TEMI   DI   PSICODIALETTICA

a cura del

Centro  internazionale  di  Psicodialettica

Responsabile del Centro

Prof. Luciano Rossi

 


Poesie: raccolta antologica

 

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Poesie: raccolta antologica

di Luciano Rossi

 

 

 

 

 

 1 - I giorni del sole

 

 

 

 

 

 

Doni

(I giorni del sole, 1970)

 

Vorrei  entrare così nella tua stanza,

in punta di piedi,

vegliare il tuo respiro dormente

fino a sentirlo lento

placato

sul fare piano del giorno.

 

Invece, impaziente,

voglio dirti di te,

delle tue luci

e ti cingo d’assedio

col mio libro di fiabe

 

E tu paziente

sparsi i capelli lievi sul mio cuore

del tuo mondo lontani

ascolti i suoni,

gli occhi persi nel verde,

le mani immobili,

piene di doni silenziosi.

 

Doni

che m’entrano lentamente nell'anima.

Pazienze e seduzioni

di cui s’è persa memoria.

 

 

 

 

 

Il papavero e la bellezza

(I giorni del sole, 1973)

 

voci che comandano nel sole

voci che cantano

 

gruppi di dolore

e di anestesia

nell’ombra

 

il gelo e la bellezza

galleggiano nel bicchiere

 

nell’aria

una sporta di silenzio

petalo rosso sopra un drappo nero

 

il papavero e la bellezza

si cercano

sul prato

 

 

 

 

Prendetevi il giorno

(I giorni del sole, 1973)

 

prendetevi il giorno,

ali d’una sola vita,

prendetevi il giorno

 

il sole non splenderà

dopo il tramonto

 

nella tenebra

un’ala stanca di gabbiano

percuote invano il mare

 

 

 

 

Et nunc vesperascit

(I giorni del sole, 1975)

 

nell’aia covoni di pace

densa e sonnolenta

è la campana

 

sulla piana greve

e senz’anima

sovrasta la sera

 

il rosso inutile

del cuore

colora stanco il tramonto

 

 

 

 

Ebbro è  il vento

(I giorni del sole, 1970)

 

Il vento che modella dune

e le felci carezza,

quello che ti sfiora i capelli e

bacia le tue gambe sottili,

mi raggiunge ancor ebbro

del loro allegro vigore.

 

La luce che ama

il tuo esile tronco

ben sa

che il dolore del vecchio mondo

non è per i tuoi seni di agile mela

e di duro sole nascente.

 

Solo la primavera conosce

il tuo scafo leggero

la scia serpentina

che nella danza delle corsie

nasce e sgela la matematica del pensiero

e regala bellezza all’attesa.

 

E quando giungi

la fonte esplode sino al mare

ed ansima il fiume nell’estuario.

 

Solo allora

su l’onda chetato

fra le canne dorme

il vento

e il bimbo

antico su la riva.

 

Ah, come profondo

allora il sonno del bambino

e ansiosa la lucertola nel sole;

come lievi alla brezza i fior di pesco

ed esile la farfalla sullo stelo;

ah, come implumi i nidi nelle siepi

e intente le api nella sera.

 

E nulla torna dalle remote rive.

 

 

 

 

Non mi conoscevi allora

(I giorni del sole, 1970)

 

Da troppo tempo non so

dei girasoli

che nella conca del giocoso rio

all’intorno

volgean il loro capo.

Eco di luce chiusa nel mio cuore

che ritorna fanciullo,

levità rapita

alla farfalla che fidente posa

al fior di pesco,

ebbrezza che domani

il giovane maggio sfiorirà.

 

Non mi conoscevi allora, ma solo vorrei

che tu potessi di me sapere

quel tremulo guardare

che innocente

volgevo al nuovo giorno.

 

 

 

 

Marzo

(I giorni del sole, 1975)

 

Già odorano le viole

che ancora ieri sapevano d’inverno.

 

La memoria è lontana;

così ogni parola.

 

 

 

 

Abbiamo perduto un altro giorno

(I giorni del sole, 1975)

 

Senza più luce dissolve

la stanza e s’abbuia

dei tuoi sorrisi spoglia.

Il giorno reclina e noi con esso

d’opache nebbie avvolti.

 

Del giorno non è rimasto

neanche il giallo dei muri.

 

 

Occhi

(I giorni del sole, 1984)

 

Fiori campestri dormono ne l'antico

degli occhi di mia madre.

Ruvide fascine n'han colte

ed riempion oggi aie di dolore.

 

Vergini d'incertezza e meraviglia,

neri come una eco zingara,

dolci e fragili come la sua vita,

quelli teneri della mia bimba.

 

Vittoriosi, i tuoi, di fiera

che guata dal cespuglio ardente,

devasta il mio giardino autunnale,

scompiglia la geografia dell'orizzonte

dove invano io cerco di fuggire.

 

 

 

 

Cuore di carta

(I giorni del sole, 1984)

 

Cuore di carta,

vergogna a me che t’allevai

con nitida penna e rattenuto fiato.

 

Potessi un giorno alfine calpestarti

con allegro cuore di bimbo,

a pezzi ridurti

o farne un aquilone.

 

 

 

 

Origini scure

(I giorni del sole, 1984)

 

Colora il melograno

la ferita antica

che imporpora di buio i giorni miei.

 

Invano sempre luce

vi ho cercata.

 

 

 

 

Ostinazione

(I giorni del sole, 1975)

 

Nella fragile adolescenza

t’ho amata di profilo

e lungamente assente.

 

Più tardi nel rosso malinconico

d’un’età disabitata

il tiepido d’un sorriso

ond’io potessi osare.

 

Fra le tue mani

sui duri terrazzi

hai tenuto le mie

tremanti,

ma la città

furiosa mordeva

la tua vana ostinazione di  madre.

 

 

 

 

Ballata dell'amore perduto

(I giorni del sole, 1987)

 

Tutto l'amore del mondo,

con le tue grandi braccia,

le tue forti radici;

tutto l'amore,

che nemmeno sognavo,

mi avevi dato.

 

Così mi amai e dissi:

"Come sono buono!"

 

I tuoi grandi occhi

mi avevano guardato

come mai più nessuna guarderà.

La tua voce

mi aveva cantato

come mai più nessuna canterà.

 

Così mi amai e dissi:

"Come sono bello!"

 

Non ho misurato

allora

la tua statura di grande madre,

che mi fece principe;

io che più nulla temevo

se da me allontanavi

la folgore,

il sangue,

il dolore.

 

Ti confusi allora a mille altre,

mentre su te prendevi la mia pena,

abbracciavi la mia solitudine,

cullavi le mie paure.

 

Mi abbandonai felice alle tue braccia.

E il mio sonno riversò

lentamente, senza rumore,

oscuri barili di tristezza,

prima sulla tua anima felice

poi sulla tua anima stanca.

 

Tu non dormivi.

 

Abbracciata a me

ma sveglia

guardavi i confini del mio sonno.

 

Non potevi dirlo,

il tuo bisogno,

a chi dormiva felice sul tuo cuore.

 

Così,

sepolta dal mio e dal tuo dolore,

la tua luce si spense a poco a poco.

 

Ora son qui,

con la mia notte

solo.

 

Lontana da me,

tu apri col tuo canto

altre strade d'ombra,

donando il tuo sole a chi arriva.

 

Ora son qui,

seduto sul mio sasso,

sul ciglio della strada

che fu  mia

quando ancora il tuo sguardo

mi rendeva padrone della terra.

 

 

 

 

Mai più nessuno

(I giorni del sole, 1973)

 

Amore,

a te consegno

il respiro del giorno;

fanne per te

corone di sorrisi.

 

Amore,

a te consacro

il grido del gabbiano.

Fanne per te

una tunica di vento.

 

Amore,

dedico a te

il sorriso dell'alba

Fanne per te

un giaciglio di fiori.

 

Per te sola esistono

le farfalle d'aprile

le spighe del grano,

 

i grappoli pieni

il bosco autunnale,

 

il cielo e il vento

le stagioni innumerevoli.

 

Che nessuno altro ti sfiori,

se non il pigro zefiro

o la fronda del salice.

 

Altri inseguano pure con affanno

i giorni e le stagioni.

Sarà inutile corsa:

perché nessuno mai più ti guarderà

com'io t'ho guardata;

nessuno più ti canterà

com'io t'ho cantata.

 

E che i miei versi scorrano

su te e su te

e per l'eterno tempo

 

baciandoti senza fine.

 

 

 

 

Nessun viso è il tuo.

A W.H. Auden.

(I giorni del sole, 1973)

 

Sperduto l'occhio

percorre la folla.

 

Ma nessun viso è il tuo.

 

Chiudano i gigli

le loro inutili trombe.

Tacciano le ali

del colibrì e del pettirosso.

Scenda sulle cose

un velo di tristezza.

Perché più niente serve

se non sei con me.

 

 

 

 

2 - Rivolto all'occaso

 

 

Dicembre

(Rivolto all'occaso, 1983)

 

Solitaria rosa del mio giardino

Muta

Leggera

Senza vento

Oggi su te posa la neve

 

 

 

 

...  di gravide parole

(in ricordo di Mario Luzi)

(Rivolto all'occaso, 1995)

 

Ti ricordo, Poeta, in trattoria da Franco.

Eri sempre da me a pochi passi.

A Te di fronte il Critico lunare,

il cupo Bo,

la cupa nube, la nube ininterrotta.

Urbino ventosa d’aquiloni ci aveva accolto

Entrambi, pellegrini.

 

 

Ricordo.

Ancora in te il rimpianto c'era

della parola perduta.

 

Più non mostrano a noi,

- così dicevi -

le cose i loro nomi.

Era un lamento, il tuo?

C’era forza nella parola in principio, tu pensavi.

Poi la perdemmo ed ogni cosa

divenne più forte del suo nome.

Divennero mute, le cose, e silenziose;

impossibile divenne il loro annuncio.

 

S’annunceranno da sole, tu speravi.

Io, al contrario, sognavo

parole senza cose.

 

Non apritemi le parole chiuse, vi dicevo;

a te e ad altri.

Non mostratemi le cose che stan dentro.

Non voglio vederle

le cose nascoste in scorze di parole.

Quando il loro tempo sarà

voglio che s’aprano

sole

come melograne;

Aprirà ognuna un attimo il suo guscio

e mostrerà a noi grani di luce.

Splenderanno, bagliore d’un attimo,

e saran subito opache agli occhi nostri.

 

Si è poeti un attimo soltanto.

È quando la parola

muta

si risveglia.

Ma non sia grave il non aver certezza.

Ancora oggi ci parla la Pizia e l’ascoltiamo.

 

Da lontano

un suono dolce

già racconta la morte del Poeta.

 

 

 

  

Conosco solo attimi

(Rivolto all'occaso, 2000)

 

conosco solo attimi

attimi senza peso, lievi

altri ubriachi grevi smemorati

 

ma sempre attimi soli.

 

 

 

 

E nessuna stagione fu mia

(Rivolto all'occaso, 2000)

 

Guardai veemente il futuro

mancai la giovinezza.

 

Non godetti quando la pioggia

innaffiò il mio prato.

 

Cercai pesci sulla cima degli alberi,

nuvole nello stagno.

 

E nessuna mai stagione fu la mia.

 

 

 

 

Solitudine mia senza riposo

(Rivolto all'occaso, 1990)

 

solitudine mia senza riposo

il cheto desco almen la sera

rivesti d’una luce fioca

 

e nella notte insonne

la crudezza tua deponi

 

in me risveglia

il ripartir domani.

 

 

 

 

La tua mano hai mosso

(Rivolto all'occaso, 2007)

 

la tua mano hai mosso

con ampio gesto mattutino

e ha disegnato nell’aria

un fiore giallo;

 

o era solo un moto

d’imperio ma piccolo

piccolo come si è

di mattina appena svegli?

 

eppure illuminata

si è la stanza

come quando vi arriva

un po’ di gioia

ad aprire una persiana

cieca che l’innocenza

a maggio di un  viso di magnolia

guarda,

 

sei tu davvero?

 

Forse più non ti conosco,

amica

che incontro mi vieni

e mi sorridi.

Che han fatto le stagioni

sopra il tuo viso e il mio?

 

I tuoi sedici anni spalancavi

come occhi grandi

o grande cuore

curiosità di futuri immaginati

ricchezza di tempo senza fine.

 

e  vedo  un tormento che ti sta fra gli occhi

come un fiore triste

anzi una spina

un desiderio antico di bambina

e disperato di negati giochi

d’andare a piedi nudi sul trifoglio

nella conca più fresca di un agosto

che reclina forse

ove l’ombra  dei meli più si stende

e l’aria è amica,

e un desiderio mi prende,

il più piccino

che questo settembre cammini piano

senza alcuna fretta d’arrivare

e portare te e me così lontani.

 

 

 

 

La morte della poesia

(Rivolto all'occaso, 1989) 

 

Ardono i boschi uccisi.

Fuggono i caprioli inseguiti

dal muggito delle querce moribonde.

 

Ardono gli arborei libri

e  fuggono i  versi

dalle nere pagine contorte.

 

 

 

 

 

Grumi di parole

(Rivolto all'occaso, 2007)

 

T’ho rubato un’ora,

e tu volevi un mio verso in cambio.

 

Ah generosa! Io che

non ho versi per te,

ma solo

grumi di parole

che ogni tanto

vanno a capo.

 

 

 

 

Microscopici gigli

(Rivolto all'occaso, 2007)

 

Ridenti baci,

microscopici gigli,

gelsomini dal bianco

inebriato,

qualcuno t’è finito fra i capelli.

 

È stato il vento

col suo gesto furioso;

t’ero vicino

lo so,

è stato il vento

a scuotere gli arbusti

a farti dono;

 

ma sei forse anche tu

arbusto di giardini

e un po’ ti aggrada.

 

 

 

 

E mi fermo a sentire

(Rivolto all'occaso, 2006) 

 

Più non so più dire i versi

che ho taciuto

steso sul tuo corpo,

le parole non so più

dette in silenzio.

 

Ma eran perfetti,

ed assoluti,

i versi non detti

su di te, ventre bianco che sei

e molle della mia rugiada.

 

Sei la signora del mio corpo.

Lo concimi e semini e coltivi,

e da me ti aspetti il vino, il pane.

 

Tu esisti su me,

con esistenza così

vera e forte, così reale.

 

Tu modifichi la vita, il passo

la mia meta.

 

E quando entro in te

ripeto ancora

finalmente! E mi fermo

a sentire,

assaporo immobile

la sorgente e come un arido

ciottolo m’imbevo

nei tuoi umori

di pioggia e miele.

E  come fiume m’ingrosso

e cerco l’alveo e la foce.

 

Solo dopo mi chiedo cosa pensi

e se ti chiedi anche tu

della stagione breve.

 

 

 

 

 

Inutile bellezza

(Rivolto all'occaso, 1989) 

 

Nella vita l’ insensato dolore

l’ho sentito nei fiori di ciliegio

in quel loro subito morire.

 

 

 

 

 

3 - La stanza del miele

 

 

La cena  a Castagnola

(La stanza del miele, 1970)

 

Si risveglia a la novena

il vecchio campanile

e viola planano i rintocchi

su prati d’aria leggeri.

 

È l’ora.

 

Di pipistrelli e rondini

si stende una tovaglia;

e sulle povere cene

spande la sera benedetta

una preghiera azzurra;

il pane ascetico

(nient’altro, e un po’ di latte)

profuma di bontà le nostre mani;

celebra i vespri

sul comignolo

la tortora vestale.

 

Zittiscono i tocchi radi.

 

La prima stella illumina

il cammino: e marciano mute

le ronde del silenzio.

 

Stringe la nonna dio

fra le sue mani adunche,

annodato al collo

un fazzoletto di pietà.

 

Col suo tocco di campana,

anche se stanco è il rito, a lei

torna ogni sera

com’uno sposo il suono.

Ma già dorme il suo volto

di miele e

il quadrante della notte

sorride

e disegna le ore del suo sonno.

 

 

 

 

A Robert Frost

(La stanza del miele, 1970)

 

Porto le mucche a bere

Han pascolato tutto il giorno e son tornate

Riportando mesti i campanacci a sera

 

Han trovato solo

Fronde

Cardi

Esauste le foglie d’erba

 

Ora hanno sete

 

Ed io

Che tra le logore carte

Nulla ha dissetato.

 

 

 

 

La bellezza  fuggì dalla mia vita

(La stanza del miele, 1973)

 

A dieci anni la bellezza fuggì dalla mia vita.

Rifiutata da me, fuggì dalla mia vita.

Rinnegato l’urlo delle forre,

i lombi dei tori nei recinti,

la mansuetudine degli uomini,

distribuita a ceste sul sagrato, il lento

passo carico di polvere.

 

Non sono belli, pensavo.

 

E camminai lungo i muri romanici,

scarpe lucenti su strade lastricate.

 

Voluti dai potenti,

strade e muri furono elevati,

posati in conci precisi,

dalle mani pazienti di uomini girasole.

 

Presuntuoso,

compiuta l’opera, si posò

su levigate pietre un piede senza fango.

Di morbida seta, le babbucce.

E senza calce, pulita,

la mano che aprì la porta del Tempio.

 

Il sudore dell’opra ormai lontano

s’era giocato la sua ricompensa.

Era tornato alla sua dimora

Di frasche, di strame.

Torso marmoreo rivestito di stracci.

 

I nuovi padroni della terra

scordarono la sua opera.

Lunghi filari di calce gli tolsero

la vista del mondo che fu suo.

 

Non più sorridenti primavere,

estati ebbre, misurati autunni,

inverni di cristallo puro.

 

Ma una sera, nel sole del tramonto,

fu visto un papavero arder  vivo

e nessuno ne poté evitare il canto.

 

 

 

 

La rivolta della montagna

(La stanza del miele, 1973)

 

Era mezzogiorno quando

la misura fu colma

e scoppiarono le conchiglie.

 

Gocce di sole caddero dalla ferita

e colorarono il vento;

 

che rosso volò su l’altipiano dove

uccelli da preda tesero

l’arco del furore e

versarono nei fiumi

di fierezza le sorgenti immani.

 

Da quel giorno

furono visti scendere

interminabili uomini di silenzio

e prendere dimora

su tutti i sentieri della terra

 

 

  

 

La strada

(La stanza del miele, 1979)

 

Verso sera,

i montanari videro,

lontane,

comparire le ruspe.

Un punto all'orizzonte,

ancora senza rumore.

 

I ginepri odoravano

e stormivano lievi

le querce fanciulle.

 

Ma quando dura squarciò la prima carie

la giogaia ormai nera di tramonto,

mio padre ammutolì.

 

Solo allora le pernici volarono via,

i cani si accucciarono ai suoi piedi

e niente fu più come prima.

 

Mi strinsi bambino alle sue gambe

e lui guardò l'orizzonte anche per me, che non sapevo.

 

Qualcuno tornò dai campi

col suo carico d'erba,

graffiando la sera col tridente.

Scoteva la testa:

traverseranno il mio prato

disse

e non guardò nessuno passando.

Il suo sudore acre, rappreso al legno della cesta,

fu l'ultimo odore buono che sentii

prima che i camion scaricassero,

percotendo pesanti la mulattiera,

le loro rancide ferramenta ostili.

 

Le vecchie del villaggio

non uscirono di casa.

Sapevano che la loro pena non sarebbe mutata,

che la strada non le avrebbe portate in alcun luogo,

che l'oleandro sotto casa sarebbe morto di sete.

 

Morirono le vecchie

e morì l'oleandro.

 

Ieri

è morto anche mio padre.

 

La strada,

che la sua mano incerta

aveva tracciato sul catasto dei nostri campi più belli,

ha portato la sua bara

in un lontano loculo grigio

uguale a mille altri.

 

Da domani,

negli anni a venire,

un sole inutile

dalla scura carie dei monti

s'affaccerà ogni giorno sui vetri polverosi della sua casa,

traversando le persiane brecciate

ed abbattendosi sulle umide muffe indifferenti

delle mappe catastali.

 

 

 

 

Viottolo

(La stanza del miele, 1988)

 

Un viottolo.

Io ti cammino a fianco.

Pochi sassi silenziosi,

qualche ginestra,

un fiore viola.

 

Io ti cammino a fianco.

 

Per me

non hai parole.

Solo

colori fuggevoli, indistinti.

Solo carezze,

di profumi aspre,

e non raggiungono il mio viso.

Al tuo respiro avido tendo

e già la sera l’ha portato via.

 

Nient’altro.

Noi due,

in un viottolo che porta chissà dove.

 

 

 

 

Pulviscolo

(La stanza del miele, 1990)

 

Nella tua stanza ombrata, Padre,

scossi la luce che dimenticata

giaceva sul nostro libro di fiabe;

 

turbinando fuggì la polvere

sui dardi che il giorno obliqui

tracciava dalla persiana socchiusa.

 

Nei loro angoli le mute cose

un attimo appena

lo sguardo alzarono rinate.

 

 

 

 

Riapro gli occhi...

 

... e rinverdisco

d’alberi                          

                                                      

 

 

 

L’ultima sera

(La stanza del miele, 2005)

 

Camminavi serena.

 

Il sole scherzava coi rami del vespro

ad ogni arbusto

come se non si stancasse mai.

Ai lati gli orti, le siepi.

E tu.

La tua ultima volta.

 

Ti amavo di profilo.

Il seno i fianchi il bel colore.

Desiderarti ancora.

Quest’ultimo crepuscolo.

 

Domani il convento ti attendeva

Per darti o toglierti la vita.

Mio dio

Che gran mistero.

Al tutto rinunciavi? o lo facevi tuo?

 

E passammo davanti alla cappella.

Ormai eri a casa.

 

Ancora lungo era il mio viaggio.

 

 

 

  

Montagne

(La stanza del miele, 1979)

 

Prima di me

era il torrente

              per secoli

 

e la montagna

per millenni smisurati.

 

Prima di me la pioggia

senza nome

l’urlo senza nome delle forre

 

mai riposò prima di me

il galoppo del crinale

 

al tuono s’addiceva una voce piena

che il passo terribile cantava

e il rimbombo tremendo

gemellato al fiume.

 

Ora questo silenzio di morte.

E l’orma straniera sul sentiero.

 

 

 

  

Preghiera per il Padre

(La stanza del miele, 2005)

 

Ti prego,

rimani tu

mio canto

nei sentieri amati.

 

Fermo rimani

ai venti che spazzano

il Tombone.

 

All’anima sua

rimani accanto;

con lui cammina

nella faggeta alta,

a lui porgi

quel ch’io non ho dato.

 

Dì che ti mando per

dargli di me la più gran parte

che ne la sua vita breve ho trattenuto.

 

Resta con lui.

Col tuo racconto.

 

Digli il mio amore.

Per la sua casa.

Per gli abiti suoi.

Il suo lavoro.

 

Confortalo tu

ché io non so.

 

Altro sarà il mio destino:

di silenzio, di aria, di nuvole

di niente.

 

Ma tu menti

e dì che ti mando

a lui per non morire.

 

 

 

 

Quarta C

(La stanza del miele, 2007)

 

Nella città scorderò

la sagra triste

curva nel volo dei primi migratori

e quella luce assorta

di partenza muta.

 

È ora di quaderni

nuovi, la penna buona

per cominciarli bene.

Profumo di carta

pulita, e luci la sera

il cinema

il tram.

Non più il mosto o la stalla

disdegnata

di cui con gli amici tacerò,

non più il suono muggente

della forra dopo il temporale

quel sapore elettrico dell’aria.

 

Forse lassù staranno seminando,

già persa la scia dell’ultimo migrante.

 

 

 

 

Autunno

(La stanza del miele, 2010)

 

Riparte la rondine;

e chi domani falcerà il suo cielo?

 

Nere come ancore

le sue ali di pioggia di vento d’addii.

 

Sbattono i panni stesi;

fremono, sbattono.

 

Poi tacciono a tratti.

a nasconder dolore e pietà.

 

 

 

 

Addio

(La stanza del miele, 2010)

 

È qui che finisce il mio sentiero

(e del tuo io non ti so dire)

a pochi passi dalla porta chiusa.

 

Anche il pendolo più non batte l’ora

a dirmi che oramai tutto è cessato.

 

Tutto s’arresta innanzi a questo muro

(da un groviglio di spine il varco è invaso)

e all’altro, nella lontana piana maritale.

 

A entrambi una marcia putredine di foglie

dà  frescura di tomba, e musco,

e pace

domani

forse.

 

Niente di vivo

ormai più a te risuona

ed è raro che nel pieno mezzogiorno

(se ancora esiste il cielo)

trascorra il cirro che sovrasta il monte.

 

Quest’ora, e tutto, è immobile silenzio

svanita ogni memoria ed ogni volo.

Quest’ora, e tutto, è inalterato muro .

Altro non v’è.

 

Il nostro andare finisce proprio qui

con questi sterpi ove la via si rompe

ove l’usata fontana si sdirupa

ove si sgreta il forno

che ieri ancora il fico sorreggeva.

 

Lo sguardo spento oltre di te non va.

 

E non vedo la stanza del miele

e la sua sorte.

 

 

 

 

Ancora li odo

(La stanza del miele, 2010)

 

Ancora li odo,

e che balsamo al cuore,

provenire da lunge

dalla serena ne l’ora ancor presta

stalla lontana

delle vacche ancor stese

ne la paglia serale

né ansiosi i campanacci

né dolci che annunciano

la prima sete del giorno

o il primo muggito

un po’ sordo

o soltanto affamato.

 

 

 

 

Il sentiero degli armenti

(La stanza del miele, 2010)

 

In quelle quiete piste

che più non vedo

ogni sasso

ogni traccia di armenti

mi fingo nel pensiero

che porta all'antica fontana

rovinata e secca al canale

sui cui scivola il vitello con muggito errabondo

e sarà forse abbattuto
 

A questa immagine ultima mi scuoto;

non è vero, sei nella stalla al tuo riparo dolce.

È stato solo un sogno. E se n’è andato

 

 

 

 

La Castagnola celeste

(La stanza del miele, 2010)

 

Vai, custode memoria,

gelosa di rovine,

 

vai alla poderosa

casa del Padre

 

e nel sereno a Lui

volo delle rondini

chiedi ove riposi adesso

la Castagnola azzurra;

 

chiedi ove prendano

il pascolo gli armenti.

 

Chiedi. Lui ti porterà

alle rovine celesti,

 

Lui ti disseterà

alla sorgente lieve.

 

Chiedi, e nei sentieri umbrati

si poserà il tuo piede, ancora,

sulle Sue pietre eterne.

 

 

 

 

Resta

(La stanza del miele, 2010)

 

Ancora industri v’alzate

Guardiani del monte

Ad azzurrare il giorno.

 

Ancor m’accogliete, ginepri

Odorosi

Di francescana pace.

 

Ancora una volta

Alzate la vostra preghiera.

 

Ancora una volta invitate

Quest’anima stanca

A restare.

 

Non tornare al tuo piano,

Le dite,

All’arsura, alle torride lastre.

 

 

 

 

Pizzo d'oca

(La stanza del miele, 2010)

 

Acuto il monte imperatore

penetra il suo cielo.

 

E su lui alterne cantano

le nubi

i madrigali azzurri

delle alterne stagioni.

 

A un intero filare di padri

fu baluardo.

E ognuno l’udì tuonare

nel pieno mezzogiorno

 

Fuggivano arrossendo

allora le ragazze in festa

come colombe al falco

colla nuda spada.

 

Durerà più del mondo

dissero gli anziani

riuniti a consiglio

 

Ad uno ad uno

la neve li coprì

di petali leggeri

 

Avevan cuori

amari come cardi

 

Il camposanto ne fece

cespugli e rosse bacche.

 

Oggi un passero li guarda

reclinato il collo incerto

nella grigia nube.

 

 

 

 

Sarò dimenticato

(da La stanza del miele, 2010)

 

Sarò dimenticato

per essere tornato a casa così presto

ed aver amato lì cose da nulla

un fiore secco

l’umile lattuga

e questa casa

con gli occhi chiusi

da persiane stinte

         (la luce ha un profumo

         troppo forte)

 

Ricordo.

Cedette infine la porta

dopo inutili colpi ripetuti

e mi spalancò il suo buio

i suoi cari fantasmi

che raccolgono notti

di fosforo e gelsomini

fiori di sonno

dimenticati dal sorriso

  

 

 

 

Un emigrante ritorna

(La stanza del miele, 2006) 

 

Invano.

Alcun nome di ragazza alla sbiadita

memoria

più non soccorre

né alcun sentiero, i suoi sassi

i cespugli suoi

coi loro nomi amati.

 

Insieme, tutti l’aspettano.

Perdonano l’abiura

insensibile crudele.

Di far senza di loro

sentiva allora

arrogante

il giovinetto.

 

Ora i profumi

odorano d’assenza.

Eppure ancora

al vento offre i suoi frutti

il ginepro odoroso.

 

Qualche vecchio soltanto

che mai da lì s’era distolto

tiene da un capo il filo dei ricordi.

Ma non ha l’emigrante

un’altra mano che l’afferri

né canto che lo dica.

 

Senza ricordi ora egli è muto,

muto.

Eppure ingombra è la soffitta dell’anima

di cose dolorose.

Ma inutilmente si ferisce il vento

tra le finestre rotte.

 

Il sentiero  lo guarda,

quasi con perdono.

Ma alla sua vista non compare più;

non più percorso

ha perso ogni sembiante.

 

Solo talora

con occhi verdi

con mani pungigliose
inatteso l’incontra e

in dono gli offre qualche bacca o un fiore

 

 

 

 

Certe notti
(La stanza del miele, 2005) 

 

Certe notti guardo la luna
dalle ferite  del tetto.

 

È da qui che l’amore

del cielo m’ha colpito.

 

 

 

 

Certi giorni

(La stanza del miele, 2005)

 

Certi giorni

si spalancano porte furiose

che la parola attraversa

devastando.

 

 

 

 

Dunque sei tu

(La stanza del miele, 2009) 

 

Immobile sembra il tuo crinale azzurro

ma non resiste al mio sguardo tenace

e verso me muove all’incontro.

 

Dunque sei tu.

Dunque tu torni.

T’ha forse reso triste la città?

A stento ti ho riconosciuto

ché di bufera e neve ce n’è stata tanta

da che il babbo è partito

da che tu sei partito.

Ma altra neve, altro gelo hai patito laggiù

e il nostro quasi non conosci.

Ma ora tacerò

Tanto hai da dirmi a coprire

cinquant’anni di silenzio.

 

Non ho tempo non ho tempo

- furono le prime mie parole –

e tanto da vedere.

Mi pare che solo ora

si aprano le cose. E morbide

le vedo

pur nella misura dell’addio -

ingrata visione - che a me rammenta

cosa sia lasciar cose preziose.

Dunque ti affretta: come stanno gli amici?

Mi ricordano vivi

da qualche parte nel mondo

o stan nel camposanto a Ca di Rolla?

Ancor non son passato al cimitero

dove le icone -

muto rimprovero - guardano severe

il mio tardare.

 

E anche la casa del padre

ancora non ho visto

che di mille cose odorosa io ricordo

e del riso sonante

d’innumerevoli estati

 

Breve stagione.

Ci fu poi la vita là fuori
nella bufera

e come una lanterna mi spense

senza il vetro.

 

Ma ancora lasciami udire

il ricordo dei lenti campani

giù alla stalla ritornare

dai monti tramontati con
ombra di gigante

come mille sere sempre uguali

quando la fioca lampa allora s’accendeva

lieta nelle case

e ora solo m’addestra alla fatale quiete.

 

 

 

 

035 - Nitore fresco

 

nitore fresco di stalla

avide nari che fremono

aspra giovinezza

 

più non la sapevo

l’ho ritrovata a ceste

in cimiteri scordati

 

 

 

 

 

 

4 - Vetera

 

La misura

(Vetera, 2007)

 

Nell’esistere la felicità è contata.

due squilli di tromba, poco più.

 

Dunque è già colma la povera misura?

 

 

 

La pendola del padre

(Vetera 2010)

 

Giace in un canto abbandonata

La rotta misura del mio tempo.

 

Chiedo al ricordo se quell’ora è mia

Se ancora serbi i giorni miei perduti.

 

No, mi risponde.

 

Più non conta la pendola i respiri

Come sepolta da smarrite cose.

 

 

 

 

La carpa

(Vetera 2010)

 

Un guizzo appena.

e subito lo specchio si compone.

 

Già è scordata

la tua vita, la mia,

nell’esitare dell’acqua

e scomparire.

 

Nessuna traccia di noi.

Silenzio

 

C’è neve anche sulle tombe

Il tempo fermo laggiù.

 

 

 

 

Presi la via del bosco...

(Vetera 2010)

 

... ma lo feci a caso

io che mai distinsi

se agivo da libero o da schiavo

 

 

 

 

Ambiguità

(Vetera, 2011)

 
Apro il dizionario

e cerco la parola AMBIGUITÀ.

 
Vi si dice ch’è l’essere discorde,

ch'è il miraggio che conduce innanzi.

Che ha tante facce. E non finisce mai.

Ricca pregnanza che non partorisce.

 
La conosco.

È la scala che porta nella nebbia

dove l’informe poesia s’asconde

dove sta il verso che non scriverò.

 

 

 

 

Laevia gravia

(Vetera, 2010)

 

Quando solo un fluire di ciottoli sarò

e indifferenti saranno le faccende brevi

 

avrò perduto te unico tempo

lieve compagno dei miei giorni gravi

 

 

 

 

A Virgilio  (dalle Bucoliche, liberamente)

(da Vetera 2010)

 

Nell’ombra accogliente

Con l’esile flauto disteso

Tu Titiro all’aria disciogli

Serene silvestri armonie

 

Noi, le terre lasciamo,

Ahimè.

Noi, le dolci compagne.

Noi, lasciamo la patria.

 

Tu Titiro intento

E sereno nell’ombra

Le selve ammaestri a cantare

Amarillide bella.

 

 

 

 

L'asfodelo si vela e diafano...

(da Vetera 2010)

 

… si stinge quando mi dici

che un mio verso è bello

 

ed arretra il pendolo d’un'ora

 

 

 

 

A Montale, a Campana

(esercizio di stile, 1999)

 

Il Vento che nasce

che muore

nell’ora che lenta

s’annera

risveglia te pure

stasera

scordato strumento,

mio cuore

 

 

 

 

 Inesauribile nulla (a Ungaretti)

(da Vetera, 2010)

 

Tra un grido che preme e un verso che sboccia

Insonne la luna

 

L'inutile attesa

 

 

 

 

La quercia abbattuta

(da Vetera, 2010)

 

Anche tu invano,

come fossi creatura,

Natura correrai.

A questo ti condanno.

 

Cercai il tuo amore:

preferisti la pietra.

E io pietra diventai.

Colse ogni sera la fatica inutile del giorno

 

A te ogni colpa Natura,

tuo solo l’inganno

che mi dannò

al grido che non odi.

 

Ma allentasti un giorno la tua guardia

e ti sottrassi allora

ogni vittoria,

ogni riposo per sempre

 

Cade la quercia

E più non è quercia

Più non è terra

 

Invano

annaspi ad afferrare

il tronco e i grandi rami,

Fisi caduta.

 

La verità, lampada vitae,

è già trasmessa

 

Ciò che tu cerchi non è più con me

già un altro a te ignoto lo tiene

saldo e ti sfugge

a nuova corsa sei chiamata

a nuova caccia

 

Ancora una volta inutilmente.

È stato questo Natura

il talento mio: condannarti

ad incessante inutile fatica.

 

Altra giovane pietra è già in cammino

Effimera e perenne

 

 

 

 

Euridice  1

(da Vetera, 2009)

 

Li ricordi?

I verdi pampini in mani segrete,

gli ori nudi nell’ore insolenti?

Li ricordi?

I colori dal vento spogliati,

e la neve  che il lume addormenta?

 

Sì,

ma ora sono stagioni soltanto,

e volevano essere il nostro domani,

anche il tuo.

 

Ma non puoi

 

ché avversa e cruda

ci nega quei giorni

la tua anima vinta

che non ha più cammino

né mani che prendono.

Dolce e muta la segui

e già indietro ti volgi

e il tuo passo da me s’allontana.

Più non lo sente,

così leggero,

nemmeno la polvere lieve

che muove il tuo piede

di  aria

di sonno

di niente

 

 

 

 

Che brevi gonne indossi, Primavera!

(da Vetera, 2010)

 

Che brevi gonne indossi, Primavera!

T’insegue invano Inverno

Con l’ultima sua spada.

 

Solo Novembre

(e il tempo è già lontano)

Aveva  rapito un poco

E disfiorito

Il tuo purpureo giglio.

 

Troppo tardi il cielo

Ci sorrise

 

Lontane speranze

Ora ci detta

E non ha voce.

 

 

  

 

Ho aperto gli occhi nel cuore della notte

(da Vetera, 2010)

 

Ho aperto gli occhi del mio lento sogno

Tu eri lì e mi dormivi accanto

 

Ho aperto gli occhi nel cuore della notte

Ed eran neri i tuoi capelli d’ombra

 

Ho aperto gli occhi del mio sogno atteso

Ed ero proprio nel cuore della notte

 

Erano neri i tuoi capelli d’uva

Gli occhi nascosti da palpebra di sonno

 

Erano neri i tuoi capelli d’ombra

Il seno mosso dal palpito del mare

 

Mai vidi accanto un sonno sì profondo

La mano immota il libro abbandonato

 

Mai vidi accanto un sonno tanto solo

Ho aperto gli occhi e tu non c’eri più.

 

 

 

 

Euridice 2

(da Vetera, 2010)

 

Ancora odori del mio seme Euridice

E già torni all’infera dimora

 

Invano crepita la foresta dell’anima

nel tuo rogo di assenza

 

Invano le mie parole di papavero e miele

Muovono a lacrima le fiere

 

Altra divieni, fuggi

il varco tuo si chiude

 

 

 

 

 A caso cade una parola inerte

(da Vetera, 2010)

 

A  caso cade

una parola inerte

nello stagno

della mente muto

e come un grave affonda 

lenta e opaca.

 

Ma quando le ricche incontra

alghe d’emozione

sogni che salgon

come bolle vive

ori sepolti

sotto il fango antico,

 

allor sul fondo

perduto di silenzio,

dove l’onda è immota

e sempre eguale

e i sassi levigati dai ricordi,

la parola rimbalza

ora mutata,

e risale,

affiora

 

ed eccola infine

a giorno:

piccolo suono,

puro, segreto,

piccolo verso

nella cheta attesa

di diventar poesia.

 

 

 

 

 Avaro reclina il sole.

(da Vetera, 2010)

 

Avaro reclina il sole

E dal suo giorno si distacca il cielo

 

Avaro alla piana

dirama solitudine

come da gran distanza

lo spegnersi di voci.

 

 

 

 

Sfiorisce la rosa

(da Vetera, 2010)

 

Sfiorisce la rosa

Che non s’offre a memoria

 

Avara di sé, a sé crudele

Solo cencio sarà in un canto scuro

 

Accartocciata foglia senza gemme

Indissodata zolla senza seme

 

 

 

 

Leggo le tue parole...

(da Vetera, 2010)

 

... generose ancor più

se tratte dalla nebbia,

se all'aridità dei giorni strappate

in cui la prova a noi si fa più dura.

 

E un sol verso basta,

un pensiero franto che non giunga al fine.

Com’ io, del resto, che  non ho più vena.

 

Sì, tieni la mia mano

la notte di Natale,

come vuoi tu.

 

E meglio entrambe,

nell'incanto del gelo.

 

 

 

 

Silenzio siderale

(da Vetera, 2011)

 

il cielo è una gola aperta

senza un grido, stanotte

 

accoglie l’ellissi dei pensieri

col suo silenzio stellare

 

gli astri sembran fermi

fermi per sempre

e vi si posson appendere sospiri

 

 

 

 

Lalagen amabo

(da Vetera, 2011)

 

Lalagen amabo

Dulce loquentem

 

Allora morbida sii tu

Con l’uomo del sogno

 

Già lo portano a te

Le stelle del mattino

 

Già te lo mostra

il diafano dell’alba

 

Vedi? Già cerca

la tua mano nel silenzio

perso il suo sguardo

nell’alto tuo destino

 

 

 

 

Armonia delle sfere

(da Vetera, 2011)

 

Segui le peste

che altri non vede,

varca il varco

che altri non osa.

 

Tocca anche tu

l’armonia delle sfere

e l’armillare

loro cerchio incanta

 

 

 

 

Rileggendo Eschilo

(da Vetera, 2011)

 

(Nella notte di Atene più fonda, una sentinella giace insonne sul tetto della reggia. Per ordine di Clitennestra deve scrutare il mare senza prendere sonno. In attesa di un segno.)

 

SENTINELLA

Liberatemi da questo tormento,

da quest’attesa già lunga di anni

 

ah, lasciare infine il tetto di Atreo,

ed esser colto dal sonno più fondo;

 

da gran tempo io veglio in angoscia,

timoroso che Morfeo mi rapisca

 

e so il viaggio degli astri notturni

e i signori del cielo distinguo:

 

quali portano il gelido inverno

quali dolce l’estate ai mortali

 

quali recano il segno dell’alba

quali aprono il regno del buio

  

Anche adesso io veglio. E son qui;

della vittoria la fiaccola attendo.

 

Ah, che un fuoco si levi sul mare

e di Ilio mi annunci la fine!

 

“Così vuole il cuore impaziente

di una donna dai maschi pensieri”

 

 Ma invano senza sogni giaccio

in un giaciglio di molle rugiada

 

e la paura del sonno mi è compagna

che un’assidua nenia cerca di cacciare

 

e l’idea di sventura non mi lascia

che giusta già su questa casa incombe.

 

Ma cessi infine questo mio tormento

e sull’onde achee questo segno appaia!

 

(Pausa. Una luce lontana improvvisa sul mare s’accende)

 

 

 

 

Ninfea

(da Vetera, 2010)

 

Profondità rappresa a pelo d'acqua

Verdepiatto mistero

Eco di radici scure

Acquatiche segrete

 

(sussurro)

 

Parola legata al suo rizoma

E tenue è il filo

 

 

 

 

Gelosia

(da Vetera, 2007)

 

soffro quando cammini

perché ti tocca il sole

 

soffro quando respiri

perché impudica

tu ti apri al vento

 

soffro quando ti avvolge

l’acquazzone estivo

e ti fa le vesti trasparenti

 

e tu civetta

tu non ti nascondi

 

vetrine, lampioni, passanti

ogni cosa t’insegue,

ti raggiunge, ti sfiora,

ti ruba

e io

      io sono lontano.

 

quando non sei con me

ogni istante è un sospiro

 

 

A Eliot, a Ungaretti.

(da Vetera, 2010)

 

Come la cosa che uso a somiglianza,

Cosi cara al tuo sguardo,

Così facile affine,

A te familiare qual domestico viso

 

Simile a quella

È il nascosto mio cuore.

Simile a quella è l’affetto

Che ignori.

 

Dirti un oggetto. Solo questo posso.

Unico modo per mostrarmi a te.

 

 

 

 

Laboratorio  su  “Stanze” di E. Montale

(da Vetera, 2009)

 

la linfa

che ancora un po’ scorre

(sai ch’è vita e condanna ad un tempo)

batte fioca

nei polsi

esitanti

muove

a stento

le tempie

nevate dagli anni

 

ma inattesa

improvvisa

la breve armonia

viene scossa

da nera tempesta

che non sai come nasca

 

allora tutto

improvviso

si strappa

è rotto

un nodo

di rete vitale

 

cadi

allora

ed è breve il tuo grido

 

 

più  lontano

più lento

più mesto

 

di ricordi

di fiori

più assorto

 

è il dolore

 

che la pietra muta

tocca

        con mano esitante

 

 

Correntia

(da Vetera 2010)

  

Il verso ha da scorrere,

cantare,

supplire alla cetra ch’è deposta.

 

 

 

 

Da te  ...

(da Vetera, 2010)

 

I.

 

Per troppo amore da te devo fuggire

ché il dolore le imposte già percuote

ostinato insonne.

 

Dunque erano celia le tue promesse

era scherzo il tuo fantasticare

nelle ore d’oblio.

 

Restan mistero a me i pensieri del tuo cuore,

Mistero il tormento che non dici, e ridi,

e chiudi negli occhi

 

Del tuo troppo silenzio io posso morire.

Sappi. Morire del tuo muro opaco che non so

se riso esso sia o pianto

 

e mai parola: mai non sei seria,

quieta, decisa nel passo,

fiduciosa.

 

Del tuo fuoco vivo, del tuo pensiero muto,

dell’ostinato rifiuto

io potrei morire.

 

Solo amarti un po’ meno è quel che posso.

Dal troppo amore io posso fuggire.

 

Ma non da te.

 

Sol che l’occaso si affretti.

Questo io chiedo.

 

Ma tanto lontana è la salvezza.

Troppo.

Ho miglia da correre prima di dormire

E non sempre mi dico: passerà.

 

Non passerà. Non v’è salvezza nemmeno nel perire.

Nemmeno la sa il mio passo spento

che vanisce lontano.

 

Resterò dunque

nell’inutile restare,

nell’inutile diario

di piccole parole

che nemmeno il vento vuole più.

 

 

II.

 

E tu che farai?

Non so misurare in te il dolore,

né se vi sia

e quanto tu da lui ne voglia uscire;

in te non distinguo la verità e la celia.

Vedo il tuo pianto. Per chi? per cosa?

Soccorrimi, che nella nebbia più fitta

io non  m’aggiri,

ché tanto già dolore

in vita mia m'avanza.

 

 

III.

 

Giace deserta su la morta riva

una barca abbandonata.

Ma ai lenti flussi

spazia già il mattino

fumido e tranquillo.

E sorge il sole e tutto

di mille luci suona;

anche il tuo cuore.

 

Non ricchezza ma paura

è la piccola vanità che ti conforta.

E presto talora l’abbandoni

per una via più forte.

Brevi momenti, quando

basta il tuo sguardo ad incendiare un cuore.

Brevi momenti.

 

 IV.

 

Oscilla il mio verso da la certezza

al dubbio e a ritornar s’appresta

e non si ferma mai.

 

 

 

 

Dopo di me trent’anni

(da Vetera, 2008) 

 

Dopo di me trent’anni e più

forse la vita ancora ti riserva.

Quali colori avranno

chiedo

nei tuoi tramonti segreti

i  ricordi di me, del nostro amore?

 

È solo per te che ho pena

e mi sorprende.

 

 

 

 

Bimba pensosa

(da Vetera, 2009) 

 

Dimmi come correvi

tu ne l’argine

fiorito o pei sentieri

che fra l’alte erbe al fruscio

della serpe sortiscono sorpresa.

Anche tu bambina

ma già coi tuoi pensieri

lievi dubbiosi se la tristezza

fosse solo tua, correvi

dimentica per campi

troppo brevi e subito il tempo

iniziava che lento disegnò negli occhi

tuoi l’ombra tenace.

 

E ora che attendi pensosa

da quest’amore che troppe

cose dissuadono? Cosa

scruti oltre il balcone

dei pensieri

e de l'orizzonte di là dei brevi giorni? Se sarà

presto il distacco o ti concede

la sorte un po’ di questo

dono ancora?

 

Lo so che pensi: che sta finendo

la mia vita e che sarà dei tuoi

giorni lontani e che ti resterà,

al di là di uno sparuto verso

che frugando in soffitta

nelle sere d’autunno

più non troverai.

 

 

 

 

Non vale il mio canto a destarla

(Vetera 2010)

  

Tu vanisci, mia bella,

allo sguardo dell’ora

ed è orba la povera stanza

 

chi l’amore ha gridato

non c’è

e non vale il mio canto a destarla

 

Sei due donne

di dolore,

l’una fuoco,

l’altra assenza

 

 

 

 

041 – V’era un tempo una città.

(da Vetera, 2011)

 

Ur il suo nome.

 

Di sole e d'oro

eran le mura

e grandi,

 

di fiumi pingui

i floridi granai,

 

corona al tempio

le  possenti case.

 

Sonavano i sacri luoghi

di sacrifici al dio

e di cento buoi il sangue 

nelle feste vittoriose.

 

Ma si confusero le lingue

e apparvero i nemici sulle mura.

 

La città splendeva come una montagna.

Ma apparvero i nemici sulle mura. 

 

Ancora, è vero, s’ergeva il tempio al cielo,

ma già gli Dei l'avevano lasciato.

 

Un nero vortice portò la sua rovina

e il fulgore al Dio gli fu divelto e divelte le cinta

fino al cielo.

 

Saggi e vegliardi sopraffatti

furono dal fuoco. L’asce ruppero ogni legno,

ogni riparo al ferro,

ogni respiro.

Le madri arsero coi figli,

 

arsero gli eroi trafitti dalle lance orrende

arsero le grida di mogli lacerate

nelle vie fuggenti

arsero i corpi gettati dalle mura

arsero i muggiti nei recinti

 

e non pietra su pietra restò

della città divina.

 

 

 

 

043 – Euridice 3

(da Vetera, 2011)

 

Il dio confonde l’orgoglioso e il giusto.

Se s’aman le genti

le separa il dio.

Se parlano un sol idioma

le disperde.

 

Franan le mura

e a mezzo

restano le torri.

E in tempo breve crolleranno

scardinati da assidue radici

i conci liberati.

 

Si vorranno mute le lingue e muti i canti.

Moriranno le Muse,

appenderà il cantore la lira melopea.

Persino l’Ade

            scardineranno

            i pianti.

E piangerà il Poeta una pietosa storia.

 

E i tre che vengon per l’arido sentiero?

 

La Diafana cammina trasognata.

Lui la precede,

solo il dio la segue.

 

Tacciono le belve

sospeso intanto

e rattenuto il fiato.

 

Lui le cammina

lo sguardo fisso

innanzi.

 

Lo starà seguendo?

Lei

così leggera?

Lei così persa?

 

Il dubbio l’attanaglia... 

 

Improvviso il dio la ferma: si è voltato, le dice.

Lei non comprende e a bassa voce: chi?

 

E a passo lento

come trasognata

si volge indietro donde era venuta.

 

 

 

 

044 - Cartagine

(da Vetera, 2011)

 

Fu Cartagine antica città.

L’ebbero il mare

e l’aria e i profumi di spezie.

Antica città

che il deserto carezzò

di tiepido vento

di fiorenti dune.

 

Ma terribile in battaglia,

a lei destino atroce

serbarono le Parche 

 

Inutile disperderne i nemici per mare,

inutile il favore del dio,

se così vogliono le Moire e i Fati.

 

Delenda, infatti si grida. Delenda.

Nessuna pietà. Che pietra non resti

su pietra

delle inespugnate mura

tra il mare protese

e le ripide alture.

 

E già vedo l’assedio stremarla,

e le violate cinte,

ed arse

l'ospitali case.

 

Vedo l’aratro passare e nei solchi

già spargere il sale.

 

Vedo piangere il Console romano

e l’inseminato suolo

consegnare alle Muse

 

Sol se il Poeta la tremante

mano v'affonda

nessuna terra

ha mai vissuto invano.

 

 

 

 

046 - A Calicella, alla sua ultima luce

(da Vetera, 2011)

 

attimo, fermati!

 

rari rumori

foglie di luce

verdegiallonatanti

 

tremola fresca

sulla vetrata

ondeggia

la gloria dell’ora

 

il tenero oleandro

l’ebbro gelsomino

 

non sosta mai

il trionfo meridiano

 

 

 

 

045 – A Omero, liberamente

Iliade, libro II, il sogno ingannatore.

(da Vetera, 2011)

 

Ma ora vai

ingannevole sogno,

fascinosa malia,

 

vai

come tremula

nebbia

e le navi dei danai ravvolgi

su cui vigila il sonno più fondo.

 

Va

alla ricca tenda

di Agamennone re,

e a lui comanda il mio intento:

comanda d’armare gli achei,

e alle torri più sacre di Troia

comanda l’attacco finale.

 

Va da lui. E nel sonno

suggerisci

le più dolci speranze,

suggerisci i fantasmi soavi.

 

Fa che veda nel sonno profondo

già le mura più sacre espugnate,

le gran torri

fumanti di fuoco spietato.

 

Inganna. All’atride racconta

che gli dei più non hanno discordia,

che sui teucri incombe sventura.

Tutti Era ha piegato gli dei

e gli achei han vittoria sicura.

 

 

 

 

Troia

(da Vetera, 2011)

 

Da lontano

parvero ai naviganti

le mura d’Ilio sorgere sul mare.

La rocca grande.

 

Sacra crescerà, disse l’Olimpo amico. 

Superba crescerà, disse l’Olimpo avverso.

 

Inutili sacrifici agli dei faranno i figli.

Giustizia vana onorerà le mura.

Onore giusto avranno invano i padri.

 

Mai gli dei soddisfa l’uomo pieno di virtù.

E col dolore ripaga il dio ogni sapere inviso.

Invisi il vizio, del pari la virtù.

Punirli è il suo solo disegno.

 

Gli imperi nascono. Muoiono gli imperi.

Il dio confonde l’orgoglioso e il giusto

la folgore s'abbatte

quando il sole è al sommo.

 

Attende solo quel momento il dio.

Quando il cuore è al culmine

la folgore si abbatte.

Ogni salita rapida affretta la discesa.

 

Così volevan gli dei. Così piangeva Cassandra.

 

Vedo alto un cavallo come un monte eretto

Vedo navi nascondersi

e Tenedo ospitarle

nel suo tenero golfo.

 

Si pensan fuggite, stanche di battaglie.

Sol un uomo,

no, grida

teme l'insidia e

non vi fidate

o miseri! o pazzi! voi che ai doni credete

grida

e giù dalle mura coi figli corre

scomposti l’abito e le membra.

 

S'erge ancora Ilio potente sull'alta rocca e onora nell'anima gli dei

signori dei giorni e delle notti.

Vorrebbe il fato che cinto di solide mura non potesse ricevere l'inganno dell'astuzia sagace. Ma dal mare

due mostri usciti

lui e i teneri ragazzi afferrano e assieme legano i miseri corpi. Invano il padre disperato svelle i nodi serrati e le forti fauci impedisce.

 

Forte fu il segno del mare.

E felici distrussero la cinta

gli stessi difensori

che il dono infame accolsero.

Sic volvere Parcas.

 

Noi sole siamo la morte. Solo noi la distruzione e il fuoco.

Gli uomini che vedi innanzi a te già sono morti,

condannati così dal voler nostro. Tu non sarai

che il servo del destino.

 

Parlar così è dato solo a un Dio.

 

Vedo la notte scendere, ritornar le navi,

il dono aprirsi dentro la città e liberar gli arditi. 

 

Vedo i guerrieri cercare la morte

mille e più volte

più della vita amata,

 

Vedo le spose dei troiani vinti

schiave lontane in duri letti argivi.

 

Vedo che sempre ogni veggenza è vana.

Torpe la fresca veglia degli udenti il dio

e irriso rende il canto del profeta.

 

 

 

 

Commiato

(da Vetera, 2011)

 

partir domani

ritornare limo

senza più

peccati sconosciuti

 

 

 

 

042 - Impermanenze

(da Vetera, 2011)

 

raggiungimi

armonia

 

questo chiedevo

alle mie albe insonni

 

e non essere parola

senza il mio volto vivo

 

ma ho visto gusci

aprirsi

di segrete cose

e le segrete cose in quelli

nel bagliore di un attimo

soltanto

 

e il mistero di me

per la visione breve

per la lingua muta

alla speranza

sparve

e alla memoria

 

 

 

 

047 - e noi ancora ci apriremo al giorno

(da Vetera, 2011)

 

ci siamo aperti

ieri

a giorni inconclusi

lenzuola d’alba

senza fili ov’appenderle

deserte solitudini

senza dono di pianto

 

abbiamo detto notti

quei giorni

e ci siam creduti poeti

 

abbiamo detto parole

che nessuno sentiva

gridato grida

senza suono

 

ci hanno deriso

ma noi davvero

eravamo albatri caduti

 

taceremo allora?

il silenzio ci sarà prigione?

 

no!

ancora canteremo

 

ancora stonati,

ma in solitari deserti

ché nessuno senta.

 

che altro sappiamo fare?

 

resteremo

sul sentiero

del diuturno andare

 

se ancora la pioggia lucerà

noi la diremo grazia

                              col suo piccolo arcobaleno

di nebbia

 

se una carezza di vento

ancora

ci laverà la fronte

noi la diremo gioia

col suo freddo profumo

 

se ancora aprirà una rosa

le sue palme regali

di fredda rugiada

noi ancora

sconosciuti a tutti

ci apriremo al giorno

 

048 – Un varco s’offrì

(Vetera, 2011)

 

Fu lunga notte. Nel buio qualcosa m’avvinghiava.

 

Ma un varco s’offrì alle mie mani. I lacci allentai sulle caviglie avvolti. M’allontanai due passi; cercavo il suo volto. L’alba spuntò lattiginosa, elencando le cose, dissipando. Così lo vidi per la prima volta. Un altro era da me, e sconosciuto, oscuro.

 

Eterna fu la contesa prima d’abbracciarlo. Durò fino al crepuscolo il contrasto.

 

Fino a che vidi dello scuro il chiaro.

 

Nella luce infine della sera m’era l’altro accanto come all’alba. Ma lo vedevo bene e, forse, conoscevo.

 

 

 

 

 

049 - Trabocco di silenzio

(Vetera, 2011)

 

Sempre

in quest'ora meridiana

tu

cuore

troppo pieno

trabocchi di silenzio

 

Pur chiusi gli occhi

alla sonora luce

l'orizzonte

innumerevole non cessa.

 

Come può accadere

tanto silenzio allora?

Come può

tanta ricchezza render muti?

 

Ma così vuole il cielo.

 

Cosa mai

potresti dire

cuore

quando lei mi guarda

ed empie

l'anima d’azzurro,

quando la tocco

e la creazione intera

accorre alle mie mani,

quando mi crea

e mi fa sentir creatore,

quando i versi suoi

mi detta

e poeta m'incorona?

 

Tanto profluvio

di cielo ammutolisce.

E niente mi dona

il canto della terra.

 

 

 

 

 

050 – Dolce la mela

(Vetera, 2011)

 

Dolce la mela fra i murmuri

di vento.

Con farfalle di neve

gioca il monte come un bimbo antico

lassù.

 

Null’altro

riappare alla memoria

se non un cuore turbato.

 

Hai visto anche tu

la volpe argentata

fuggire fra i ginepri?

 

 

A volte, prima di dormire…

Vetera, 2011

 

giocavamo sull’aia

ancora del giorno piovosa

 

dove in ferme polle lacustri

 

trascorreva

una luna sonnambula

le notti

 

rosse bacche

su verdi disegni

lasciava a volte una tortora ferita

dolce tuba di agosto

 

...

 

una manciata di pipistrelli

ancora

(oggi) si sparge

è vero

nel cielo

 

 ma nulla più

 

un tempo

v’era musica di rondini

e la corsa nostra di bambini

 

 

051 – Contro il mio compito ho peccato

(Vetera, 2011)

 

troppi già ieri

i giorni senza frutti

troppa la sabbia

corsa fra le dita

 

nulla più accorre

alla deserta sera

né gemme nascon

dagli esausti rami

 

poche fluiron le parole

piccolo il dono scritto

e tutto fu concluso

 

contro il mio compito

ho peccato

 

eppur sereno

chiedo

che il demone mi assolva

e quasi spero

gli piaccia quest' ultimo silenzio

 

 

 

 

050 – Lento oggi nell’ombra

Vetera 2011

 

non chiedermi

il racconto di me

qui parola non soccorre,

lingua non dice

 

mai un verso saprà

che cosa

lento e pago

mi scorre nelle vene

 

mai

 

anche se alto nel cuore

risuona

quest’ultimo sentiero

ov’ogni altra via pare affannata

 

un dio ci dà questa pace

 

ma la selva, sola,

cantare potrà

Amarillide bella.

 

 

 


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