann, has come to be recognized. In
the case of Hegel, to whom a very substantial debt is owed, there is a
want of recognition and some confusion." Essa è tolta da D.E.
CHRISTENSEN, 1968, pp 356-378.
7
In G. W. F. HEGEL, 1807, p. 167, appaiono i concetti di patire e
agire. Va tuttavia riconosciuto che il collegamento fra il
contesto hegeliano e il nostro è solo frutto di analogia. Nel contesto
hegeliano si dice infatti che la coscienza stoica nella sua libertà nega
la figura precedente che consiste nella relazione fra signore e servo;
il suo operare non è più né quello del signore né quello del servo, ma è
l'inerzia che dal movimento, "così dall'agire come dal patire, si
rifugia sempre nell'essenza semplice del pensiero".
L'analogia col contesto psicodialettico risiede nel fatto che l'analisi
consiste in una rottura che avviene inconsapevolmente e quindi viene
patita, mentre la successiva sintesi è capita, voluta, consapevole. Così
la figura di servo patisce dapprima la sua condizione, ma
successivamente recupera consapevolezza del proprio valore non solo e
non tanto nel lavoro, nell'agire il proprio riscatto, quanto nel sapere
e nel pensare tale sua condizione di Essere in cammino. Trattenersi
dall'agire-la-propria-pulsione, nei confronti dell'oggetto che è
portatore della proiezione, ha l'effetto di costringere la pulsione a
farsi pensiero onde prender atto della sua natura e della sua
provenienza. Dunque nel pensiero il movimento viene temporaneamente
taciuto e differito; in tale sospensione si può prender conoscenza del
proprio lavoro, si può pensare l'analizzato, il proiettato, come
proprio. Ma se il pensiero è riconoscimento di ciò che è proprio e
quindi può recuperare a sé i contenuti analizzati, è nell'unità
nuovamente conseguita che la coscienza potrà riprendere ad agire nella
condizione di essere rinato.
Ci è
stato fatto cortesemente osservare da G. RINALDI (lettera del 26-1-1992)
che è insostenibile l'accostamento, da noi operato, di un presunto
carattere inconscio di 'tesi' e 'antitesi' con il carattere conscio
della 'sintesi'. Egli ci fa osservare, ad esempio, che "tesi e antitesi
sono due mere astrazioni prima e indipendentemente dalla
sintesi. Quest'ultima sola è pienamente attuale. Solo in rapporto ad
essa, dunque, appare rilevante porre il problema se essa possa o meno
esser concepita (in qualche stadio o forma di sviluppo del processo
dialettico) come 'inconscia'. Da questo punto di vista, si potrebbe dire
che, a rigore, tesi e antitesi non sono né consce né inconsce, per la
semplice ragione che, in quanto 'astrazioni', esse non sono".
Questa
osservazione così puntuale e circostanziata ci costringe a definire
ancor meglio cosa rappresentano 'effettivamente' nel nostro contesto
questi movimenti e queste figure (tesi, antitesi e sintesi), rinsaldando
e precisando quel che abbiamo detto all'inizio del presente capitolo.
Anzitutto essi sono per noi movimenti reali e figure reali, quindi
sono. Fino all'evento della prima sintesi (ritiro del proiettato
dopo aver preso coscienza dell'avvenuta proiezione e aver riconosciuti i
contenuti proiettati come propri) il movimento o processo è inconscio e
inconsce sono le figure. Tesi ed antitesi sono allora qui due figure
che si formano con un unico atto (dapprima inconscio) che è la
proiezione, la quale è un atto di analisi, ossia di separazione, del
tutto (naturalmente dato) in due parti, che sono appunto la tesi e
l'antitesi, di cui la prima resta in sé mentre la seconda viene
proiettata. La loro riunificazione potrà avvenire solo, come ogni
terapeuta sa, dopo un lungo lavoro interpretativo che renda conscio
l'inconscio; a valle di questo lavoro, l'attività della psiche, riguardo
all'esclusiva operazione di questa particolare sintesi testé
realizzata, sarà di natura conscia. Ciò non esclude ovviamente né che
altre proiezioni inconsce debbano ancora risolversi, né che in futuro
la coscienza, capita l'utilità del meccanismo proiettivo, sia capace di
negazioni o separazioni di natura conscia (se si vuole non chiamiamole
più proiezioni ma non avremmo alcuna difficoltà a farlo in quanto, per
noi, proiettare è, come si è detto, semplicemente porre davanti a sé,
per conoscerlo, qualcosa di sé; questo può avvenire sia per merito
dell'astuzia dell'inconscio, sia per merito della libertà e saggezza
della coscienza).
Speriamo e crediamo che questo dibattito, che si è aperto in modo
serrato ma costruttivo sulla linea di frontiera fra filosofia e
psicologia, possa portare a momenti euristici. Forse per questo non si
sono voluti eliminare dall'opera il doppio binario e il doppio esercizio
delle facoltà umane, che hanno visto, fianco a fianco, filosofia
dell'artificiale e psicodialettica, idealismo ed ermeneutica; né si sono
voluti eliminare le contraddizioni o i salti che questo metodo
comporta. Forse ancora per lo stesso motivo ci auguriamo che questo
dibattito, su una materia così composita, possa continuare.
8
Dobbiamo portare a conoscenza del lettore che, ancora una volta, G.
Rinaldi, in sede di lettura del nostro manoscritto, ha offerto il suo
contributo critico intorno a quest'ultima affermazione (lett. cit):
"Tale concezione - scrive Rinaldi - è senz'altro implicata, ed anzi
esplicitamente richiesta, da un'interpretazione 'mistica' della
dialettica hegeliana (quale, ad es., quella di Bradley e McTaggart), ma
contraddice in toto al Suo sforzo (che, tra parentesi, fu quello
stesso di Hegel), di elaborare i principi fondamentali di una concezione
'evolutiva' del reale. Se vi è evoluzione, ci deve essere una
differenza fra inizio e fine; se, al contrario, tale differenza è
meramente 'immaginata', è in linea di principio impossibile qualcosa
come un'evoluzione del reale (assoluto) in quanto tale (tesi,
peraltro, sostenuta, e non senza validi motivi, da tutta la metafisica
tradizionale, da Aristotele a Spinoza)".
Sarà
bene allora precisare brevemente, in risposta all'interessante stimolo
di Rinaldi, che la nostra linea è sì evolutiva (l'essere e la coscienza
si vanno trasformando nell'assumere successive figure che sono del
tutto reali) e che quindi per noi una differenza via via più grande si
va instaurando fra lo stato attuale dell'essere e il suo stato
iniziale, ma la differenza fra la fine e l'inizio possiamo (se è il
caso) solo immaginarla precisamente in quanto, anche se sappiamo che
essa ci sarà, non possiamo, allo stato dei fatti, conoscerla. E non lo
possiamo perché la fine, allo stato attuale delle cose non è ancora una
realtà. Né crediamo che tale realtà potrà mai costituire un dato fermo,
perché essa è quell'ultimità di cui abbiamo già detto che si trova
sempre "appena un po' più in là "; crediamo dunque che essa costituirà
una realtà in divenire, ma che al contempo sia oggi una realtà contenuta
in potenza nell'Essere attuale. | ||
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