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TEMI DI PSICODIALETTICA a cura del Centro internazionale di Psicodialettica Responsabile del Centro Prof. Luciano Rossi
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Quel fragile fiume d'amore. Cap. 1 |
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Capitolo I. Il 12° Congresso
Il 2 settembre 1932 Sándor Fränkel
va a trovare Freud; vuole leggergli il testo preparato per il 12°
Congresso. [...] Freud non ne approva i contenuti, gli chiede
addirittura di non leggerlo a Rosen, di non pubblicarlo. [...]
L’incontro termina drammaticamente. Fränkel tende la mano a Freud… ma
Freud, volgendogli le spalle, ne rifiuta il saluto ed esce dalla stanza.
[...] Fränkel comprende allora che non può più contare su di lui, che
non può più indugiare, che deve dire la verità al mondo, anche se il
maestro per questo lo calpesterà, lo distruggerà.
(dalle memorie della moglie)
Rosen, 5 novembre 1932
“... allora compresi, anche se tardi, che non potevo contare sulla
protezione di una potenza superiore, ma che al contrario sarei stato
calpestato da questa potenza indifferente non appena fossi andato per la
mia strada, anziché per la sua...”
Raggiungendo a stento le ultime file, l’esitante e stanca parola
dell’oratore si diffondeva da più di mezz’ora nell’ampia sala del Centro
Congressi. Era, questo, sistemato come sempre in un’elegante clinica della Turgovia
meridionale.
E anche in quel novembre del 1932 vi era riunito il solito “parterre de roi”
psicoanalitico che ogni anno accorreva all’invito di Ludwig, il loro
mecenate. In prima fila c’era lui, Freud, la “potenza superiore”.
Egli stava in carrozzina, quell’anno; lo affliggeva una dolorosa
sciatalgia che nemmeno l’abituale dose di morfina riusciva a mitigare.
Aveva le gambe coperte da un panno pesante, e addosso il cappotto. Quasi
sempre ormai sentiva freddo. Ma l'acciacco che lo mordeva non
piegava il suo orgoglio; e neppure per un attimo abbandonò la sua postura sdegnosa.
Per
la verità il freddo c'era davvero e a riscaldare il salone non v’era che una grande stufa di ceramica bianca;
insufficiente al bisogno, poiché sulle colline circostanti era
già comparsa la neve.
La
clinica sorgeva poco discosta dai quartieri alti di Rosen, appena fuori
dalla cittadina alpestre, ai bordi di una nera pineta, in cui a stento
il sole entrava traversando un fitto pettine d’abeti. Il sanatorio, dove la
medicina principale era il riposo e l’ozio, aveva invece intorno a sé un
grande e ben curato parco di betulle. Lì la vita era rallentata e un po’ depressa, a
misura dei ricchi borghesi non intaccati dalla crisi del ’29. E
quietamente, depressa a sua volta, la stinta voce del relatore
proseguiva.
“... io ero coraggioso e produttivo fino a quando mi appoggiavo alla
sua potenza...”
Nella sala grande non era rimasto che uno sparuto gruppo di ascoltatori.
Non tutti i partecipanti al congresso erano disposti a mostrarsi
interessati ad un collega in odore di eresia. Non tutti volevano rendere
omaggio all’allievo ribelle che stava ora parlando. Sándor Fränkel era
da tempo diventato un collega scomodo. E pensare che il Maestro -
nonostante tutto! - lo aveva avuto in petto a lungo, per mesi, per anni,
come futuro presidente della Società internazionale! Suscitando così la
risentita invidia dei fratelli. Ma solo lui era il Figlio. Solo Lui,
Sándor Fränkel.
Nell'annessa caffetteria dunque molti bivaccavano
e Irina, la cameriera russa, stava loro servendo le solite bevande. Il
suo astio era visibile: volentieri nella tisana di molti vi avrebbe messo la stricnina. Uno di
quei gruppi era un assembramento di fedelissimi. Quelli che l’esangue
conferenza dell’analista ungherese non volevano ascoltarla.
Erano certi che il futuro istituzionale
del relatore fosse da un po’ senza speranza. Sachs, Jones, Abraham, Reik, Eitingon,
tutti presenti a quel tavolino, lo detestavano. Ma lui, inviso al padre
e ai fratelli, questa volta aveva deciso, sia pure con paura, di parlare. E
di farlo addirittura al congresso, dove gli era stato proibito di prendere la
parola, di leggere la sua relazione. bisogna dire che da principio vi aveva rinunciato,
s’era messo a scrivere altre cose, a buttar giù un suo Diario clinico
pieni di appunti riservati e
scottanti. Ma ora, con estremo tremore e
quasi certo sacrificio di sé, aveva presa un’improvvisa decisione, e
proprio quegli appunti stava leggendo, immolandosi sull’altare alto e cruento
del dodicesimo congresso. Perché in fondo...
“... non compiere la sua volontà equivale a morire. Ma compierla è
forse esistere?”
Certo questo i fedelissimi non se lo chiedevano. Ansiosi e devoti,
arroganti e pavidi, le loro paure erano ben fondate. Fuori della cerchia
del Maestro si moriva, la “morte psicanalitica” attendeva gli ingrati, e ad esser
cacciati bastava ben poco. Solo all’interno v’era certezza di vita. E
con questa, non trascurabili, i lauti guadagni. Freud pubblicava,
affascinava il mondo e il mondo veniva a lui adorante. Ma il maestro non
poteva accogliere tutti i bisognosi. Inviava perciò molti dei pazienti a
chi più, fra gli allievi, gli era caro. Per questo, andare a genio a
Freud, era lo scopo della vita. Quasi tutti lo corteggiavano, lo
adulavano, lo temevano. Molti controllavano gli altri seguaci e, quando
possibile, anche per inezie, li denunciavano al maestro. L’accusa
riguardava anche i più piccoli segni di dissenso. Chi deviava in modo
recidivo poi finiva per essere cacciato e perdeva così il suo posto
nella Storia. Gli allievi scrivevano per essere approvati da lui e se
infine gli consegnavano i manoscritti per l’imprimatur lo facevano con
il terrore negli occhi. Nessuno osava pubblicare un manoscritto
criticato da Freud e la ferita del rifiuto non si rimarginava più. Gli
autori accettati sfoggiavano invece tutta la tronfia hübris
dell’appartenenza. La prefazione di Freud a un proprio libro poi era una
consacrazione.
La
difesa della dottrina era necessaria, imprescindibile; il rogo degli
eretici, giustificato. Credere allo stesso mito, partecipare allo stesso
rito: ecco la vera vita. Il sentimento delirante che li univa era quasi
religioso. Conoscere Freud dava un senso all’esistenza. Difendere Freud,
significava difendere le proprie carriere, la propria agiatezza. Vi
erano però altre condizioni necessarie per piacere al maestro: occorreva
essere ascoltatori intelligenti e passivi. E nelle conferenze, o negli
scritti, ripetere fedelmente le idee canoniche senza aggiungere
spiacevoli innovazioni. Egli si aspettava da ogni membro una totale
devozione. Come ogni capo religioso, amava i fedeli ed era spietato con
gli infedeli.
Poveri fedelissimi!
Così potenti... e così impotenti!
A
un tavolo della caffetteria i cinque su nominati conversavano
animatamente. In realtà non stavano più parlando del congresso. Fränkel
era stato presto liquidato con poche battute ironiche. Non era quello
che si faceva analizzare dai suoi pazienti? E che li baciava a volte e
si lasciava baciare da loro? La tecnica sacra dell’astinenza ascetica,
sacro baluardo contro gli infedeli, non era da lui del tutto stravolta?
Che altro si doveva aggiungere?
Al
loro tavolo, meno noto al pubblico della psicanalisi, ma noto agli
addetti e da loro temuto per i segreti scheletri di cui era al corrente,
stava anche Irwin Massler, il segretario dell’Associazione. Per questo
egli aveva accesso ai documenti riservati, per lo più lettere che il Maestro
riceveva e spediva, atti segreti che rigorosamente archiviava. Erano
questi segreti a metterlo in grado, ogni volta che lo volesse, di
mordere, ringhioso, i nemici del suo padrone. E quel giorno l’acredine
che aveva in corpo, e l’atmosfera propizia ai roghi, lo indussero a
parlare.
-
Fosse solo la tecnica del bacio! Voi non sapete... questo è niente. Ha
avuto rapporti sessuali con ben due pazienti. Una è diventata poi sua
moglie e l’altra, il che è ben peggio, è la figlia di primo letto della
moglie stessa.
Parlava con astio. Quasi sdraiato sulla sedia
distendeva le lunghe gambe sotto il tavolo spesso urtando il piedi di
chi gli stava a fronte. Era di mezz’età, ma aveva
l’aspetto rancido di un vecchio. La bocca
grande, con gli angoli all’ingiù, il labbro inferiore sporgente. Occhi
neri, opachi, infossati nell’orbita. Le grosse mani magre posate sul
tavolo mostravano vene dilatate e sporgenti.
- E
Fränkel non è il solo ad avere un passato in ombra. Pensate a Jung, quando
era ancora dei nostri; pensate a Tausk. Pensate a Stekel che
introduceva, con la scusa della visita medica, le sue dita nella vagina
delle pazienti psichiatriche. Pensate a Reich che s’innamora così spesso
delle sue pazienti. Pensate a Rank, a Rado, ad Aichorn.
Ma
non si accalorava, Massler, nella sua denuncia. Al contrario sembrava
stanco e triste. Le palpebre restavano basse e pesanti, lo sguardo
spento, la bocca, appesa agli zigomi ossuti, veniva mossa appena.
-
Ora però basta – disse a questo punto Jones. - Esternazioni solo
dannose, queste. Il professore non ne sarebbe contento.
Massler si fermò. Era stato imprudente. Magari Jones sarebbe diventato
un giorno, e forse molto presto, il suo presidente e avrebbe tolto alla
sua boccaccia troppo aperta la custodia dell’archivio. E tuttavia, alle
parole del collega, negli occhi di Massler passò, per un attimo, un
lampo malizioso. Sapeva che Jones lo aveva fermato prima che potesse
parlare di lui. Ma come lo sottovalutava Jones! Non sarebbe mai stato
così ingenuo. Non avrebbe mai parlato dei presenti. Le persone accusate
da lui erano state, e già da tempo, allontanate dall’Istituzione.
Qualcuna era morta. Tausk addirittura aveva terminato suicida i suoi
giorni.
Il
cuore della conversazione si spostò dunque su un terreno neutrale,
esterno alla scienza medica. Sachs accennò, con sollievo di tutti, alla
situazione internazionale e all’assoluto ritardo con cui Hoover aveva
sospeso le esazioni dei debiti di guerra ad Austria e Germania, dove già
covava la ribellione.
Ormai nessuno sentiva quasi più che dalla sala continuava a giungere,
lontana, la voce del relatore.
“... per chi non può ribellarsi la sola scelta è fra morire e morire,
fra la morte della libertà e della dignità da un lato e una morte ben
più concreta dall’altro”.
Ormai la situazione dell’occupazione e delle
banche era divenuta insostenibile. Suicidi, carriere troncate, risparmi
perduti, disoccupazione altissima. I senza lavoro si trascinavano
ubriachi nei parchi dando fondo agli ultimi spiccioli per un bicchiere
di birra. Disperati. E qualunque cosa
era meglio
della disperazione, anche la perdita della libertà. Così gli elettori in
Germania avevano aderito l’anno prima al programma nazionalista di
Hitler.
Per
fortuna gli psicoanalisti, chi più chi meno, avevano ancora risorse.
Pazienti e allievi stranieri, dotati d’ingenti disponibilità,
accorrevano a loro. In quel buio 1932 c’erano ancora in giro persone che
potevano pagare al Maestro venticinque dollari a seduta; e per sei
sedute alla settimana! Tanto che lui, con quei proventi, era in grado di
aiutare figlie e generi in momentanea difficoltà.
Privi dunque di problemi economici, Padre e Fratelli potevano
concentrare i loro investimenti emotivi sulla purezza della dottrina,
sui progressi scientifici, sulla coesione dell’Istituto. I controlli
erano puntigliosi; non v’era scampo alla libertà di ricerca.
Si, io non avrò scampo... già ora il padre ha cominciato a uccidermi,
già ora soffro di una grave forma d’anemia. E solo perché ho preso il
mio sentiero e abbandonato il suo.
Voi siete i primi a sapere del mio male.
Irina passò di nuovo vicino al tavolo; era
bellissima nel suo dolore. Non era vero che i congressisti erano i primi
a sapere della malattia di Sándor. La notizia dell’anemia lei la
conosceva già da tre mesi. Lei sola lo sapeva. Lei sola e il dottor
Platz. La malattia si era
manifestata in agosto, appena arrivata quella lettera. Ma ora lui, la
diagnosi, l’aveva detta al mondo, anche se lei non voleva. Non ancora,
lo aveva pregato, non ancora. Guarirai! Guarirai, ti dico! Che t’importa
di quel tiranno? Non ti basta il mio amore? Devi essere forte Sándor,
non sei solo, amore... siamo in due! Insieme possiamo sfidare il mondo.
Sándor era ospite in clinica, come lei. Lui vi soggiornava da sei mesi,
lei da tre anni. Marito e figlia, rimasti a Pietroburgo le facevano
visita una volta all’anno. La depressione, lieve ma tenace, che l’aveva
portata lì, ancora non l’abbandonava del tutto. Però Irina poteva ormai
lavorare. Tutti i degenti della clinica, appena in grado, lo facevano.
Così, da alcuni mesi, Irina serviva ai tavoli.
Prima che il matrimonio avesse logorato i suoi nervi era stata autrice
di delicate liriche, appassionate. Ora, dopo il suo crollo, il suo animo
investiva ogni energia e sensibilità nell’analisi personale. Per il
momento era, e voleva essere, solo una paziente. Le vette in cui abitava
Ludwig, gli impervi sentieri filosofici che lui percorreva, erano stati
la sua via d’uscita. Ed era diventata per Ludwig, colta e sensibile
com’era, un’invidiabile paziente, una di quelle di cui ogni analista attende con
piacere la seduta.
“... ma il nostro maestro dice che i pazienti sono gentaglia, e vuole
che io segua le sue orme, che anch’io li tratti senza amore. Non vorrai
paragonarla alla forza dell’odio... sembra dire, con quel suo sguardo
fosco. Ebbene io rispondo: è un delitto non abbracciare un bambino che
piange; è come abbandonare il paziente per la seconda volta”.
Il
dottor Fränkel aveva grande capacità d’amore. E l’incontro con la
nobildonna russa fu come la confluenza di due grandi corsi d’acqua a
formare un unico fiume che pareva a loro dotato di perenne
inestinguibile ricchezza.
E
quando Irina confessò al suo analista che amava, riamata, il dottor
Fränkel, le grosse manone di Ludwig ebbero un vistoso tremito e per poco
qualche goccia, dalla tazza di tè che sorreggeva, non si versò sul
lussuoso tappeto. E se il lieve sisma si ricompose subito, a Ludwig
restò la bocca aperta ancora per un po’. A cosa pensasse non è dato
sapere. Sappiamo solo che considerava Irina ancora fragile, ancora
incapace di sfidare il mondo là fuori, se avesse dovuto. Non era certo
della sua fermezza nel perseguire ad ogni costo gli obbiettivi
desiderati, ad onta del mondo intero.
Anche se Irina si illudeva del contrario.
Gli
occhi azzurri, le nere trecce e lunghe, la pelle d’alabastro avevano
ricordato a Sándor sin dal primo momento la propria madre. Ma ancor più
bella della madre gli era apparsa quando lui, sei mesi prima, era venuto
lì per riposarsi e scrivere il suo diario clinico, di cui ora stava
citando alcuni passi nella conferenza fatale. Diario che poneva sotto accusa l’analista
“chirurgo”, l’analista classico, oggettivante, distante, l’analista che
tiene il paziente sottomesso, piegato sotto il giogo insensato della
regola della neutralità e dell’astinenza.
“Egli
si libra come una divinità impersonale sopra il povero paziente sempre
bendisposto, sempre impotente a reagire, a criticare, ad amare”.
Irina gli era parsa sin dal primo giorno inaccessibile; rasentava i
tavoli regale, assorta, senza guardare nessuno. Ma a Sándor bastava
contemplarla. All’inizio, prima che gli struggimenti gli mordessero le
carni, la preferiva addirittura, questa lontananza. La guardava, ma solo
per fissare nella
memoria i suoi tratti, come un pittore. Si perdeva nel suo muoversi fra
le cose. aderiva ad ogni piccolo gesto. Addirittura affogare, avrebbe
voluto, nell’azzurro trasparente e fondo dei suoi occhi, nell’incarnato ineffabile, nella
morbida dignità delle sue labbra. E nient’altro, di meno puro, sostava
nei suoi pensieri. Lei nemmeno poteva immaginare il rispetto che un
uomo come lui poteva avere per una donna. E per la verità nemmeno Sándor
poteva immaginare la propria trasformazione, lui che era sempre stato
così misogino. Anche se abbracciava le pazienti, lo faceva perché il suo
fragile fiume d’amore glielo imponeva, ma non ne aveva mai considerata
una di loro come un’armonia perfetta, totale, nata per esser compresa
solo da lui.
La
direzione della clinica, Ludwig in particolare, avevano fatto di tutto
per averlo nello staff. Ma inutilmente. Lui voleva solo riposarsi.
In
effetti aveva veramente bisogno di riposo; da un po’ di tempo avvertiva
una stanchezza sconosciuta. La disapprovazione della comunità
scientifica lo faceva sentire male anche fisicamente.
E
poi
soprattutto voleva scrivere. Aveva un progetto e lavorarci lo caricava.
Aveva qualcosa di importante da dire, ma non sapeva se doveva rivelarlo
oppure no. Infine lo aveva fatto. Per alcune settimane aveva scritto con
un’intensità sconosciuta, già ispirata dalla incantevole visione di un
angelo, di genia sconosciuta.
Talvolta Irina gli passava così vicino da sentirne il profumo. E però
invano lui aveva cercato il suo sguardo.
Ma qui dobbiamo rivelare al
lettore una cosa che Sándor ignorava. Non
era vero che Irina non lo guardasse. La corrente invisibile emanante dallo
sguardo di lui, guidata da una forza così spirituale, così intensa, così
pura, era stata avvertita da lei; il campo di energia amorosa che
sorgeva dall'uomo, da quell'essere, aveva preteso e
ottenuto l’attenzione dell’amata. Così lei una volta, mentre lui era
intento nella lettura, lo aveva guardato, non vista, più a lungo del
solito. E la pelle diafana, trasparente della giovane donna, le si
sarebbero dati trent’anni, aveva preso colore. Quello che aveva visto
era singolare.
In lui solo, fra tutti, scorreva un’orfica corrente
d’ambrosia. E lei l'aveva sentita.
Non
era un Adone, Sándor. Aveva solo un bel viso intelligente e intuitivo.
Per il resto era di statura media, addirittura bassa. Aveva il volto
regolare, sbarbato, pieno. Le labbra tumide, sorridenti, gli occhi a
fessura, cerchiati da occhiali d’oro a lunetta ellittica, i capelli radi
tirati a lato, le orecchie sporgenti. No, non era un Adone. E tuttavia
l’espressione intensa, intelligente e allo stesso tempo accogliente,
materna quasi e sempre disponibile, lo rendeva a suo modo attraente.
Anche gli occhi in lui sorridevano, anche la pelle del viso. Il suo
occhio d’aquila, così acuto, era il più abissale fra gli analisti del
tempo. E tuttavia guardandolo meglio, il suo viso, vi si sarebbe vista
un ombra lieve, un’esitazione, quasi un lieve tormento. Anche questa lei
aveva veduta. Ma di più non avrebbe saputo dire
Irina, su cos'altro l’avesse colpita di lui. Forse era stata quella corrente
segreta, materna, così viva anche in lei, che l’aveva attratta in modo
invincibile.
Di
una cosa era certa. Che
meraviglia sarebbe stata... essere ascoltata, compresa, curata, no! non
curata... amata... da lui! Ma esistevano uomini simili? Ancora lei
diffidava, dubitava, s’interrogava. Non era possibile. Esistevano uomini così?
Fra
il dubbio e la speranza, a volte esplodeva in un riso bambino. Ma
dai! Sándor Fränkel! Esisti davvero?
Il
treno che l’aveva portata fin lì da Ludwig, aveva attraversato regioni
selvagge, e buie foreste, e orridi dal fondo lontano e temibile in cui
scrosciavano, impetuosi, ripidi torrenti che lei, presa dal suo male,
non aveva nemmeno visto. Poi la regione si era fatta più dolce e, in
vicinanza di Rosen, più fiorita. Da lì, da quella stazioncina da
favola, una piccola corriera si era inerpicata fin lassù, fino ai 950
metri della clinica.
Il
marito che l’aveva accompagnata si era fermato con lei solo tre
giorni. Poi se n’era tornato a Pietroburgo.
Dovevano passare più di due anni di nere abetaie e rigidi inverni prima
del suo ristabilimento e prima che lassù giungesse, dentro gli eleganti
abiti di lana del celebre dottor Fränkel, la dolcezza fattasi dono, il
miele fatto persona, la cura fattasi amore. Tutto quello che il Maestro
voleva cancellare. Proprio il Maestro che...
“...
unico fra gli analisti, ha sempre rifiutato di sottoporsi lui stesso ad
analisi personale, poiché questa avrebbe mostrato al mondo che anche il
re è brutto come tutti noi, perché una terapia lo avrebbe costretto ad
abbandonare questa sua tecnica gelida dietro cui si nasconde, l’unica
che possa usare, l’unica che lo faccia sentire sicuro nel suo grigio
castello, compatto, duro e freddo, il solo che lo rassicuri, il solo
dove nessun paziente osi contraddirlo”.
I
sei fedelissimi nemmeno badavano alla voce che veniva dalla sala
attigua. E neppure si volsero quando la porta della sala si aprì
sbattendo con gran strepito e la carrozzina avanzò cigolando sospinta da
una giovane donna. Il Maestro non aveva infine retto agli attacchi di
quel... di quello che per lui – ormai non c’erano più dubbi - era un
rinnegato. Era fuggito perciò dalla sala. A precipizio quasi. E ora
avanzava verso il tavolo dei discepoli cupo e pieno di odio.
-
Jones, si prepari lei, ora, a diventare presidente! – disse soltanto. E
si fece portare in camera sua.
Cos’era accaduto? Non osarono chiederlo. Non se lo chiesero nemmeno fra
loro. Non ne ebbero il tempo, del resto, ché intanto uno nuovo strepito,
più alto del primo, si era levato forte nella sala e qualcuno già ne
usciva di corsa. Sándor si era sentito male ed era caduto a terra svenuto trascinando
il microfono con sé.
Irina e Ludwig si precipitarono all’unisono.
Quando arrivarono facendosi largo tra chi l’attorniava, Sándor stava già
rinvenendo. Lo portarono in camera e chiamarono Platz, l’internista.
Ludwig permise che Irina attendesse il medico insieme a lui e restasse
presente alla visita: come analista di Irina conosceva la loro
relazione. Ma mai aveva lasciato trasparire se vi fosse favorevole o
meno.
L’anemia appariva aggravata e lo aveva reso molto debole. Questo il
referto di Theodor Platz, che lo curava da agosto. Le palpebre parlavano
chiaro. La pelle ora si presentava addirittura giallo limone. Alcuni
giorni a letto, niente strapazzi. E una dieta ricca di fegato crudo.
Ricordò ai presenti, con la durezza marziale dell'internista, che
l’anemia dà anche problemi nervosi, anche gravi, e questo sforzo
congressuale, così rischioso, così competitivo, lui glielo aveva del
tutto sconsigliato. Ultimamente Sándor aveva accusato vertigini come
quella che lo aveva fatto cadere sul palco. Era apparso più debole, più
pallido, più stanco.
Era
stata l’uscita del Padre dalla sala, quel suo sdegnoso voltar di spalle, a
farlo svenire. Lo mormorò con un fil di voce. Aveva sentito una forte
palpitazione prima di crollare.
-
La maledizione del Padre mi porterà alla morte - disse.
-
Su, su, queste cose non c’entrano nulla – redarguì l’internista con
severità. E aggiunse: - Uno come lei! Dire scempiaggini del genere!
Poi tutto tacque. Raggelata com’era, la stanza, da quel dire
provocatorio e roccioso. Lo guardarono tutti tre. Irina con odio. Quel
naso aquilino da condottiero le era insopportabile. E anche le labbra
strette e sottili, lo erano, di persona cattiva.
Infine, e penosamente, Ludwig parlò: - Va bene, possiamo andare. - E
rivolto a Irina: - Resta tu con lui. Gli ospiti, lo sai, mi reclamano.
Vorranno notizie.
In
silenzio, Irina rimase.
Oh,
ti amo, ti amo! E si buttò sul corpo esausto del vecchio confidente
amico padre amante risorsa assoluta. Lo ama lo ama lo ama.
Sarebbe finita. Finita. Senza di lui, sarebbe finita. Lui era come
l’aria per respirare.
Li
separavano trent’anni di età e lei sapeva che tanta parte della sua vita
l’avrebbe passata comunque senza di lui, coltivando solo la sua tenera
memoria di uomo straordinario e gentile, la memoria dei fecondi anni,
pochi ma intensissimi, passati assieme in un interminabile thalassico
abbraccio... sì, sapeva dei tanti anni senza di lui, ma non ora, non
ancora. Non ancora.
Lei
non lo avrebbe permesso.
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