|
|
TEMI DI PSICODIALETTICA a cura del Centro internazionale di Psicodialettica Responsabile del Centro Prof. Luciano Rossi
|
|
|
|
Poesie: raccolta antologica |
|
Home | Presentazione | Storia del Centro | Il pensiero | Trasformazione | Letture
Pubblicazioni | Links | Articoli | Proprietà | La pagina letteraria
|
Poesie: raccolta antologica di Luciano Rossi
1 - I giorni del sole
Doni(I giorni del sole, 1970)
Vorrei entrare così nella tua stanza, in punta di piedi, vegliare il tuo respiro dormente fino a sentirlo lento placato sul fare piano del giorno.
Invece, impaziente, voglio dirti di te, delle tue luci e ti cingo d’assedio col mio libro di fiabe
E tu paziente sparsi i capelli lievi sul mio cuore del tuo mondo lontani ascolti i suoni, gli occhi persi nel verde, le mani immobili, piene di doni silenziosi.
Doni che m’entrano lentamente nell'anima. Pazienze e seduzioni di cui s’è persa memoria.
Ebbro è il vento (I giorni del sole, 1970)
Il vento che modella dune e le felci carezza, quello che ti sfiora i capelli e bacia le tue gambe sottili, mi raggiunge ancor ebbro del loro allegro vigore.
La luce che ama il tuo esile tronco ben sa che il dolore del vecchio mondo non è per i tuoi seni di agile mela e di duro sole nascente.
Solo la primavera conosce il tuo scafo leggero la scia serpentina che nella danza delle corsie nasce e sgela la matematica del pensiero e regala bellezza all’attesa.
E quando giungi la fonte esplode sino al mare ed ansima il fiume nell’estuario.
Solo allora su l’onda chetato fra le canne dorme il vento e il bimbo antico su la riva.
Ah, come profondo allora il sonno del bambino e ansiosa la lucertola nel sole; come lievi alla brezza i fior di pesco ed esile la farfalla sullo stelo; ah, come implumi i nidi nelle siepi e intente le api nella sera.
E nulla torna dalle remote rive.
Non mi conoscevi allora (I giorni del sole, 1970)
Da troppo tempo non so dei girasoli che nella conca del giocoso rio all’intorno volgean il loro capo. Eco di luce chiusa nel mio cuore che ritorna fanciullo, levità rapita alla farfalla che fidente posa al fior di pesco, ebbrezza che domani il giovane maggio sfiorirà.
Non mi conoscevi allora, ma solo vorrei che tu potessi di me sapere quel tremulo guardare che innocente volgevo al nuovo giorno.
Marzo (I giorni del sole, 1975)
Già odorano le viole che ancora ieri sapevano d’inverno.
La memoria è lontana; così ogni parola.
Abbiamo perduto un altro giorno (I giorni del sole, 1975)
Senza più luce dissolve la stanza e s’abbuia dei tuoi sorrisi spoglia. Il giorno reclina e noi con esso d’opache nebbie avvolti.
Del giorno non è rimasto neanche il giallo dei muri.
Occhi (I giorni del sole, 1984)
Fiori campestri dormono ne l'antico degli occhi di mia madre. Ruvide fascine n'han colte ed riempion oggi aie di dolore.
Vergini d'incertezza e meraviglia, neri come una eco zingara, dolci e fragili come la sua vita, quelli teneri della mia bimba.
Vittoriosi, i tuoi, di fiera che guata dal cespuglio ardente, devasta il mio giardino autunnale, scompiglia la geografia dell'orizzonte dove invano io cerco di fuggire.
Cuore di carta (I giorni del sole, 1984)
Cuore di carta, vergogna a me che t’allevai con nitida penna e rattenuto fiato.
Potessi un giorno alfine calpestarti con allegro cuore di bimbo, a pezzi ridurti o farne un aquilone.
Origini scure (I giorni del sole, 1984)
Colora il melograno la ferita antica che imporpora di buio i giorni miei.
Invano sempre luce vi ho cercata.
Ostinazione (I giorni del sole, 1975)
Nella fragile adolescenza t’ho amata di profilo e lungamente assente.
Più tardi nel rosso malinconico d’un’età disabitata il tiepido d’un sorriso ond’io potessi osare.
Fra le tue mani sui duri terrazzi hai tenuto le mie tremanti, ma la città furiosa mordeva la tua vana ostinazione di madre.
Ballata dell'amore perduto(I giorni del sole, 1987)
Tutto l'amore del mondo, con le tue grandi braccia, le tue forti radici; tutto l'amore, che nemmeno sognavo, mi avevi dato.
Così mi amai e dissi: "Come sono buono!"
I tuoi grandi occhi mi avevano guardato come mai più nessuna guarderà. La tua voce mi aveva cantato come mai più nessuna canterà.
Così mi amai e dissi: "Come sono bello!"
Non ho misurato allora la tua statura di grande madre, che mi fece principe; io che più nulla temevo se da me allontanavi la folgore, il sangue, il dolore.
Ti confusi allora a mille altre, mentre su te prendevi la mia pena, abbracciavi la mia solitudine, cullavi le mie paure.
Mi abbandonai felice alle tue braccia. E il mio sonno riversò lentamente, senza rumore, oscuri barili di tristezza, prima sulla tua anima felice poi sulla tua anima stanca.
Tu non dormivi.
Abbracciata a me ma sveglia guardavi i confini del mio sonno.
Non potevi dirlo, il tuo bisogno, a chi dormiva felice sul tuo cuore.
Così, sepolta dal mio e dal tuo dolore, la tua luce si spense a poco a poco.
Ora son qui, con la mia notte solo.
Lontana da me, tu apri col tuo canto altre strade d'ombra, donando il tuo sole a chi arriva.
Ora son qui, seduto sul mio sasso, sul ciglio della strada che fu mia quando ancora il tuo sguardo mi rendeva padrone della terra.
Mai più nessuno (I giorni del sole, 1973)
Amore, a te consegno il respiro del giorno; fanne per te corone di sorrisi.
Amore, a te consacro il grido del gabbiano. Fanne per te una tunica di vento.
Amore, dedico a te il sorriso dell'alba Fanne per te un giaciglio di fiori.
Per te sola esistono le farfalle d'aprile le spighe del grano,
i grappoli pieni il bosco autunnale,
il cielo e il vento le stagioni innumerevoli.
Che nessuno altro ti sfiori, se non il pigro zefiro o la fronda del salice.
Altri inseguano pure con affanno i giorni e le stagioni. Sarà inutile corsa: perché nessuno mai più ti guarderà com'io t'ho guardata; nessuno più ti canterà com'io t'ho cantata.
E che i miei versi scorrano su te e su te e per l'eterno tempo
baciandoti senza fine.
Nessun viso è il tuo. A W.H. Auden. (I giorni del sole, 1973)
Sperduto l'occhio percorre la folla.
Ma nessun viso è il tuo.
Chiudano i gigli le loro inutili trombe. Tacciano le ali del colibrì e del pettirosso. Scenda sulle cose un velo di tristezza. Perché più niente serve se non sei con me.
2 - Rivolto all'occaso
Dicembre(Rivolto all'occaso, 1983)Solitaria rosa del mio giardinoMuta Leggera Senza vento Oggi su te posa la neve
... di gravide parole (in ricordo di Mario Luzi) (Rivolto all'occaso, 1995)
Ti ricordo, Poeta, in trattoria da Franco. Eri sempre da me a pochi passi. A Te di fronte il Critico lunare, il cupo Bo, la cupa nube, la nube ininterrotta. Urbino ventosa d’aquiloni ci aveva accolto Entrambi, pellegrini.
Ricordo. Ancora in te il rimpianto c'era della parola perduta.
Più non mostrano a noi, - così dicevi - le cose i loro nomi. Era un lamento, il tuo? C’era forza nella parola in principio, tu pensavi. Poi la perdemmo ed ogni cosa divenne più forte del suo nome. Divennero mute, le cose, e silenziose; impossibile divenne il loro annuncio.
S’annunceranno da sole, tu speravi. Io, al contrario, sognavo parole senza cose.
Non apritemi le parole chiuse, vi dicevo; a te e ad altri. Non mostratemi le cose che stan dentro. Non voglio vederle le cose nascoste in scorze di parole. Quando il loro tempo sarà voglio che s’aprano sole come melograne; Aprirà ognuna un attimo il suo guscio e mostrerà a noi grani di luce. Splenderanno, bagliore d’un attimo, e saran subito opache agli occhi nostri.
Si è poeti un attimo soltanto. È quando la parola muta si risveglia. Ma non sia grave il non aver certezza. Ancora oggi ci parla la Pizia e l’ascoltiamo.
Da lontano un suono dolce già racconta la morte del Poeta.
E nessuna stagione fu mia
Guardai veemente il futuro mancai la giovinezza.
Non godetti quando la pioggia innaffiò il mio prato.
Cercai pesci sulla cima degli alberi, nuvole nello stagno.
E nessuna mai stagione fu la mia.
Solitudine mia senza riposo (Rivolto all'occaso, 1990)
solitudine mia senza riposo il cheto desco almen la sera rivesti d’una luce fioca
e nella notte insonne la crudezza tua deponi
in me risveglia il ripartir domani.
La tua mano hai mosso (Rivolto all'occaso, 2007)
la tua mano hai mosso con ampio gesto mattutino e ha disegnato nell’aria un fiore giallo;
o era solo un moto d’imperio ma piccolo piccolo come si è di mattina appena svegli?
eppure illuminata si è la stanza come quando vi arriva un po’ di gioia ad aprire una persiana cieca che l’innocenza a maggio di un viso di magnolia guarda,
sei tu davvero?
Forse più non ti conosco, amica che incontro mi vieni e mi sorridi. Che han fatto le stagioni sopra il tuo viso e il mio?
I tuoi sedici anni spalancavi come occhi grandi o grande cuore curiosità di futuri immaginati ricchezza di tempo senza fine.
e vedo un tormento che ti sta fra gli occhi come un fiore triste anzi una spina un desiderio antico di bambina e disperato di negati giochi d’andare a piedi nudi sul trifoglio nella conca più fresca di un agosto che reclina forse ove l’ombra dei meli più si stende e l’aria è amica, e un desiderio mi prende, il più piccino che questo settembre cammini piano senza alcuna fretta d’arrivare e portare te e me così lontani.
La morte della poesia(Rivolto all'occaso, 1989)
Ardono i boschi uccisi. Fuggono i caprioli inseguiti dal muggito delle querce moribonde.
Ardono gli arborei libri e fuggono i versi dalle nere pagine contorte.
Grumi di parole (Rivolto all'occaso, 2007)
T’ho rubato un’ora, e tu volevi un mio verso in cambio.
Ah generosa! Io che non ho versi per te, ma solo grumi di parole che ogni tanto vanno a capo.
Microscopici gigli (Rivolto all'occaso, 2007)
Ridenti baci, microscopici gigli, gelsomini dal bianco inebriato, qualcuno t’è finito fra i capelli.
È stato il vento col suo gesto furioso; t’ero vicino lo so, è stato il vento a scuotere gli arbusti a farti dono;
ma sei forse anche tu arbusto di giardini e un po’ ti aggrada.
E mi fermo a sentire (Rivolto all'occaso, 2006)
Più non so più dire i versi che ho taciuto steso sul tuo corpo, le parole non so più dette in silenzio.
Ma eran perfetti, ed assoluti, i versi non detti su di te, ventre bianco che sei e molle della mia rugiada.
Sei la signora del mio corpo. Lo concimi e semini e coltivi, e da me ti aspetti il vino, il pane.
Tu esisti su me, con esistenza così vera e forte, così reale.
Tu modifichi la vita, il passo la mia meta.
E quando entro in te ripeto ancora finalmente! E mi fermo a sentire, assaporo immobile la sorgente e come un arido ciottolo m’imbevo nei tuoi umori di pioggia e miele. E come fiume m’ingrosso e cerco l’alveo e la foce.
Solo dopo mi chiedo cosa pensi e se ti chiedi anche tu della stagione breve.
Inutile bellezza (Rivolto all'occaso, 1989)
Nella vita l’ insensato dolore l’ho sentito nei fiori di ciliegio in quel loro subito morire.
3 - La stanza del miele
La cena a Castagnola(La stanza del miele, 1970)
Si risveglia a la novena il vecchio campanile e viola planano i rintocchi su prati d’aria leggeri.
È l’ora.
Di pipistrelli e rondini si stende una tovaglia; e sulle povere cene spande la sera benedetta una preghiera azzurra; il pane ascetico (nient’altro, e un po’ di latte) profuma di bontà le nostre mani; celebra i vespri sul comignolo la tortora vestale.
Zittiscono i tocchi radi.
La prima stella illumina il cammino: e marciano mute le ronde del silenzio.
Stringe la nonna diofra le sue mani adunche, annodato al collo un fazzoletto di pietà.
Col suo tocco di campana, anche se stanco è il rito, a lei torna ogni sera com’uno sposo il suono. Ma già dorme il suo volto di miele e il quadrante della notte sorride e disegna le ore del suo sonno.
A Robert Frost(La stanza del miele, 1970)
Porto le mucche a bere Han pascolato tutto il giorno e son tornate Riportando mesti i campanacci a sera
Han trovato solo Fronde Cardi Esauste le foglie d’erba
Ora hanno sete
Ed io Che tra le logore carte Nulla ha dissetato.
(La stanza del miele, 1973)
La rivolta della montagna (La stanza del miele, 1973)
La strada (La stanza del miele, 1979)
Verso sera, i montanari videro, lontane, comparire le ruspe. Un punto all'orizzonte, ancora senza rumore.
I ginepri odoravano e stormivano lievi le querce fanciulle.
Ma quando dura squarciò la prima carie la giogaia ormai nera di tramonto, mio padre ammutolì.
Solo allora le pernici volarono via, i cani si accucciarono ai suoi piedi e niente fu più come prima.
Mi strinsi bambino alle sue gambe e lui guardò l'orizzonte anche per me, che non sapevo.
Qualcuno tornò dai campi col suo carico d'erba, graffiando la sera col tridente. Scoteva la testa: traverseranno il mio prato disse e non guardò nessuno passando. Il suo sudore acre, rappreso al legno della cesta, fu l'ultimo odore buono che sentii prima che i camion scaricassero, percotendo pesanti la mulattiera, le loro rancide ferramenta ostili.
Le vecchie del villaggio non uscirono di casa. Sapevano che la loro pena non sarebbe mutata, che la strada non le avrebbe portate in alcun luogo, che l'oleandro sotto casa sarebbe morto di sete.
Morirono le vecchie e morì l'oleandro.
Ieri è morto anche mio padre.
La strada, che la sua mano incerta aveva tracciato sul catasto dei nostri campi più belli, ha portato la sua bara in un lontano loculo grigio uguale a mille altri.
Da domani, negli anni a venire, un sole inutile dalla scura carie dei monti s'affaccerà ogni giorno sui vetri polverosi della sua casa, traversando le persiane brecciate ed abbattendosi sulle umide muffe indifferenti delle mappe catastali.
Viottolo (La stanza del miele, 1988)
Un viottolo. Io ti cammino a fianco. Pochi sassi silenziosi, qualche ginestra, un fiore viola.
Io ti cammino a fianco.
Per me non hai parole. Solo colori fuggevoli, indistinti. Solo carezze, di profumi aspre, e non raggiungono il mio viso. Al tuo respiro avido tendo e già la sera l’ha portato via.
Nient’altro. Noi due, in un viottolo che porta chissà dove.
Pulviscolo (La stanza del miele, 1990)
Nella tua stanza ombrata, Padre, scossi la luce che dimenticata giaceva sul nostro libro di fiabe;
turbinando fuggì la polvere sui dardi che il giorno obliqui tracciava dalla persiana socchiusa.
Nei loro angoli le mute cose un attimo appena lo sguardo alzarono rinate.
d’alberi
L’ultima sera(La stanza del miele, 2005)
Camminavi serena.
Il sole scherzava coi rami del vespro ad ogni arbusto come se non si stancasse mai. Ai lati gli orti, le siepi. E tu. La tua ultima volta.
Ti amavo di profilo. Il seno i fianchi il bel colore. Desiderarti ancora. Quest’ultimo crepuscolo.
Domani il convento ti attendeva Per darti o toglierti la vita. Mio dio Che gran mistero. Al tutto rinunciavi? o lo facevi tuo?
E passammo davanti alla cappella. Ormai eri a casa.
Ancora lungo era il mio viaggio.
Montagne(La stanza del miele, 1979)
Prima di me era il torrente per secoli
e la montagna per millenni smisurati.
Prima di me la pioggia senza nome l’urlo senza nome delle forre
mai riposò prima di me il galoppo del crinale
al tuono s’addiceva una voce piena che il passo terribile cantava e il rimbombo tremendo gemellato al fiume.
Ora questo silenzio di morte. E l’orma straniera sul sentiero.
Preghiera per il Padre (La stanza del miele, 2005)
Ti prego, rimani tu mio canto nei sentieri amati.
Fermo rimani ai venti che spazzano il Tombone.
All’anima sua rimani accanto; con lui cammina nella faggeta alta, a lui porgi quel ch’io non ho dato.
Dì che ti mando per dargli di me la più gran parte che ne la sua vita breve ho trattenuto.
Resta con lui. Col tuo racconto.
Digli il mio amore. Per la sua casa. Per gli abiti suoi. Il suo lavoro.
Confortalo tu ché io non so.
Altro sarà il mio destino: di silenzio, di aria, di nuvole di niente.
Ma tu menti e dì che ti mando a lui per non morire.
Quarta C (La stanza del miele, 2007)
(La stanza del miele, 2010)
Addio (La stanza del miele, 2010)
È qui che finisce il mio sentiero (e del tuo io non ti so dire) a pochi passi dalla porta chiusa.
Anche il pendolo più non batte l’ora a dirmi che oramai tutto è cessato.
Tutto s’arresta innanzi a questo muro (da un groviglio di spine il varco è invaso) e all’altro, nella lontana piana maritale.
A entrambi una marcia putredine di foglie dà frescura di tomba, e musco, e pace domani forse.
Niente di vivo ormai più a te risuona ed è raro che nel pieno mezzogiorno (se ancora esiste il cielo) trascorra il cirro che sovrasta il monte.
Quest’ora, e tutto, è immobile silenzio svanita ogni memoria ed ogni volo. Quest’ora, e tutto, è inalterato muro . Altro non v’è.
Il nostro andare finisce proprio qui con questi sterpi ove la via si rompe ove l’usata fontana si sdirupa ove si sgreta il forno che ieri ancora il fico sorreggeva.
Lo sguardo spento oltre di te non va.
E non vedo la stanza del miele e la sua sorte.
Ancora li odo (La stanza del miele, 2010)
Ancora li odo, e che balsamo al cuore, provenire da lunge dalla serena ne l’ora ancor presta stalla lontana delle vacche ancor stese ne la paglia serale né ansiosi i campanacci né dolci che annunciano la prima sete del giorno o il primo muggito un po’ sordo o soltanto affamato.
Il sentiero degli armenti (La stanza del miele, 2010)
In quelle quiete piste che più non vedo ogni sasso ogni traccia di armenti mi fingo nel pensiero che porta all'antica fontana rovinata e secca al canale sui cui scivola il vitello con muggito errabondo
e sarà forse abbattuto A questa immagine ultima mi scuoto; non è vero, sei nella stalla al tuo riparo dolce. È stato solo un sogno. E se n’è andato
La Castagnola celeste (La stanza del miele, 2010)
Vai, custode memoria, gelosa di rovine,
vai alla poderosa casa del Padre
e nel sereno a Lui volo delle rondini chiedi ove riposi adesso la Castagnola azzurra;
chiedi ove prendano il pascolo gli armenti.
Chiedi. Lui ti porterà alle rovine celesti,
Lui ti disseterà alla sorgente lieve.
Chiedi, e nei sentieri umbrati si poserà il tuo piede, ancora, sulle Sue pietre eterne.
Resta (La stanza del miele, 2010)
Ancora industri v’alzate Guardiani del monte Ad azzurrare il giorno.
Ancor m’accogliete, ginepri Odorosi Di francescana pace.
Ancora una volta Alzate la vostra preghiera.
Ancora una volta invitate Quest’anima stanca A restare.
Non tornare al tuo piano, Le dite, All’arsura, alle torride lastre.
Pizzo d'oca (La stanza del miele, 2010)
Acuto il monte imperatore penetra il suo cielo.
E su lui alterne cantano le nubi i madrigali azzurri delle alterne stagioni.
A un intero filare di padri fu baluardo. E ognuno l’udì tuonare nel pieno mezzogiorno
Fuggivano arrossendo allora le ragazze in festa come colombe al falco colla nuda spada.
Durerà più del mondo dissero gli anziani riuniti a consiglio
Ad uno ad uno la neve li coprì di petali leggeri
Avevan cuori amari come cardi
Il camposanto ne fece cespugli e rosse bacche.
Oggi un passero li guarda reclinato il collo incerto nella grigia nube.
Sarò dimenticato(da La stanza del miele, 2010)
Sarò dimenticato per essere tornato a casa così presto ed aver amato lì cose da nulla un fiore secco l’umile lattuga e questa casa con gli occhi chiusi da persiane stinte (la luce ha un profumo troppo forte)
Ricordo. Cedette infine la porta dopo inutili colpi ripetuti e mi spalancò il suo buio i suoi cari fantasmi che raccolgono notti di fosforo e gelsomini fiori di sonno dimenticati dal sorriso
Un emigrante ritorna (La stanza del miele, 2006)
Invano. Alcun nome di ragazza alla sbiadita memoria più non soccorre né alcun sentiero, i suoi sassi i cespugli suoi coi loro nomi amati.
Insieme, tutti l’aspettano. Perdonano l’abiura insensibile crudele. Di far senza di loro sentiva allora arrogante il giovinetto.
Ora i profumi odorano d’assenza. Eppure ancora al vento offre i suoi frutti il ginepro odoroso.
Qualche vecchio soltanto che mai da lì s’era distolto tiene da un capo il filo dei ricordi. Ma non ha l’emigrante un’altra mano che l’afferri né canto che lo dica.
Senza ricordi ora egli è muto, muto. Eppure ingombra è la soffitta dell’anima di cose dolorose. Ma inutilmente si ferisce il vento tra le finestre rotte.
Il sentiero lo guarda, quasi con perdono. Ma alla sua vista non compare più; non più percorso ha perso ogni sembiante.
Solo talora con occhi verdi
con
mani pungigliose in dono gli offre qualche bacca o un fiore
Certe notti(La stanza del miele, 2005)
Certe notti guardo la lunadalle ferite del tetto.
È da qui che l’amore del cielo m’ha colpito.
Certi giorni(La stanza del miele, 2005)
Certi giorni si spalancano porte furiose che la parola attraversa devastando.
Dunque sei tu (La stanza del miele, 2009)
Immobile sembra il tuo crinale azzurro ma non resiste al mio sguardo tenace e verso me muove all’incontro.
Dunque sei tu. Dunque tu torni. T’ha forse reso triste la città? A stento ti ho riconosciuto ché di bufera e neve ce n’è stata tanta da che il babbo è partito da che tu sei partito. Ma altra neve, altro gelo hai patito laggiù e il nostro quasi non conosci. Ma ora tacerò Tanto hai da dirmi a coprire cinquant’anni di silenzio.
Non ho tempo non ho tempo - furono le prime mie parole – e tanto da vedere. Mi pare che solo ora si aprano le cose. E morbide le vedo pur nella misura dell’addio - ingrata visione - che a me rammenta cosa sia lasciar cose preziose. Dunque ti affretta: come stanno gli amici? Mi ricordano vivi da qualche parte nel mondo o stan nel camposanto a Ca di Rolla? Ancor non son passato al cimitero dove le icone - muto rimprovero - guardano severe il mio tardare.
E anche la casa del padre ancora non ho visto che di mille cose odorosa io ricordo e del riso sonante
d’innumerevoli estati Breve stagione.
Ci fu
poi la vita là fuori e come una lanterna mi spense senza il vetro.
Ma ancora lasciami udire il ricordo dei lenti campani giù alla stalla ritornare
dai
monti tramontati con come mille sere sempre uguali quando la fioca lampa allora s’accendeva lieta nelle case e ora solo m’addestra alla fatale quiete.
035 - Nitore fresco
nitore fresco di stalla avide nari che fremono aspra giovinezza
più non la sapevo l’ho ritrovata a ceste in cimiteri scordati
4 - Vetera
La misura(Vetera, 2007)
Nell’esistere la felicità è contata. due squilli di tromba, poco più.
Dunque è già colma la povera misura?
La pendola del padre (Vetera 2010)
Giace in un canto abbandonata La rotta misura del mio tempo.
Chiedo al ricordo se quell’ora è mia Se ancora serbi i giorni miei perduti.
No, mi risponde.
Più non conta la pendola i respiri Come sepolta da smarrite cose.
La carpa(Vetera 2010)
Un guizzo appena.e subito lo specchio si compone.
Già è scordata la tua vita, la mia, nell’esitare dell’acqua e scomparire.
Nessuna traccia di noi. Silenzio
C’è neve anche sulle tombe Il tempo fermo laggiù.
Presi la via del bosco... (Vetera 2010)
... ma lo feci a caso io che mai distinsi se agivo da libero o da schiavo
Ambiguità (Vetera, 2011)
e cerco la parola AMBIGUITÀ.
ch'è il miraggio che conduce innanzi. Che ha tante facce. E non finisce mai. Ricca pregnanza che non partorisce.
È la scala che porta nella nebbia dove l’informe poesia s’asconde dove sta il verso che non scriverò.
Laevia gravia(Vetera, 2010)
Quando solo un fluire di ciottoli sarò e indifferenti saranno le faccende brevi
avrò perduto te unico tempo lieve compagno dei miei giorni gravi
A Virgilio (dalle Bucoliche, liberamente) (da Vetera 2010)
Nell’ombra accogliente Con l’esile flauto disteso Tu Titiro all’aria disciogli Serene silvestri armonie
Noi, le terre lasciamo, Ahimè. Noi, le dolci compagne. Noi, lasciamo la patria.
Tu Titiro intento E sereno nell’ombra Le selve ammaestri a cantare Amarillide bella.
L'asfodelo si vela e diafano... (da Vetera 2010)
… si stinge quando mi dici che un mio verso è bello
ed arretra il pendolo d’un'ora
A Montale, a Campana (esercizio di stile, 1999)
Il Vento che nasce che muore nell’ora che lenta s’annera risveglia te pure stasera scordato strumento, mio cuore
Inesauribile nulla (a Ungaretti) (da Vetera, 2010)
Tra un grido che preme e un verso che sboccia Insonne la luna
L'inutile attesa
La quercia abbattuta (da Vetera, 2010)
Anche tu invano, come fossi creatura, Natura correrai. A questo ti condanno.
Cercai il tuo amore: preferisti la pietra. E io pietra diventai. Colse ogni sera la fatica inutile del giorno
A te ogni colpa Natura, tuo solo l’inganno che mi dannò al grido che non odi.
Ma allentasti un giorno la tua guardia e ti sottrassi allora ogni vittoria, ogni riposo per sempre
Cade la quercia E più non è quercia Più non è terra
Invano annaspi ad afferrare il tronco e i grandi rami, Fisi caduta.
La verità, lampada vitae, è già trasmessa
Ciò che tu cerchi non è più con me già un altro a te ignoto lo tiene saldo e ti sfugge a nuova corsa sei chiamata a nuova caccia
Ancora una volta inutilmente. È stato questo Natura il talento mio: condannarti ad incessante inutile fatica.
Altra giovane pietra è già in cammino Effimera e perenne
Euridice 1 (da Vetera, 2009)
Li ricordi? I verdi pampini in mani segrete, gli ori nudi nell’ore insolenti? Li ricordi? I colori dal vento spogliati, e la neve che il lume addormenta?
Sì, ma ora sono stagioni soltanto, e volevano essere il nostro domani, anche il tuo.
Ma non puoi
ché avversa e cruda ci nega quei giorni la tua anima vinta che non ha più cammino né mani che prendono. Dolce e muta la segui e già indietro ti volgi e il tuo passo da me s’allontana. Più non lo sente, così leggero, nemmeno la polvere lieve che muove il tuo piede di aria di sonno di niente
Che brevi gonne indossi, Primavera! (da Vetera, 2010)
Che brevi gonne indossi, Primavera! T’insegue invano Inverno Con l’ultima sua spada.
Solo Novembre (e il tempo è già lontano) Aveva rapito un poco E disfiorito Il tuo purpureo giglio.
Troppo tardi il cielo Ci sorrise
Lontane speranze Ora ci detta E non ha voce.
Ho aperto gli occhi nel cuore della notte (da Vetera, 2010)
Ho aperto gli occhi del mio lento sogno Tu eri lì e mi dormivi accanto
Ho aperto gli occhi nel cuore della notte Ed eran neri i tuoi capelli d’ombra
Ho aperto gli occhi del mio sogno atteso Ed ero proprio nel cuore della notte
Erano neri i tuoi capelli d’uva Gli occhi nascosti da palpebra di sonno
Erano neri i tuoi capelli d’ombra Il seno mosso dal palpito del mare
Mai vidi accanto un sonno sì profondo La mano immota il libro abbandonato
Mai vidi accanto un sonno tanto solo Ho aperto gli occhi e tu non c’eri più.
Euridice 2 (da Vetera, 2010)
Ancora odori del mio seme Euridice E già torni all’infera dimora
Invano crepita la foresta dell’anima nel tuo rogo di assenza
Invano le mie parole di papavero e miele Muovono a lacrima le fiere
Altra divieni, fuggi il varco tuo si chiude
A caso cade una parola inerte (da Vetera, 2010)
A caso cade una parola inerte nello stagno della mente muto e come un grave affonda lenta e opaca.
Ma quando le ricche incontra alghe d’emozione sogni che salgon come bolle vive ori sepolti sotto il fango antico,
allor sul fondo perduto di silenzio, dove l’onda è immota e sempre eguale e i sassi levigati dai ricordi, la parola rimbalza ora mutata, e risale, affiora
ed eccola infine a giorno: piccolo suono, puro, segreto, piccolo verso nella cheta attesa di diventar poesia.
Avaro reclina il sole. (da Vetera, 2010)
Avaro reclina il sole E dal suo giorno si distacca il cielo
Avaro alla piana dirama solitudine come da gran distanza lo spegnersi di voci.
Sfiorisce la rosa (da Vetera, 2010)
Sfiorisce la rosa Che non s’offre a memoria
Avara di sé, a sé crudele Solo cencio sarà in un canto scuro
Accartocciata foglia senza gemme Indissodata zolla senza seme
Leggo le tue parole... (da Vetera, 2010)
... generose ancor più se tratte dalla nebbia, se all'aridità dei giorni strappate in cui la prova a noi si fa più dura.
E un sol verso basta, un pensiero franto che non giunga al fine. Com’ io, del resto, che non ho più vena.
Sì, tieni la mia mano la notte di Natale, come vuoi tu.
E meglio entrambe, nell'incanto del gelo.
Silenzio siderale (da Vetera, 2011)
il cielo è una gola aperta senza un grido, stanotte
accoglie l’ellissi dei pensieri col suo silenzio stellare
gli astri sembran fermi fermi per sempre e vi si posson appendere sospiri
Lalagen amabo (da Vetera, 2011)
Lalagen amabo Dulce loquentem
Allora morbida sii tu Con l’uomo del sogno
Già lo portano a te Le stelle del mattino
Già te lo mostra il diafano dell’alba
Vedi? Già cerca la tua mano nel silenzio perso il suo sguardo nell’alto tuo destino
Armonia delle sfere (da Vetera, 2011)
Segui le peste che altri non vede, varca il varco che altri non osa.
Tocca anche tu l’armonia delle sfere e l’armillare loro cerchio incanta
Rileggendo Eschilo (da Vetera, 2011)
(Nella notte di Atene più fonda, una sentinella giace insonne sul tetto della reggia. Per ordine di Clitennestra deve scrutare il mare senza prendere sonno. In attesa di un segno.)
SENTINELLA Liberatemi da questo tormento, da quest’attesa già lunga di anni
ah, lasciare infine il tetto di Atreo, ed esser colto dal sonno più fondo;
da gran tempo io veglio in angoscia, timoroso che Morfeo mi rapisca
e so il viaggio degli astri notturni e i signori del cielo distinguo:
quali portano il gelido inverno quali dolce l’estate ai mortali
quali recano il segno dell’alba quali aprono il regno del buio
Anche adesso io veglio. E son qui; della vittoria la fiaccola attendo.
Ah, che un fuoco si levi sul mare e di Ilio mi annunci la fine!
“Così vuole il cuore impaziente di una donna dai maschi pensieri”
Ma invano senza sogni giaccio in un giaciglio di molle rugiada
e la paura del sonno mi è compagna che un’assidua nenia cerca di cacciare
e l’idea di sventura non mi lascia che giusta già su questa casa incombe.
Ma cessi infine questo mio tormento e sull’onde achee questo segno appaia!
(Pausa. Una luce lontana improvvisa sul mare s’accende)
Ninfea (da Vetera, 2010)
Profondità rappresa a pelo d'acqua Verdepiatto mistero Eco di radici scure Acquatiche segrete
(sussurro)
Parola legata al suo rizoma E tenue è il filo
Gelosia (da Vetera, 2007)
soffro quando cammini perché ti tocca il sole
soffro quando respiri perché impudica tu ti apri al vento
soffro quando ti avvolge l’acquazzone estivo e ti fa le vesti trasparenti
e tu civetta tu non ti nascondi
vetrine, lampioni, passanti ogni cosa t’insegue, ti raggiunge, ti sfiora, ti ruba e io io sono lontano.
quando non sei con me ogni istante è un sospiro
A Eliot, a Ungaretti. (da Vetera, 2010)
Come la cosa che uso a somiglianza, Cosi cara al tuo sguardo, Così facile affine, A te familiare qual domestico viso
Simile a quella È il nascosto mio cuore. Simile a quella è l’affetto Che ignori.
Dirti un oggetto. Solo questo posso. Unico modo per mostrarmi a te.
Laboratorio su “Stanze” di E. Montale (da Vetera, 2009)
la linfa che ancora un po’ scorre (sai ch’è vita e condanna ad un tempo) batte fioca nei polsi esitanti muove a stento le tempie nevate dagli anni
ma inattesa improvvisa la breve armonia viene scossa da nera tempesta che non sai come nasca
allora tutto improvviso si strappa è rotto un nodo di rete vitale
cadi allora ed è breve il tuo grido
più lontano più lento più mesto
di ricordi di fiori più assorto
è il dolore
che la pietra muta tocca con mano esitante
Correntia (da Vetera 2010)
Il verso ha da scorrere, cantare, supplire alla cetra ch’è deposta.
Da te ... (da Vetera, 2010)
I.
Per troppo amore da te devo fuggire ché il dolore le imposte già percuote ostinato insonne.
Dunque erano celia le tue promesse era scherzo il tuo fantasticare nelle ore d’oblio.
Restan mistero a me i pensieri del tuo cuore, Mistero il tormento che non dici, e ridi, e chiudi negli occhi
Del tuo troppo silenzio io posso morire. Sappi. Morire del tuo muro opaco che non so se riso esso sia o pianto
e mai parola: mai non sei seria, quieta, decisa nel passo, fiduciosa.
Del tuo fuoco vivo, del tuo pensiero muto, dell’ostinato rifiuto io potrei morire.
Solo amarti un po’ meno è quel che posso. Dal troppo amore io posso fuggire.
Ma non da te.
Sol che l’occaso si affretti. Questo io chiedo.
Ma tanto lontana è la salvezza. Troppo. Ho miglia da correre prima di dormire E non sempre mi dico: passerà.
Non passerà. Non v’è salvezza nemmeno nel perire. Nemmeno la sa il mio passo spento che vanisce lontano.
Resterò dunque nell’inutile restare, nell’inutile diario di piccole parole che nemmeno il vento vuole più.
II.
E tu che farai? Non so misurare in te il dolore, né se vi sia e quanto tu da lui ne voglia uscire; in te non distinguo la verità e la celia. Vedo il tuo pianto. Per chi? per cosa? Soccorrimi, che nella nebbia più fitta io non m’aggiri, ché tanto già dolore in vita mia m'avanza.
III.
Giace deserta su la morta riva una barca abbandonata. Ma ai lenti flussi spazia già il mattino fumido e tranquillo. E sorge il sole e tutto di mille luci suona; anche il tuo cuore.
Non ricchezza ma paura è la piccola vanità che ti conforta. E presto talora l’abbandoni per una via più forte. Brevi momenti, quando basta il tuo sguardo ad incendiare un cuore. Brevi momenti.
IV.
Oscilla il mio verso da la certezza al dubbio e a ritornar s’appresta e non si ferma mai.
Dopo di me trent’anni(da Vetera, 2008)
Dopo di me trent’anni e più forse la vita ancora ti riserva. Quali colori avranno chiedo nei tuoi tramonti segreti i ricordi di me, del nostro amore?
È solo per te che ho pena e mi sorprende.
Bimba pensosa (da Vetera, 2009)
Dimmi come correvi tu ne l’argine fiorito o pei sentieri che fra l’alte erbe al fruscio della serpe sortiscono sorpresa. Anche tu bambina ma già coi tuoi pensieri lievi dubbiosi se la tristezza fosse solo tua, correvi dimentica per campi troppo brevi e subito il tempo iniziava che lento disegnò negli occhi tuoi l’ombra tenace.
E ora che attendi pensosa da quest’amore che troppe cose dissuadono? Cosa scruti oltre il balcone dei pensieri e de l'orizzonte di là dei brevi giorni? Se sarà presto il distacco o ti concede la sorte un po’ di questo dono ancora?
Lo so che pensi: che sta finendo la mia vita e che sarà dei tuoi giorni lontani e che ti resterà, al di là di uno sparuto verso che frugando in soffitta nelle sere d’autunno più non troverai.
Non vale il mio canto a destarla (Vetera 2010)
Tu vanisci, mia bella, allo sguardo dell’ora ed è orba la povera stanza
chi l’amore ha gridato non c’è e non vale il mio canto a destarla
Sei due donne di dolore, l’una fuoco, l’altra assenza
041 – V’era un tempo una città. (da Vetera, 2011)
Ur il suo nome.
Di sole e d'oro eran le mura e grandi,
di fiumi pingui i floridi granai,
corona al tempio le possenti case.
Sonavano i sacri luoghi di sacrifici al dio e di cento buoi il sangue nelle feste vittoriose.
Ma si confusero le lingue e apparvero i nemici sulle mura.
La città splendeva come una montagna. Ma apparvero i nemici sulle mura.
Ancora, è vero, s’ergeva il tempio al cielo, ma già gli Dei l'avevano lasciato.
Un nero vortice portò la sua rovina e il fulgore al Dio gli fu divelto e divelte le cinta fino al cielo.
Saggi e vegliardi sopraffatti furono dal fuoco. L’asce ruppero ogni legno, ogni riparo al ferro, ogni respiro. Le madri arsero coi figli,
arsero gli eroi trafitti dalle lance orrende arsero le grida di mogli lacerate nelle vie fuggenti arsero i corpi gettati dalle mura arsero i muggiti nei recinti
e non pietra su pietra restò della città divina.
043 – Euridice 3 (da Vetera, 2011)
Il dio confonde l’orgoglioso e il giusto. Se s’aman le genti le separa il dio. Se parlano un sol idioma le disperde.
Franan le mura e a mezzo restano le torri. E in tempo breve crolleranno scardinati da assidue radici i conci liberati.
Si vorranno mute le lingue e muti i canti. Moriranno le Muse, appenderà il cantore la lira melopea. Persino l’Ade scardineranno i pianti. E piangerà il Poeta una pietosa storia.
E i tre che vengon per l’arido sentiero?
La Diafana cammina trasognata. Lui la precede, solo il dio la segue.
Tacciono le belve sospeso intanto e rattenuto il fiato.
Lui le cammina lo sguardo fisso innanzi.
Lo starà seguendo? Lei così leggera? Lei così persa?
Il dubbio l’attanaglia...
Improvviso il dio la ferma: si è voltato, le dice. Lei non comprende e a bassa voce: chi?
E a passo lento come trasognata si volge indietro donde era venuta.
044 - Cartagine (da Vetera, 2011)
Fu Cartagine antica città. L’ebbero il mare e l’aria e i profumi di spezie. Antica città che il deserto carezzò di tiepido vento di fiorenti dune.
Ma terribile in battaglia, a lei destino atroce serbarono le Parche
Inutile disperderne i nemici per mare, inutile il favore del dio, se così vogliono le Moire e i Fati.
Delenda, infatti si grida. Delenda. Nessuna pietà. Che pietra non resti su pietra delle inespugnate mura tra il mare protese e le ripide alture.
E già vedo l’assedio stremarla, e le violate cinte, ed arse l'ospitali case.
Vedo l’aratro passare e nei solchi già spargere il sale.
Vedo piangere il Console romano e l’inseminato suolo consegnare alle Muse
Sol se il Poeta la tremante mano v'affonda nessuna terra ha mai vissuto invano.
046 - A Calicella, alla sua ultima luce (da Vetera, 2011)
attimo, fermati!
rari rumori foglie di luce verdegiallonatanti
tremola fresca sulla vetrata ondeggia la gloria dell’ora
il tenero oleandro l’ebbro gelsomino
non sosta mai il trionfo meridiano
045 – A Omero, liberamente Iliade, libro II, il sogno ingannatore. (da Vetera, 2011)
Ma ora vai ingannevole sogno, fascinosa malia,
vai come tremula nebbia e le navi dei danai ravvolgi su cui vigila il sonno più fondo.
Va alla ricca tenda di Agamennone re, e a lui comanda il mio intento: comanda d’armare gli achei, e alle torri più sacre di Troia comanda l’attacco finale.
Va da lui. E nel sonno suggerisci le più dolci speranze, suggerisci i fantasmi soavi.
Fa che veda nel sonno profondo già le mura più sacre espugnate, le gran torri fumanti di fuoco spietato.
Inganna. All’atride racconta che gli dei più non hanno discordia, che sui teucri incombe sventura. Tutti Era ha piegato gli dei e gli achei han vittoria sicura.
Troia (da Vetera, 2011)
Da lontano parvero ai naviganti le mura d’Ilio sorgere sul mare. La rocca grande.
Sacra crescerà, disse l’Olimpo amico. Superba crescerà, disse l’Olimpo avverso.
Inutili sacrifici agli dei faranno i figli. Giustizia vana onorerà le mura. Onore giusto avranno invano i padri.
Mai gli dei soddisfa l’uomo pieno di virtù. E col dolore ripaga il dio ogni sapere inviso. Invisi il vizio, del pari la virtù. Punirli è il suo solo disegno.
Gli imperi nascono. Muoiono gli imperi. Il dio confonde l’orgoglioso e il giusto la folgore s'abbatte quando il sole è al sommo.
Attende solo quel momento il dio. Quando il cuore è al culmine la folgore si abbatte. Ogni salita rapida affretta la discesa.
Così volevan gli dei. Così piangeva Cassandra.
Vedo alto un cavallo come un monte eretto Vedo navi nascondersi e Tenedo ospitarle nel suo tenero golfo.
Si pensan fuggite, stanche di battaglie. Sol un uomo, no, grida teme l'insidia e non vi fidate o miseri! o pazzi! voi che ai doni credete grida e giù dalle mura coi figli corre scomposti l’abito e le membra.
S'erge ancora Ilio potente sull'alta rocca e onora nell'anima gli dei signori dei giorni e delle notti. Vorrebbe il fato che cinto di solide mura non potesse ricevere l'inganno dell'astuzia sagace. Ma dal mare due mostri usciti lui e i teneri ragazzi afferrano e assieme legano i miseri corpi. Invano il padre disperato svelle i nodi serrati e le forti fauci impedisce.
Forte fu il segno del mare. E felici distrussero la cinta gli stessi difensori che il dono infame accolsero. Sic volvere Parcas.
Noi sole siamo la morte. Solo noi la distruzione e il fuoco. Gli uomini che vedi innanzi a te già sono morti, condannati così dal voler nostro. Tu non sarai che il servo del destino.
Parlar così è dato solo a un Dio.
Vedo la notte scendere, ritornar le navi, il dono aprirsi dentro la città e liberar gli arditi.
Vedo i guerrieri cercare la morte mille e più volte più della vita amata,
Vedo le spose dei troiani vinti schiave lontane in duri letti argivi.
Vedo che sempre ogni veggenza è vana. Torpe la fresca veglia degli udenti il dio e irriso rende il canto del profeta.
Commiato (da Vetera, 2011)
partir domani ritornare limo senza più peccati sconosciuti
042 - Impermanenze (da Vetera, 2011)
raggiungimi armonia
questo chiedevo alle mie albe insonni
e non essere parola senza il mio volto vivo
ma ho visto gusci aprirsi di segrete cose e le segrete cose in quelli nel bagliore di un attimo soltanto
e il mistero di me per la visione breve per la lingua muta alla speranza sparve e alla memoria
047 - e noi ancora ci apriremo al giorno (da Vetera, 2011)
ci siamo aperti ieri a giorni inconclusi lenzuola d’alba senza fili ov’appenderle deserte solitudini senza dono di pianto
abbiamo detto notti quei giorni e ci siam creduti poeti
abbiamo detto parole che nessuno sentiva gridato grida senza suono
ci hanno deriso ma noi davvero eravamo albatri caduti
taceremo allora? il silenzio ci sarà prigione?
no! ancora canteremo
ancora stonati, ma in solitari deserti ché nessuno senta.
che altro sappiamo fare?
resteremo sul sentiero del diuturno andare
se ancora la pioggia lucerà noi la diremo grazia col suo piccolo arcobaleno di nebbia
se una carezza di vento ancora ci laverà la fronte noi la diremo gioia col suo freddo profumo
se ancora aprirà una rosa le sue palme regali di fredda rugiada noi ancora sconosciuti a tutti ci apriremo al giorno
048 – Un varco s’offrì (Vetera, 2011)
Fu lunga notte. Nel buio qualcosa m’avvinghiava.
Ma un varco s’offrì alle mie mani. I lacci allentai sulle caviglie avvolti. M’allontanai due passi; cercavo il suo volto. L’alba spuntò lattiginosa, elencando le cose, dissipando. Così lo vidi per la prima volta. Un altro era da me, e sconosciuto, oscuro.
Eterna fu la contesa prima d’abbracciarlo. Durò fino al crepuscolo il contrasto.
Fino a che vidi dello scuro il chiaro.
Nella luce infine della sera m’era l’altro accanto come all’alba. Ma lo vedevo bene e, forse, conoscevo.
049 - Trabocco di silenzio (Vetera, 2011)
Sempre in quest'ora meridiana tu cuore troppo pieno trabocchi di silenzio
Pur chiusi gli occhi alla sonora luce l'orizzonte innumerevole non cessa.
Come può accadere tanto silenzio allora? Come può tanta ricchezza render muti?
Ma così vuole il cielo.
Cosa mai potresti dire cuore quando lei mi guarda ed empie l'anima d’azzurro, quando la tocco e la creazione intera accorre alle mie mani, quando mi crea e mi fa sentir creatore, quando i versi suoi mi detta e poeta m'incorona?
Tanto profluvio di cielo ammutolisce. E niente mi dona il canto della terra.
050 – Dolce la mela (Vetera, 2011)
Dolce la mela fra i murmuri di vento. Con farfalle di neve gioca il monte come un bimbo antico lassù.
Null’altro riappare alla memoria se non un cuore turbato.
Hai visto anche tu la volpe argentata fuggire fra i ginepri?
A volte, prima di dormire… Vetera, 2011
giocavamo sull’aia ancora del giorno piovosa
dove in ferme polle lacustri
trascorreva una luna sonnambula le notti
rosse bacche su verdi disegni lasciava a volte una tortora ferita dolce tuba di agosto
...
una manciata di pipistrelli ancora (oggi) si sparge è vero nel cielo
ma nulla più
un tempo v’era musica di rondini e la corsa nostra di bambini
051 – Contro il mio compito ho peccato (Vetera, 2011)
troppi già ieri i giorni senza frutti troppa la sabbia corsa fra le dita
nulla più accorre alla deserta sera né gemme nascon dagli esausti rami
poche fluiron le parole piccolo il dono scritto e tutto fu concluso
contro il mio compito ho peccato
eppur sereno chiedo che il demone mi assolva e quasi spero gli piaccia quest' ultimo silenzio
050 – Lento oggi nell’ombra Vetera 2011
non chiedermi il racconto di me qui parola non soccorre, lingua non dice
mai un verso saprà che cosa lento e pago mi scorre nelle vene
mai
anche se alto nel cuore risuona quest’ultimo sentiero ov’ogni altra via pare affannata
un dio ci dà questa pace
ma la selva, sola, cantare potrà Amarillide bella.
| ||
Home | Presentazione | Storia del Centro | Il pensiero | Trasformazione | Letture
Pubblicazioni | Links | Articoli | Proprietà | La pagina letteraria
Copyright 2003 - Centro internazionale di Psicodialettica - All Rights Reserved