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TEMI DI PSICODIALETTICA a cura del Centro internazionale di Psicodialettica Responsabile del Centro Prof. Luciano Rossi
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Il carattere psicodialettico della Scala di Shepard |
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Molteplici
sono gli aspetti per cui La scala di Shepard, ultimo libro di
Luciano Rossi edito dalla fiorentina Clinamen, deve essere considerato
come la prima esposizione “narrativa” della Psicodialettica e fatto
rientrare a pieno titolo nel circuito dei libri didattici della disciplina
psicodialettica. Innanzitutto,
dialettica ne è la struttura complessiva: l’idea della grande Opera,
del Viaggio senza fine, che l’umanità intraprende non solo per la
conoscenza, ma per il ritrovamento del sé. Poi
i singoli aspetti: l’andata e il ritorno del protagonista, l’esplicito
atteggiamento hegeliano, l’idea del “rombo” quinario (1-2-1) per
raggiungere non solo la Sincronicità junghiana ma lo «schema della propria vita»,
il superamento del “due” di Escher (mani che disegnano), la
somiglianza differenza fra tesi e sintesi, l’eterno ricominciamento di
ogni sintesi che si fa tesi per ripartire, l’idea del rischio eroico. La
Psicodialettica è un viaggio eternamente ascendente e la scala di Shepard
ne descrive per frammenti il canone musicale in cui, come bene annota
Giuseppe Martini (Gazzetta di Parma, 12.5.2007), si inscrive la «simultanea
esecuzione di due scale a distanza di un’ottava, l’una in volume
decrescente l’altra crescente, che sembrano produrre una scala
ascendente infinita».
Il
protagonista Adelphi devolve la prima parte della sua vita ad una ricerca
intellettuale sacrificando la propria vita emotiva, poi c’è per lui la
“chiamata”, la conversione, il ribaltamento dialettico: inizia il suo
viaggio di ritorno, il ricongiungimento con le proprie parti distaccate e
finalmente viste. All’idea dello schema quinario del viaggio viene
dedicato ampio spazio. Si cita ad esempio quel frammento in cui l’autore
riprende un episodio della vita di Wolfgang Pauli. L’autore ricorda al
lettore non solo che W. Pauli fu insignito del Nobel per la fisica nel
1945 per i suoi studi sul neutrino, ma anche il fatto meno noto che «il fisico zurighese fu paziente di Jung e che nel
1952 pubblicarono insieme un libro a due mani, Naturerklärung und
Psiche [1],
proprio lo stesso in cui lo psichiatra divulgò per la prima volta il
suo pensiero sulla Sincronicità». E
aggiunge: «È
all’interno di quel periodo che possiamo ambientare il seguente sogno di
Pauli, riferito da Maria Luisa von Franz, principale collaboratrice di
Jung. Eccolo: - Una cinese, Sofia, è insieme a due uomini. Il
quarto è Pauli stesso. E Sofia così dice a Pauli: giochiamo a scacchi in
tutte le combinazioni possibili -.
Riferisce la stessa von Franz (Zahl und Zeit, 1970) che “la sera
prima del sogno, Pauli si era divertito ad elaborare diversi schemi della
sua vita, cui aveva dato la forma di un Sigillo di Salomone”[2],
caratterizzato come è noto da sei righe e sei punti. Per lavorare sul
sogno, Pauli si era posto nei giorni successivi, secondo il metodo
junghiano, a colloquio immaginativo con Pistis Sofia e questa gli aveva
“detto” che il Sigillo di Salomone era uno schema sbagliato per
comprendere il sogno. Non a caso le persone del sogno sono quattro e non
sei».
È
chiara la introduzione dello schema rombico. E dice il protagonista: «Credo
[...] che Sofia volesse dirgli: meglio rivolgersi a una figura con quattro
vertici, il rombo, per raffigurare il segreto della creazione [...]
Interessante mutamento di scena. Anche a me il Sigillo sembrava fuori
luogo. E sarà perché sono un dialettico, ma nelle pagine che seguirono
trovai considerazioni con cui avevo un’affinità che si faceva di giorno
in giorno più dolorosa. «Sempre
più irritato con quel libro, Adelphi aveva proseguito scrivendo: -
Accidenti ai furbi, ai creduli e al loro sigillo di Salomone! Di cui ormai
s’è detto tutto. È a Filone alessandrino, se non ricordo male, che
dobbiamo la scomposizione del sigillo in due triadi. Non fu lui che suggerì
di considerare quel simbolo come una sovrapposizione di due triangoli
equilateri? La figura triangolare si presta ad interpretazioni che
provengono dall’archetipo familiare e che ritroviamo nelle grandi Triadi
cinesi, dove prima il grande Uno si divide in due principi, maschile e
femminile (cielo e terra) e, dopo, dalle nozze dei due nasce l’uomo. Lo
stesso principio lo possiamo trovare anche in Proclo e nella dialettica
hegeliana. Cose che potrebbero essere note a tutti, ma che i romanzi
esoterici fingono di scoprire dopo mirabolanti avventure, menando i più
ignari per le terre. Filone aveva suggerito di fare scorrere uno dei due
triangoli in modo che non ci fosse più sovrapposizione di figure, ma
successione. La figura che ne risulta è un rombo, il quale rappresenta la
dialettica 1-2-1. L’uno si trasforma nel due e il due si ritrasforma
nell’uno. È la dialettica del processo d’individuazione, mostrata dal
disegno seguente, da percorrere dall’alto al basso». E riflette l’autore, attraverso la
voce de narratore: «Questo era anche il percorso personale,
intrapsichico, di ciascuno di noi [...] È doloroso percepire a tempi
alterni le due possibilità. Cercavo di farmi forza. Anche la Sincronicità
è un “uno”
preceduto da un “due”, mi dicevo». Il narratore riprende la lettura del
quaderno. «Il
rombo rappresenta ogni evento dialettico e iniziatico. Compreso quello che
ci riguarda, un rombo in cui Sofia e Sincronicità sono l’inizio e la
fine. Come mi aveva anticipato Senior, la Sincronicità può esser
compresa a partire da Sofia. Forse in SOFIA, nella nostra dottrina, erano
state queste le esatte parole, troverai nuova luce per capire la
Sincronicità. Poiché non vi è dubbio che si tratti di un concetto
iniziatico, troverai sicuramente dei collegamenti utili». La
Sincronicità fra gli eventi del mondo e la mente è visibile solo
raramente. E Sofia, la sapienza? «Sofia
non è visibile mai; ma, postulata una dialettica universale, il suo
esserci è intuibile dalla presenza della Sincronicità. Sofia e
Sincronicità sono la stessa cosa, ma abitano alle parti opposte del
tempo; la seconda essendo la rivelazione imponderabile, la rara
manifestazione della prima. La Sincronicità è una Sofia caduta nel tempo
[...] Dobbiamo non dimenticare che nel grande “Uno” sonnecchia sempre
un “Due” latente. Come in ognuno di noi. Ma attenzione a scindere
l’uno in due, ché una volta avviato il processo di separazione, è
mortale fermarsi a metà del cammino. Chi parte deve trovar la strada per
andare sino in fondo. la Sincronicità è la sintesi finale, la ricomposta
unità, e nella vita tale meta non è scontata, ma va raggiunta con un
percorso rischioso e passibile di fallimento. L’iniziazione, l’inizio,
è rischioso, perché è un atto che non può essere annullato. Tornare
indietro non è consentito. Se ti separi devi procedere sino alla
riunificazione». Il
“due” freudiano, l’antinomia, va ricomposta. Questa operazione non
appariva cosa facile, o perfino possibile, prima che Jung ci insegnasse
come fare. Le due mani di Escher sembrano avvilupparsi in un loop
senza fine, ma Luciano Rossi ci segnala che esiste, non vista, una terza
mano: quella del grande disegnatore.
[1]
Spiegazione scientifica e psiche, comprendente due saggi:
quello di Jung dal titolo Sincronicità come principio dei nessi
acausali, e quello di Pauli dal titolo L’influsso
delle rappresentazioni archetipiche sulle teorie scientifiche di
Keplero [2] R. F. Roht, I cercatori di Dio, Di Renzo editore, Roma, 1994, pag. 234
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