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TEMI DI PSICODIALETTICA a cura del Centro internazionale di Psicodialettica Responsabile del Centro Prof. Luciano Rossi
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Nient’altro che sciami di lucciole (romanzo) |
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(Stralci dal primo capitolo)
Alla fine di
un’uggiosa domenica di dicembre, mentre la notte stava già calando su
Lago, i due s’incontrarono per la prima volta. Stavano entrambi sulla
strada del mulino vecchio. Dovevano esserci due lunghe e dritte file di
alberi lungo i lati dei fossi, ma non si riusciva a vederne più quattro
alla volta, ché su tutto regnava una nebbia opaca, fredda e pungente,
con il suo bianco cenere oscurato sempre più dai minuti che scorrevano
lenti e si stendevano umidi su tutte le cose.
Rari i
lampioni. Ma a che servono?
Lago è un
paese reumatico e miope, dove non si può – e non si deve – guardare più
in là del proprio naso. E anche della strada dove stavano i due – come
di ogni altra cosa – si poteva avere solo una miope coscienza.
Lungo quella
strada Ismaele camminava assorto, allontanandosi dal mulino. Stava
tornando in paese: era l’autunno dell’86 e lui era ancora un uomo
giovane. Aveva quell’aspetto un po’ apollineo che i ragazzi di buona
educazione, ancorché non belli, lasciano spesso trasparire: un’immagine
vivace e aggraziata. Gesti intensi e riflessivi ne annunciavano i
pensieri nobili e rivolti alla perfezione estetica. Anche il caldo
tabarro che l’avvolgeva, lungi dal nasconderne le movenze e la figura,
era portato con tanta grazia da rivelarli ancor di più.
La strada
era deserta. Finora Ismaele non aveva visto nessuno.
Solo
all’ultima curva della via scorse la figura che gli veniva incontro.
Appariva, quello, ai suoi occhi un uomo fatto, quasi anziano. Era la
prima volta che lo vedeva, ma aveva già sentito parlare di lui. Tutti in
paese lo chiamavano “professor Gianrico”. Si diceva che avesse avuto una
vita non facile, soprattutto per l’ispido carattere. Era stato anche
prete, ma aveva buttato il vestito alle ortiche subito dopo
l’ordinazione, ch’era avvenuta tanto tempo prima. Portava dunque, sul
suo viso e sul corpo, anche per questa delusione, un tratto duro e amaro
che lo faceva parer più vecchio dei suoi anni. Ora insegnava in
un’università lontana, un luogo chiamato Fieti, e a Lago, dov’era nato,
tornava raramente.
Ismaele,
appena la nebbia lo consentì, ebbe modo d’osservarlo con attenzione.
Grande, magro, curvo, i capelli neri nonostante l’età e con tendenza
però alla calvizie, aveva gote incavate, naso grande e ossuto, spiovente
sulla bocca, occhi scuri, stanchi, tristi e spenti, infossati in orbite
precocemente senili, che gli davano una maschera ombrosa ed egoista. E
anche le grandi ossa del viso e delle mani, le vene dilatate, dure e
sporgenti, la pelle bruno giallastra, dura, secca e fredda, gli
conferivano un’espressione sdegnosa, severa e concentrata, cui
aggiungevano come un marcato accento, se ancora ve fosse bisogno, una
bocca imbronciata, grande, con gli angoli in giù, il labbro inferiore
pendulo e sporgente, una barba nera e dura, e le orecchie grandi dal
lobo grande e cascante.
Camminava
con la testa china in avanti, come se non la reggesse proprio, lugubre,
tetro, gli occhi fissi a terra, assorto – almeno sembrava – in profondi
pensieri, che parevano irritarlo e scoraggiarlo insieme.
Le braccia
pendevano lungo il corpo, come inerti.
Alzò la
testa solo all’ultimo momento. E si fermò lì, con la bocca aperta,
poggiandosi al bastone con la destra. La vista d’Ismaele lo aveva
sorpreso, come cosa sgradita. E ora pareva non saper che fare. Ma di far
bene non gliene importava nulla. Nulla gli importava degli altri. Solo
che, a causa di quell’incontro, la mente gli si era svuotata. Aveva
perso il filo del suo discorso interno.
Guardò
l’importuno: non lo aveva mai visto. Sembrava un dio greco col tabarro:
Apollo? Mercurio? Il primo per l’eleganza, il secondo per la vivacità.
Ma cosa ci
faceva un dio greco nella nebbia? Nella nebbia poteva starci solo Odino.
Per la gente
di Lago il professor Gianrico era una persona strana e sgradevole, ma
era nato lì. E questo bastava. L’appartenenza per nascita era a Lago il
massimo titolo e anche l’unico che desse diritto alla cittadinanza e
all’accettazione. Chiunque fosse di Lago non avrebbe potuto perdere
l’appartenenza nemmeno se reo di nefandezze. Chiunque non fosse nato lì
sarebbe stato straniero sempre e mai, mai, avrebbe avuto accesso a
qualunque onore o amicizia. Ismaele non era nato lì. Vi aveva però una
sua parente che talvolta lui veniva a trovare: una zia, assorbita da
Lago in forza di nozze mal tollerate. La zia veniva dalla città e
questo, in assenza di matrimonio, sarebbe stato sufficiente a chiuderle
ogni porta. Lo zio era morto da tempo, e lei aveva perso l’unica
protezione che in quel paese avesse validità di costume, quasi di legge.
Gianrico,
questa zia, nemmeno la conosceva. Lui stava lontano da Lago per tre
settimane ogni mese e quell’unica che passava qui conduceva una vita da
uccellaccio appartato. Era di una bruttezza spiccata e questo lo aveva
reso insolente ed affilato.
Ismaele lo
salutò con semplicità. Gianrico non rispose subito. Insomma chi era quel
ragazzo?
- Tu non sei
di queste parti.
- No, non
sono di qui; sono presso parenti. In visita soltanto. Mi chiamo Ismaele.
Sono il nipote della maestra Gianquinti.
Il giorno in
cui partì per il suo viaggio senza ritorno, Eloardi si sentì svegliare
da una voce di donna. Una donna che gli chiedeva l’ora. Erano le tre del
mattino. Lui dormiva profondamente, sicché lei dovette ripetersi.
- Che ore
sono?
Lo aveva
chiesto con voce morbida, pigra, impastata di sonno. Velluto. Di nuovo
lui non la sentì. L’età l’aveva reso anche duro d’orecchi. Lo ripeté con
voce ancor più forte.
- Ho chiesto
che ore sono?
Lei, in quei
momenti, non teneva conto dell’età. Erano, quelle, circostanze in cui
l’età di lui non si vedeva. Non solo per il buio, ma per quel che nel
buio lui sapeva fare.
Questa volta
la udì perfettamente. Accese la luce.
- Le tre e
mezza.
Un urlo. E
di botto a sedere.
- Cristo.
Mio marito. Sarà già rientrato da un’ora. Oh povera! ... E adesso cosa
gli dico?
Uscì dal
letto come una furia, e di scatto, affannata, con il veloce recupero dei
suoi trent’anni, cominciò a raccogliere i vestiti, sparsi qua e là sul
pavimento.
Le sette del
mattino.
Eloardi si
guardò la barba bianca. Nello specchio antico del suo bagno per fortuna
faticava un po’ a vedersi bene. Il bell’oggetto dalla cornice d’oro
aveva perso il nitore dei suoi tempi, dei tempi di suo nonno, e benevolo
ora gli sfumava il viso, graziandolo così di qualche anno.
Ma gli anni
c’erano, ne aveva quasi settanta, e dove li sentiva di più non era
quando incontrava la sua giovane amica. Il peso stava... insomma lo
avvertiva soprattutto in quella maledetta pigrizia nel viaggiare. Eppure
questa volta doveva proprio andare.
Aveva già
preso alcuni appuntamenti.
È che lui,
dopo quel fatto, non aveva più trovato pace.
Dal momento
in cui Ismaele era stato assassinato, timoroso anche per sé, Eloardi,
l’inquieto editore della Scala di Shepard, non aveva cessato un
solo giorno d’interrogarsi ancora. Ma adesso era venuto il momento
d’indagare gli altri. I possibili mandanti su cui si erano appuntati i
suoi sospetti, ossia gli affiliati alla Confraternita, li aveva ormai
esclusi, certo che questa non esistesse se non nella mente del povero
professore. Era stata, la Confraternita, solo il parto di una mente
delirante.
Nella sua
vita doveva esserci dell’altro. Forse in quei dieci anni di vuoto,
dall’85 al ‘95.
Dapprima
aveva cercato ogni possibile contatto con la polizia, ma questa aveva
lasciato trapelare solo quel nulla nel quale lei stessa vagava.
Non rimaneva
che cercare nella vita. Nella vita di quel professore schizofrenico e
gentile.
Così
cominciò proprio da quel vuoto di dieci anni dei quali Ismaele nel suo
romanzo non aveva scritto nulla.
Cosa aveva
fatto in quel periodo? Dove aveva vissuto? Chi aveva incontrato?
Dove andare
per saperlo? Al suo paese? Rivolgersi a Sandro, il bidello
dell’Università? Certo, poteva cominciare anche da lì.
Almanaccò
naturalmente anche altre vie. Ne parlò con Grimaldi, il fido braccio
destro, lo stesso collaboratore con cui aveva recuperato i floppy e
ricucito i frammenti della storia. Aveva bisogno che ci fosse almeno
qualcuno, anche uno solo, su cui poter contare quando era lontano dalla
Redazione.
Uno con cui
parlare. Per non smarrire lui stesso la via.
Il lavoro di
ricerca però voleva farlo tutto da solo. E non dirlo a nessuno, solo a
Grimaldi, come un vecchio bisbetico. Anzi: due, vecchi bisbetici.
Rifletté a
lungo, Eloardi, poi formò il numero da cui aveva deciso di cominciare,
il numero che di vicenda in vicenda doveva portarlo sino alla sua logica
conclusione.
Ma intanto
cosa accadeva nell’Aldilà?
Quando
Ismaele aveva finito di defluire dal camino del forno crematorio, aveva
provato un’improvvisa sensazione di libertà: quella di fluttuare
sciolto, rilassato, fluido nella totale ebbrezza dell’assenza di
ostacoli.
E un’altra
ne aveva di sensazioni: quella di essere guarito.
Nessuna
paura più delle malattie, o dei luoghi alti. Non gli importava più di
rimaner coeso. Anche perché la coesione l’aveva ormai perduta. Non è il
dopo, non è il prima: è il trapasso, quel taglio alla gola che è
terribile.
E ora nulla,
di ciò che dell’aldilà aveva immaginato in vita, adesso gli appariva.
Non c’era,
di là, quel nulla che aveva sempre immaginato. La morte non era una
sparizione totale. Qualcosa dell’esserci, restava; per esempio i
ricordi. Ricordava tutto, ma proprio tutto, dell’esistenza opaca appena
finita. Ma come faceva a ricordare se il cervello suo non c’era più? È
il cervello che ricorda no? Adesso, al suo posto, c’erano solo brandelli
di fumo, corpuscoli che brillavano al sole come pagliuzze d’oro.
E va bene,
non importa; non si poteva impedire ai fatti di esistere. E lui... non
c’era dubbio: lui ricordava! Sentiva di esserci ancora, in qualche modo,
e di avere memoria.
Chi fosse
colui che ricordava non lo sapeva, perché se si guardava, se cercava il
suo corpo, non lo vedeva. Ma, dietro lo sguardo, una specie di occhio
guardante ci doveva pur essere. Dietro il pensiero, qualcosa che
pensasse c’era.
Che cosa
vedeva? Tutto quello che vedeva prima. Assolutamente tutto. Solo che gli
altri non vedevano lui.
Ma non era
precisamente un occhio, il suo. Non era, il suo, un vedere. Lui era,
infatti, come una nuvola di chip immateriali, una pura memoria insomma.
Uno sciame di memorie tutte uguali. Lucciole. E come una lucciola,
vedeva.
Anche se era
impossibile che potesse farlo, pure lo stava facendo e questo era un
fatto. Inoltre. Non era una nuvola di neuroni, ma ricordava; e
rifletteva. Si sentiva come un occhio e una memoria che vagava nell’aria
senza ansia e dolori.
Senza
costrizioni.
Non aveva
più un volto e quindi identità. Non assomigliava più ad alcuna foto
segnaletica e giù nel mondo opaco avevano dovuto archiviare ogni
responsabilità gi pendesse in capo. Finalmente sfuggiva al Branco e ai
suoi Lacustri. Ma di loro ricordava tutto. Nella piccola memoria
magnetica delle sue particelle aveva tutto immagazzinato.
Tutto meno
il volto e l’identità del suo assassino. Perche lui quello non l’aveva
visto in faccia.
Era una
identità che doveva ricostruire col ragionamento, proprio come deve fare
chi non conosce i fatti. Certo, lui qualcosa in più della polizia
sapeva.
Aveva dei
nemici che la polizia non conosceva.
Nemici che
si erano fatti vivi quindici anni prima, quando c’era stato il
terremoto.
Era stato il
terremoto a segnare l’inizio della fine.
Dobbiamo
sempre temere il momento di maggior gloria. Dobbiamo temere la felicità.
C’è sempre, per ogni “straniero”, qualcuno, o qualcosa, che bussa alla
porta della sventura. Per lui fu un terremoto, a portargli il nunzio
della sua rovina.
Nella vita
va tutto bene... sino a un certo punto, poi il declino è inarrestabile.
Prima ogni cosa volge al meglio, anche se ti comporti male, anche se
commetti ogni errore possibile. Poi tutto volge al peggio, anche se ti
metti a fare tutte le cose giuste.
E da allora
non c’è verso. Tutti i nodi vengono al pettine, anche quelli passati. E
stranamente il tempo dell’inversione di rotta sembra corrispondere
all’inizio del declino delle forze fisiche.
Davvero
questo è un curioso mistero.
È che non
c’è più in giro la gente che ti ha accompagnato per tutta la vita e che
ti rispettava. Se ne sono andati tutti poco a poco e quelli che li hanno
sostituiti sono dei beceri giovinastri che stanno costruendo un mondo
nuovo e non vedono l’ora di spinger nella tomba pure te.
Uscito dal
camino con pigre volute di fumo, Ismaele si disperse nella giornata
serena. O meglio, no. “Si disperse” non è il verbo più adatto. Diciamo
che lo sciame di particelle di cui era fatta la sua persona si allentò,
si espanse. Diventò una nuvola di pulviscolo, sempre più rada. Aveva
sempre sognato di volare; e ora poteva farlo. Continuò a salire un po’
finché si trovò in una corrente orizzontale. E il vento cominciò a
trasportarlo. Come una nuvola bianca.
Si sentiva
magnificamente. La malattia non c’era più. Quella riguarda l’esistenza,
la compattezza, la necessità di una coesione imprigionante.
Sano e
felice, si trovò a viaggiare con altre nuvole. Fino a quando si accorse
che una di queste era anch’essa, come lui, uno sciame di fumo. Forse
uscito dallo stesso camino. E le si accostò. Andarono alla deriva per un
po’ senza comunicare, con la stessa pigra lentezza, dettata dalla
corrente. Ma entrambi, si capiva, gradivano la compagnia dell’altro.
Stavano
sorvolando dei campi innevati. Ismaele pensava che non fossero molto
lontani da casa sua. Solo stavano raggiungendo le sue colline dall’altra
parte e ci mise un po’ a riconoscerle. Quando queste gli apparvero
famigliari si riempì di tristezza: dunque era questo che aveva lasciato?
La sua casa
in bilico sulla collina. Non l’aveva mai vista dall’alto.
Bisognerà
tagliare i rami del melo a primavera, si disse, prima di ricordare che
non era più a lui che competeva. Chissà se chi poteva lo avrebbe fatto.
Gianrico era
uscito dal camino un’ora prima che Eloardi vedesse il corpo di Ismaele
entrare nel forno.
Ma quando si
era liberato, c’era calma di vento. E così la nuvola di fumo aveva
involontariamente aspettato quella che veniva dopo di lei. Ora che
viaggiavano insieme si chiedevano ambedue come comunichino fra loro le
nuvole, come pronuncino o ascoltino quelle parole che lo scrittore
metterà sulla carta. Una domanda troppo difficile e rinunciarono a
pensarci.
Però, in
forza d’un mistero troppo grande per chi, ancora umano, sta narrando
questo fatti, i due sciami iniziarono a parlare. | ||
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