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TEMI DI PSICODIALETTICA a cura del Centro internazionale di Psicodialettica Responsabile del Centro Prof. Luciano Rossi
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Un coup de dés |
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Un coup de dés…© Luciano Rossi (2007)
... n’abolira le hasard, jamais, mai. Quel titolo famoso risuonava nella testa di Pierre Renard con cadenza ossessiva. Ma lui a quel punto si fermava, non riusciva proprio a proseguire, a elaborare un minimo di riflessione. E ripeteva: - Mai un lancio di dadi annullerà il caso, mai, nemmeno se dovesse capitare che... – ma proprio non gli veniva in mente cosa mai dovesse capitare, perché un lancio di dadi potesse annullare il caso; dunque il suo pensiero s’interrompeva, si confondeva, e così aveva infine ripreso a guardare la Senna che scorreva nel suo letto insonne. - E tuttavia non so se si possa concordare con Mallarmé – si decise poi a dire Pierre. Anche se non capiva, sentiva, chissà come, di non essere d’accordo... almeno con quel titolo: Un coup de dés n’abolira le hasard. Jean ascoltò le parole dell’amico con una faccia priva d’espressione. - Scusa... concordare su cosa? – si limitò a chiedere. Erano seduti sulla terrazza di un caffè della rive gauche, dal curioso nome, La bouteille noire, dove si erano incontrati per caso dopo molti anni. Se avessero voluto ritrovarsi apposta non ci sarebbero riusciti mai e poi mai; avevano perso, da quasi vent’anni, ossia dai tempi dell’università, le tracce l’uno dell’altro. Laureati entrambi in lingua e letteratura francese una ventina d’anni prima, si erano subito separati: Jean era rimasto in Francia, e insegnava letteratura francese in un liceo di Lione, Pierre aveva invece sposato un’italiana e si era trasferito a Firenze. Traduceva autori francesi per una casa editrice di quella città; recentemente aveva curato la traduzione di una monumentale antologia dedicata ai simbolisti. Fra loro niente scambio d’indirizzo, o di numero telefonico. Dunque mai e mai sarebbero riusciti a trovarsi. Così a Pierre, fresco di traduzione, era venuto in mente Mallarmé... magari non c’entrava nulla, ma a lui era venuto in mente Mallarmé. - Beh! D’accordo su cosa... – aveva sorriso Pierre – niente!, è che stavo pensando al caso che ci ha fatto incontrare. E mi stavo facendo una domanda, magari anche cretina: perché il caso ha voluto che ci rincontrassimo, noi due? Me lo stavo chiedendo come se ci potesse essere una risposta, come se il caso fosse un’entità che avesse intenzioni. - Intenzioni? No. Le cose non hanno intenzioni. Anche i dadi non hanno intenzione di abolire la casualità; possono abolirla, è vero, ma non ne hanno certo l’intenzione! – precisò Jean. Pierre non replicò a queste parole, e per il resto la serata proseguì un po’ fiacca. Solo quando si salutarono, alla fine, Jean ritirò fuori l’argomento dei dadi. - Senti – gli disse – ho recentemente pubblicato un libro di racconti, Les coeur a nù, pubblicato da Albatros. Ecco, se vuoi, lì ci puoi trovare anche un racconto sulla faccenda del caso. - Ah, perfetto! Prima di rientrare a Firenze lo acquisto senz’altro, se non è esaurito. - Esaurito? Figurati! Mi esaurisco prima io. Pierre acquistò il libro. Il racconto che cercava era l’ultimo della raccolta. Il finale che Jean aveva scelto dapprima non gli piacque, ma poi cominciò ad apprezzarlo sempre di più. Infine, anche il suo talento di traduttore volle la sua parte. La versione italiana, di quel solo racconto, fu pubblicata su una rivista letteraria di trascurabile notorietà: Di tutto un po’. Cinema e letteratura, Firenze, III, 2005. L’editore accolse la nostra richiesta di riprodurre un testo così trascurabile con perplessità e sorpresa. In realtà avremmo dovuto, noi, sorprenderci della sua perplessità. Non è forse una celebrità, Pierre Renard, ma certamente i lettori meno distratti ricordano che, verso la fine del ‘900, fu piuttosto noto agli specialisti per aver pubblicato la traduzione di un inedito del chierico Wace, autore della notissima traduzione italiana, che intitolò Romanzo di Bruto, e che risale secondo alcuni al 1155, ma che secondo studi più credibili andrebbe riferita almeno a un decennio posteriore. Comunque sia il nulla osta per la riproduzione che offriamo qui di seguito al lettore, essendo passati ormai due anni dalla pubblicazione sulla rivista, ci è stato concesso facilmente, con il solo obbligo, già adempiuto, di citarne la fonte.
È il 15 maggio del 2008 e a Parigi, in rue de Saint Exprit, nell’atrio della sala convegni dell’Hotel de la Republique si svolge la cerimonia ufficiale di presentazione di un nuovo libro. Sono le 10,30 quando uno dei coautori, incollato al suo portatile, dice: - Oh accidenti, Signori! Il treno Lione-Parigi ha deragliato... circa mezz’ora fa. E lo dice proprio con quel tono epico con cui si potrebbe dire: - Signori, Ivan Il’ic è morto -. Sono tutti lì a Parigi, gli autori, ma anche altri colleghi, alla presentazione di un nuovo libro a più mani. Il titolo è stavolta Il caso è chiuso. Nella sala Munal non c’è ancora; non è ancora arrivato. E dovrebbe arrivare giusto da Lione. Cristo! - Tre morti e una ventina di feriti – prosegue il collega che ha parlato prima; e continua a fissare le news ultima-ora che si succedono sullo schermo. - Ma Munal l’aveva annunciato o no, che sarebbe venuto a Parigi? Nessuno qui sa niente? - Io non ne so nulla! - dice un altro; poi, abbassando la voce: - Ma scusate, se è morto lui, chi ci va in cattedra a Lione? Non c’è che dire: Ivan Il’ic copiato di sana pianta, saccheggiato. Solo che invece di Ivan Il’ic si trattava di Aureliano Munal.
Quanto al Professor Aureliano Munal, spagnolo, sarebbe opportuno qui ricordare che aveva incontrato molte difficoltà a scrivere il suo paper. Il convegno preparatorio sul tema del caso era stato piacevole, ma di spunti ve n’erano stati veramente pochi. I più avevano tenuto le armi a tracolla. Non era stato, come dire, sparato neanche un colpo. Sì, si era parlato di Epicuro, di clinamen, della lotteria di Babilonia. Munal stesso aveva accennato addirittura ai “neuroni mirror”, ma si era trattato solo di scaldare la voce. Tutti tenevano le carte ben coperte. Adesso invece gli indugi erano finiti e si doveva fare sul serio, racimolare idee e riferimenti. A dir il vero Munal aveva lasciato passare un po’ di tempo senza pensarci più. Circa due mesi. Ne aveva ancora otto per finire il racconto. Ma non c’era da impigrirsi troppo, dato che sull’argomento fonti non ne aveva. Negli autori di cui disponeva, ma erano i soliti ormai citati da tutti, i pareri si dividevano equanimi: chi sosteneva che tutto è caso, chi diceva che il caso non esiste. Chi diceva che era un dio, chi sosteneva che era un genio malevolo, un genie malin. Altri dicevano che era tutto un discorso ozioso. Anche i ricordi non lo aiutavano. La prima cosa che gli affiorò fu la memoria di un lontano episodio accaduto in prima liceo. Il docente stava spiegando la Divina Commedia, erano arrivati là dove Dante dice che Democrito “il mondo a caso pone”, e lui aveva sostenuto che in questa espressione bisognava riconoscere un errore di Dante. Forse no, aveva obbiettato il giovane Munal, forse Dante non parlava di casualità, ma di caduta; forse il mondo si formava per la caduta di atomi. Allora Munal era solo un liceale e non aveva saputo dire di più. Certo sarebbe stato bello che avesse saputo, già allora, anche della epicurea parenclisis, o della lucreziana clinamen, che figurone avrebbe fatto..., ma quei termini li aveva imparati solo da grande. E precisamente quando gli era capitato fra le mani il romanzo di una casa editrice che aveva scelto di chiamarsi appunto “Clinamen”. Il titolo del romanzo era La scala di Shepard, il nome dell’autore non lo ricordava proprio... uno sconosciuto. E di quello aveva deciso di parlare anche nella sua relazione, perché nella Scala di Shepard, di caso, ce n’era tanto: il tema dello scritto era fondato interamente sulla sincronicità junghiana... e poi c’era la curiosa coincidenza che a pubblicare un libro sulla sincronicità era una casa editrice che si chiamava Clinamen. Una combinazione fortuita senza dubbio, dato che clinamen significa appunto la caduta epicurea di atomi che deviano spontaneamente dalla perpendicolare per urtare altri atomi e creare gli eventi del mondo. Il volume trattava del caso all’interno di un’architettura ellittica, complessa, polifonica, labirintica, tutta centrata sulla sincronicità, sui nessi contemporaneamente non-causali e non-casuali. Quel che del romanzo interessava a Munal era solo la conclusione: nella Scala di Shepard si diceva che il caso non esiste. Anche se a Munal una conclusione del genere non serviva molto, dal momento che questo esito non gli avrebbe permesso di scrivere granché. Così si volse altrove. E fu questo a farlo incappare in Odifreddi. Di lui trovò una citazione che gli parve promettente. Vi si affermava che non c’era bisogno di scendere a livello subatomico per sperimentare l’incessante attività del caso. Bastava osservare in un microscopio il moto browniano delle impurità dell’acqua. La stessa cosa succede, secondo lui, con le serpentine di un ubriaco. L’ubriaco, in base al teorema del cammino casuale, arriverà prima o poi con certezza alla porta di casa. A Munal la fisica non interessava più da tempo. Con La scala di Shepard il suo interesse per quella materia si era esaurito, vista la sua impossibilità a spiegare la Sincronicità. Invece fu un’altra l’affermazione di Odifreddi che lo interessò:
Quanto alla definizione di Kolmogorov, essa porta alla luce un’inaspettato aspetto della casualità: che la si può ottenere in due modi contrapposti, attraverso la mancanza o l’eccesso di pianificazione. Il primo tipo corrisponde al vecchio concetto di aleatorietà, cioè appunto al tiro di dadi. Il secondo tipo, invece, è esemplificato da quelle opere d’arte moderne, dal Finnegans Wake di Joyce ai Sei pezzi per orchestra di Webern, la cui estrema complessità le rende indistinguibili, o quasi, dal rumore.
A dir il vero la mente di Munal non era molto addentro nemmeno alla letteratura o alla musica, ma per una associazione che gli sfuggiva, la complessità delle opere moderne gli fece ricordare che al congresso qualcuno aveva parlato del caso in Borges e della Lotteria di Babilonia. E lui stesso aveva accennato ai sentieri che si biforcano. Ecco! Borges sì, quello un po’ lo aveva letto. Odifreddi poteva essere abbandonato: ora che gli era venuto alla mente Borges, il materiale non sarebbe più mancato. Si disse che avrebbe potuto certamente non fare conto alcuno di ciò che scrisse Borges sui sentieri che si biforcano, o sui labirinti, o ancora sulle lotterie. Meno facile invece per lui era non essere tormentato dai bivi che incontriamo ogni momento nella vita. Munal era turbato, affascinato, incuriosito da ogni bivio. Si chiedeva ogni volta cosa sarebbe successo se avesse scelto l’altra strada. Di più: cosa sarebbe stato della sua vita se anche una volta, una sola volta, in uno degli innumerevoli bivi, lui fosse andato dall’altra parte? Ogni biforcazione è il punto di partenza per altre biforcazioni. Ne esce un numero di combinazioni che fa impazzire! Ma sempre più, ogni nuova volta, se lo chiedeva per un tempo minore. Invecchiando, Munal non era più tormentato dal pensiero delle favolose opportunità che potevano occorrergli nel caso avesse fatto una scelta diversa. Oggi immaginava che una grande risata divina seppellirebbe, se vi fossero, gli ingenui ricercatori dei mondi alternativi. Lasciava volentieri ai matematici e ai fisici la discussione sul numero di questi mondi, se fosse finito o infinito. Ci teneva solo a ricordare nel suo paper che Borges si occupò della questione a modo suo, con quel senso di vertigine che gli era proprio. Lo fece per lo più riflettendo di labirinti, o altri simili disorientamenti. Un solo esempio: Il giardino dei sentieri che si biforcano racconta una strana storia. Munal desiderò riassumerla. Un certo dottor Yu Tsun, spia tedesca, era riuscito a sfuggire al capitano Madden, suo inseguitore e si era recato da Stephen Albert, inglese, ex missionario divenuto sinologo. Alla stazione un ragazzino aveva dato a Tsun questa curiosa indicazione: per rintracciare Albert avrebbe dovuto imboccare il primo sentiero a sinistra e a ogni bivio prendere sempre a sinistra. Yu sapeva che voltando sempre a sinistra è possibile scoprire la radura centrale di certi labirinti e il concetto di labirinto immette nel cuore della questione. Il bisnonno di Yu era autore di un libro caotico, purtroppo pubblicato, ed anche costruttore di un labirinto da nessuno ancora trovato: lo scopo del bisnonno di Tsun era indurre a scoprire che libro e labirinto erano la stessa cosa. Il labirinto fisico dunque non esisteva; per questo non era possibile trovarlo. Il labirinto era il romanzo stesso. Il racconto di Borges proseguiva, ma il riassunto di Munal si chiudeva qui, con la triste nota che l’umido giardino pareva a Yu saturo di presenze invisibili. Fra i tanti universi possibili uno poteva essere visto; così, si concretizzò davanti a Yu una figura visibile: il capitano Madden lo aveva raggiunto. Il resto del racconto borgesiano non era importante per Munal. A lui bastava sostenere che il mondo pullula di mondi che avrebbero potuto essere e che forse invisibilmente sono. Nel romanzo, come nella vita, a biforcarsi è il tempo, non lo spazio. Ogni futuro si biforca. Ma proprio perciò il tempo non viene mai nominato, impedendo così di percepire il valore di parabola che la storia assume. Il giardino dei sentieri che si biforcano è un’immagine incompleta ma non falsa dell’universo quale lo percepiva l’autore. E se poi concepissimo la congettura che venissero presi sempre ad ogni bivio entrambi i sentieri ci troveremmo in una serie crescente e vertiginosa di tempi divergenti, convergenti e paralleli. Questa trama di tempi che si accostano, si biforcano, si tagliano o s’ignorano per secoli, comprende tutte le possibilità. Nella maggior parte di questi tempi noi non esistiamo; in alcuni esiste Yu e non Albert; in altri, il contrario; in altri ancora, entrambi. In questo... il tempo si biforca perpetuamente verso innumerevoli futuri. Il caso è un semplificatore di possibilità, un evidenziatore. Uno solo di questi mondi compare. In questo caso a Yu era comparso il capitano Madden. A volte di fronte a un bivio scegliamo; a volte no. A volte non ci accorgiamo nemmeno che si era trattato di un bivio e che c’erano altre possibilità di scelta. In ogni caso una via diventa visibile, l’altra no, ma forse vive a nostra insaputa. Procede parallela? Diverge? Converge? Chissà. Una cosa che Munal pensò ma non scrisse – perché ne era preso da vertigine – è che lui aveva avuto l’occasione di scrivere questo suo paper anche perché una mattina dell’estate 1975 aveva comprato il giornale. Ma anche perché trent’anni prima aveva imparato a leggere. Ma da lì migliaia di scelte o decine di migliaia, lo avevano portato in quell’università nell’ottobre del 2006. Sarebbe bastato che una volta, una volta sola, avesse scelto diversamente e il suo saggio non sarebbe stato scritto. Per poter andare a quel congresso si dovevano fare tutte quelle mosse in fila, senza cambiarne neanche una. Per non conoscere mai la sua futura moglie sarebbe bastato che rispondesse a sua madre che non aveva tempo di accompagnarla in auto al cimitero. Invece le disse di sì. Borges sostiene che la vita è una lotteria. Al tempo dei greci ci si considerava affidati alle bizze degli dei. Non si spiegavano in altro modo i capricci del destino. Con questo caso Munal rischiava d’impazzirci. Proprio per questo si era detto all’inizio che sarebbe stato giusto scrivere solo un racconto, senza pretesa di verità scientifica. E ne aveva anche ripescato uno, da lui scritto anni prima, in un modo estremamente aulico perché ambientato ai tempi di re Salomone. Qualche volta aveva pensato addirittura di inserirlo all’interno del suo saggio, come una lunga autocitazione.
Ai tempi del re Salomone, il Saggio, il Potente, vivevano, ormai nella loro piena maturità, in due città vicine a Gerusalemme, due fratelli gemelli. Quando erano ancora giovanetti i loro visi si rassomigliavano, ma le loro anime erano già assai diverse fra loro. Uno era tutto desideroso di accumulare, nella sua vita, astuzia, ricchezze, armenti e servitù. L'altro era poeta, perduto per il mondo, rapito dal silenzio dei tramonti, dalle carezze dei venti, dalla frescura delle piogge, dal verde delle foglie che stormiscono nella sera. Uno divenne un ricco mercante; l'altro un pastore di pecore. Sulla maschera dell'uno si dipingeva, ogni giorno di più, l'ombra del sospetto, la fissità della paura, la ruga dell'inimicizia, il fango del rancore. Sul viso dell'altro si stendevano invece, come un velo di luce, il rosa della sera, le stelle grandi della notte chiara, la luce serena di una nuova alba, il canto dei pensieri profondi, la rotondità della gratitudine… Sul finire della loro giovinezza, trascorsa all'ombra della casa paterna, essi si erano separati e non si erano mai più rivisti. Ma il destino aveva già preparato il loro incontro ed essi si rividero un giorno, all'epoca di questa storia, nel mercato di Gerusalemme. I loro visi erano diventati profondamente diversi. La primavera, bella ovunque, ma splendida a Gerusalemme, mentre accendeva il cuore dell'uno, scivolava, non vista, sugli occhi avidi e appannati dell'altro. Inutili al suo sguardo erano le bianche tuniche profumate che cingevano gli aranci e i delicati accenti rosa che sfumavano sui meli. Lo stesso giorno del loro incontro, un uomo grasso e untuoso, sul cui viso all'ombra dura e spietata della paura e al gravame rabbioso della materia si aggiungevano tutte le testimonianze dell'avidità e degli anni mal vissuti, si presentò, col terrore negli occhi, davanti al re Salomone ed ansimando gli disse: "O potente, tu che tutto puoi, salvami, ti supplico; poco fa ho visto l'angelo della Morte che mi ha fissato cattivo e così ora temo per la mia vita". "Contro l'angelo della morte non posso fare nulla", rispose Salomone. E proseguì: "Egli è mandato da Dio e in questa sfera Dio solo è magistrato e potente. Io posso comandare solamente ai venti, alle piogge, agli uomini". "Comanda allora al vento che mi porti via di qui, lontano dall'angelo della Morte, onde egli non mi possa trovare", supplicò l'uomo, che nella vita aveva sempre e solo coltivato opportunità, astuzie, intrighi ed amicizie potenti, ma che con la dura verità della morte non sapeva come negoziare. "Bene. Ordinerò al vento di portarti dove tu desideri", disse Salomone. E così fece. Il vento sollevò allora l'uomo e lo portò in una lontana plaga dell'India come lui desiderava. Quel giorno trascorse sereno a Gerusalemme e che il dì appresso Salomone, pensando di poter fare qualcosa di più per quel poveretto, chiese all'angelo della Morte di venire alla sua reggia. Quando l’angelo fu davanti a lui, Salomone gli disse: - Ieri è venuto da me un uomo spaventato, dicendomi che tu lo avevi guardato con interesse e cattiveria, così lo ho aiutato ed ho chiesto al vento di portarlo lontano. Ma tu dimmi; perché lo hai guardato con cattiveria?-. - Non è così - rispose l'angelo. - È stato soltanto lui a guardare se stesso con cattiveria. In verità io lo ho guardato con sorpresa. Infatti avevo ricevuto l'ordine di prenderlo con me la sera stessa in una remota plaga dell'India e quando l’ho visto qui a Gerusalemme, solo poche ore prima del convegno, mi sono chiesto come avrebbe potuto egli raggiungere il luogo prescelto nell'ora voluta per lui. Ad ogni buon conto questa questione non era compito mio ed io mi sono recato ugualmente e rapidamente nel luogo e all'ora convenuti. Ho notato con sorpresa che egli si era presentato, non so come, puntuale al suo appuntamento. Senza chiedermi altre cose, ho eseguito allora il mio compito. Il racconto di Munal dice che l’angelo non aggiunse alcuna parola e si congedò dal re. Narra solo che molti giorni dopo un uomo tranquillo, che la gioia aveva reso innocente e che l'innocenza aveva reso gioioso, si presentò al re Salomone e gli disse: - O buon re, poche settimane or sono ho incontrato mio fratello che non vedevo da molti lustri. Non puoi immaginare con quale stretta al cuore ho visto come la ricchezza lo aveva duramente provato. Nonostante ciò egli voleva ancora nuove ricchezze e mi aveva confidato con euforia che da lì a poco stava per procurarsene altre e più grandi. Mentre stavamo parlando però io fui distratto dalla vista di una persona che da pochi passi mi stava guardando con tranquillo stupore e dolce meraviglia. Era l'angelo della Morte. Ho pensato che volesse invitarmi a seguirlo. Io avrei dovuto lasciare Gerusalemme di lì a qualche ora, per fare ritorno alla mia casa, ma nella mia lunga vita ho imparato a leggere i messaggi del destino e ad obbedire. Se egli mi guardava con dolcezza, ho pensato, questo significava che io dovevo restare qui a Gerusalemme in attesa di altri suoi segni. E ora ho saputo da alcuni mercanti giunti da poco nella tua grande città che il mio povero fratello è morto nella lontana India. Forse questo è proprio il messaggio che aspettavo dall'angelo, ma da solo non lo so interpretare. Ora, o buon re che sei più sapiente d'ogni altro uomo, aiutami tu a capire questo segno. Il re dopo un breve silenzio, propose all’uomo di tornare da lì a qualche giorno. “Certamente questo è il saggio fratello di quell'imprudente”, aveva arguito Salomone che, in cuor suo, aveva già deciso di parlare ancora una volta con l'angelo. - Non ti avevo raccontato tutta la storia in quanto non mi sembrava ti potesse interessare - disse l'Angelo quando fu di nuovo dinanzi al re. - Per la precisione il buon Dio mi aveva detto di prendere con me solo uno dei due fratelli, dicendomi che ne avrei trovato uno solo dei due nel luogo convenuto. Quello sarebbe stato il prescelto. Dunque li ho guardati entrambi con sorpresa. Perché erano due e non uno solo, come Dio mi aveva detto?. Allora Salomone esclamò: - Non solo accade che il destino mandi dei segni agli uomini, ma avviene anche che questi vedano solo i segni che si meritano. Essi vengono tratti verso la loro sorte da strane coincidenze e dalla loro capacità di interpretarle. È bene imparare a conoscere questa misteriosa rete di percorsi che il destino si diverte ad intrecciare. Essa lega gli uomini con ciò che sta al di là dei loro sensi e delle conoscenze materiali. Conoscere questa legge è cosa quanto mai opportuna onde poter vivere con prudenza e saggezza. Ma il mercante, legato com'era al grezzo velo della materia visibile, non aveva saputo riconoscerla.
Qui terminava la storiella di Munal. Niente caso, diceva in sostanza il suo racconto, siamo sempre noi a correre incontro al nostro destino. Il caso non era dunque all’opera nemmeno qui: Munal voleva far capire al lettore che il fratello cattivo aveva sempre scelto. Il caso è discreto, quasi invisibile, sembrava dire; anzi, forse è solo una nostra idea. Nella realtà ci sono semplicemente le cose che avvengono e quelle che non avvengono. Non c’è niente che sia caso. Queste riflessioni lo portarono a concludere che il caso non esisteva. Questo scrisse nel suo paper. E con questa riflessione decise che il suo saggio era finito. Lo stampò e l’inviò all’editore. Sfortuna volle che sbagliasse indirizzo. Il plico non arrivò mai a destinazione. Così il libro a più mani uscì, ma senza il suo saggio. Poco dopo vi fu la presentazione. Munal ne era escluso e non aveva perciò motivo di parteciparvi. Così se ne stette a casa. Approfittò per sbrigare alcune cose in città. E fu proprio nell’istante in cui comprava Le Figaro nella piazza centrale che il treno Lione-Parigi, che lui avrebbe dovuto prendere, deragliò.
Pierre tornava a Parigi con regolarità: i suoi genitori erano ancora in vita e avevano certi affari cui lui doveva badare. Passò tuttavia molto tempo prima che potesse rivedere La bouteille noire. Ci tornò senza Jean. Gli aveva chiesto invano appuntamento: Jean non era venuto. Mai più avrebbe preso il treno Lione-Parigi; per un curioso meccanismo della sua mente si era fatto impressionare dal suo racconto! Pierre, invece, e per lungo tempo, non ci aveva più pensato, a Munal; e neanche a Jean aveva più pensato. Ma quella sera ci pensò. Pensò ancora una volta alla vera morale del suo racconto. Voleva dire che il caso aveva dimostrato, a Munal, non solo di esistere ma di essergli addirittura favorevole? Che il caso, nonostante Munal lo avesse negato e ignorato, non si era adontato con lui? Pierre credeva di sì, la conclusione di Jean pareva essere proprio questa: il caso sembra non esserci, ma c’è e veglia sui tuoi passi. Ma per Pierre restava un altro insoluto: Mallarmé! Si chiese se fosse sparito dal suo orizzonte, se aveva contribuito ai suoi pensieri solo col suo incipit. Sarebbe stato intrigante che ci fossero stati anche i suoi dadi nel racconto di Jean, ma così non era andata: lui, e quindi il suo Munal, non avevano incontrato Mallarmé. Aveva però l’impressione, Pierre, che anche se Munal lo avesse incontrato, ne avrebbe cavato poco o nulla; il testo del francese è così criptico che non se ne sortisce mai granché, anche se affascina ogni volta. Ma comunque, la sua riflessione sul caso si era aperta con le prime parole del poema simbolista, e quella era una faccenda che andava chiusa. Poteva esser un’idea andare a vedere come la poesia finisse e... immaginare che, se Munal avesse incontrato Mallarmé e il suo colpo di dadi, avrebbe potuto chiudere così il suo saggio: «Quando davanti a un bivio ci mettiamo a pensare se sia meglio l’una o l’altra via, siamo forse certi di operare una scelta? O non accade piuttosto che ogni nostro pensiero si muova anch’esso come guidato dai lanci di dadi di un genie malin? Non termina così anche il colpo di dadi di Mallarmé? Non termina col dire che ogni pensiero emette un colpo di dadi?». In fondo, è vero, di quella poesia anche Pierre non capiva nulla, era solo un rompicapo per lui, ma ne comprendeva bene almeno il primo e l’ultimo verso... e l’ultimo è che in fondo «ogni pensiero emette un colpo di dadi». Guardò allora verso la Senna, come sospeso, e solo dopo un po’ s’accorse di essersi messo a canticchiare sottovoce: «mmmhh mhmm toute Pensée, émet un Coup de Dés... » Si chiese che aria fosse. Quando gli sovvenne che si trattava de La vie en rose, sorrise e chiuse gli occhi. Dal fiume saliva un vento fresco e gentile che si mise a giocare con gli abiti di Pierre e quasi pareva divertirsi, come se non lo facesse più da molto tempo o fosse per lui un gioco nuovo, o lo avesse del tutto dimenticato.
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