TEMI   DI   PSICODIALETTICA

a cura del

Centro  internazionale  di  Psicodialettica

Responsabile del Centro

Prof. Luciano Rossi

 


La scala di Shepard - primo capitolo

 

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     Luciano Rossi, La scala di Shepard, Edizioni Clinamen, Firenze, 2007

     (dal primo capitolo)

 

 

 

 

Lo incontrai per la prima volta in un giorno d’estate. Lo ricordo di preciso. Era l’anno 2000.

Presentato da un amico comune, veniva a portarmi un manoscritto, per un’eventuale sua pubblicazione. Non più però un fascio di fogli come s’usava un tempo, quando ho iniziato questo avaro mestiere, ma semplicemente dei floppy, alcuni floppy, che levò da una piccola borsa e posò lì sul mio tavolo, dalla sua parte, sul bordo, vicino a sé.

Fino a quel momento, di lui, avevo solo scarse notizie. Riguardavano i suoi studi, il suo lavoro, gli scritti già pubblicati. Numerosi per la verità: e però erano saggi filosofici e psicologici. Quasi tutti adottati nella Università dove insegnava.

Quello che mi portava era il suo primo romanzo, disse. Anzi. Lui stesso non era nemmeno certo che fosse tale. Non sapeva però come chiamarlo... forse era più che altro “una polifonia di stili, di generi, di linee eterogenee”; ma non ne era sicuro. Immagino che sia stato  per questo suo spaesamento: sta di fatto che si presentò nel mio ufficio con un imbarazzo sorprendente, in uno studioso di valore riconosciuto quale lui doveva essere. Varcò infatti la soglia con un passo che mi stupì, e che mi attendevo più calmo e risoluto. Sembrava scusarsi, quasi fosse un intruso che osava entrare, non invitato, e senza le carte in regola, nel tempio sacro della narrativa.

Ero incuriosito. Di certo aveva un buffo aspetto.

Sui quarantacinque anni, astenico, nervoso, appariva preoccupato di farmi buona impressione, di farsi accettare, di piacermi.

Non ci riuscì. Gli psicologi, li immaginavo diversi. Più con un piglio da scienziati. E io ammiravo gli scienziati.

Invece lui no; stranamente apprezzava di più i narratori. Era dunque un complesso d’inferiorità a metterlo a disagio? Forse sì, ma non solo. Cauto, introverso, riservato, dava anche, non saprei dire perché, l’impressione indefinibile di nascondere un segreto. E non mi veniva da pensare a un segreto professionale.

Di sedersi, per esempio, l’ho dovuto pregare. Due volte. Magro e quasi denutrito, forse non godeva di buona salute e buona digestione. Solo gli occhi erano vivaci. Mobili e intuitivi, anche se con una punta d’ansia e d’allarme.

- Le ho portato il mio lavoro – esordì. – Gliene ha parlato, F*, non è vero?  Si tratta all’incirca di trecento pagine... son quattrocentoventi cartelle, per la precisione. Sa, è il mio primo tentativo in questo genere. Ma questa volta... questa volta avevo una storia, credo una curiosa storia, e vorrei che non andasse perduta. Per la verità all’inizio era solo una ricerca scientifica...

[...]

- Qui... (e si fermò; accennò ai floppy posati sul tavolo e vi mise sopra una mano, quasi a proteggerli da chissacché)... qui, riprese, la storia qui c’è tutta, ma deve essere ancora ripulita, bilanciata, armonizzata... mi capisce?

 [...]

E via di questo passo.

E ancora non toglieva la mano dai floppy.

Mentre tamburellavo con la matita, spazientito, per fargli intendere che avrebbe potuto essere più essenziale, ero afflitto dall’idea che il mio interlocutore fosse invincibilmente noioso. E cominciavo a temere che il suo scritto non fosse più scorrevole di lui.

Sicché ...

- Mi lasci un recapito telefonico, un biglietto da visita; la richiamerò - gli dissi a un certo punto, interrompendolo.

- Anche se non le prometto di farlo subito, lo leggerò senz’altro, il suo lavoro. Tuttavia, quanto alla pubblicazione ... sì, insomma, per quella vedremo. Qui ci sono ancora tante cose che attendono da tempo – e la sua mano passeggiò nell’aria carezzando con ampio gesto pile di manoscritti.

- Cose già lette e approvate. Fino al 2006 non è possibile nemmeno pensare di... spero mi comprenda, professore. E però lo lasci... lo lasci. Anche se per i miei commenti, le toccherà aspettare. Ma non sei anni naturalmente; i miei commenti glieli mando prima.

Non replicò nulla. Forse gli facevo un po’ paura; e senz’altro era timoroso del mio potere di opporgli il gran rifiuto o di accordargli il riconoscimento ambito: che poteva dirsi anche lui un narratore.

Nessun biglietto da visita.

Tolse dalla tasca un foglio gualcito, vi scrisse il suo numero e me lo porse. Era quello di un cellulare. Sapeva che il colloquio era finito e si levò lentamente da sedere. Se ne andava malvolentieri; si capiva.

Sorrise con una mestizia nervosa: - Lo dice sempre anche David che sono prolisso.

Aveva un’aria  stanca.

Non gli risposi; non gli chiesi nemmeno chi era David. Questo mestiere mi ha reso un po’ orso. A poco a poco. Ero più gentile da principio.

  

 

Il manoscritto, non lo lessi subito. E se infine lo feci, qualche mese più tardi, fu solo per timore che il mio amico me ne chiedesse conto.

Non avevo fiducia nello scritto di quella persona.

Invece, con sorpresa, trovai nella sua storia qualcosa che mi avvinse.

[...] 

Insomma, a un certo punto qualcosa cambiava, prendeva un’altra piega. E mi costringeva a riconsiderare il tutto.

Da prima non sapevo che cosa fosse. Mi aggiravo ingombrante, e fastidioso a tutti, negli stretti uffici dei collaboratori; il sigaro spento e un’insolita perplessità. Per fortuna nessuno di loro mi chiese cosa avessi. Non hanno tanta confidenza, corpulento e massiccio come sono. Ma mi guardavano stupiti, si vedeva.

Mi prendeva, quella storia, ripeto; e m’inquietava.

Cominciai così a riflettere se non fosse davvero il caso di pubblicarla. Ci avrei rimesso fin le braghe, si capisce. Non ci sarebbe stata nessuna corsa agli acquisti, certo, lo sapevo, ma forse il libro... i suoi venticinque lettori ce li aveva. 

[...]

Perché c’era del rigore in quelle pagine. Nessuna concessione a spazzature esoteriche. E questo mi piaceva. Per concludere, infine mi decisi; anche se, per prudenza, lo avrei pubblicato a bassa tiratura.

[...]

Preparai un contratto favorevole all’azienda e richiamai l’autore, che mi rispose con una voce agitata – peggio della prima volta – e quasi sorpreso, o deluso?, di sentirmi. La sua voce era quella di una persona appena sobbalzata sulla sedia al suono del telefono e che al momento non si fosse ancora riavuta.

Il contratto editoriale lo sottoscrisse con una forte e silenziosa esitazione, cosa che me lo fece, se possibile, apparire ancor più strano che al telefono. Non lo lesse nemmeno, il contratto; sembrava, più che dubbioso, spaventato: non per le clausole contrattuali, che evidentemente non gli interessavano nemmeno, ma per qualcosa che non capivo... insomma, non pareva più interessato alla pubblicazione. Lo trovavo molto cambiato; era, se possibile, ancora più pallido e smagrito. Comunque alla fine firmò e ci salutammo.

“Alla fine”, ho detto?

Quale ironia! In realtà eravamo appena all’inizio.

Il bello, anzi il brutto, doveva ancora venire. Accaddero infatti delle cose che cambiarono tutto. Non posso ancora spiegarvi perché, ma quella che leggerete non è purtroppo la storia che lui mi consegnò e io lessi e decisi di pubblicare. E ora che tutto è cambiato, i motivi per pubblicare sussistono ancora, ma sono divenuti tutt’altri.

Come altra è diventata la storia.

 


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